Àfrica (geografia)

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Generalità

Una delle sette parti del mondo, morfologicamente la più unitaria e compatta. Si presenta infatti come un solo grande corpo dalla costituzione integra massiccia, dalle superfici uniformi, prive di catene montuose importanti, con contorni semplici, poco articolati. Da ciò essa deriva parecchie delle sue peculiarità geografiche. Tuttavia a quest'unità fisica non si può dire che corrisponda un'unità di paesaggi e tanto meno di uomini e culture. Il fatto stesso che si affacci sul Mediterraneo e che si estenda verso S oltre l'Equatore e lo stesso Tropico del Capricorno (fino alla latitudine di 34º 50´ S) determina un profondo motivo di differenziazione che si riflette tanto sulla natura quanto sull'uomo. La prima importante distinzione è, in tal senso, quella che riconosce un'Africa mediterranea, naturalmente partecipe di una regione che fu teatro di episodi decisivi per la storia umana e che proprio lungo il Nilo espresse una delle più alte e singolari civiltà antiche. In forza di ciò l'Africa settentrionale è considerata parte delle terre che formano il cosiddetto Mondo Antico, al quale si connette anche dal punto di vista fisico, come si rileva dalla stessa esiguità degli elementi divisori o di contatto: lo stretto di Gibilterra e l'istmo di Suez (tagliato dal canale nel 1869) rispettivamente nei confronti dell'Europa e dell'Asia. Ma l'Africa mediterranea è solo una parte periferica e limitata del continente, le sue più vaste superfici sono quelle in cui essa esprime il suo volto più riconoscibile e noto: immenso continente popolato di uomini di pelle nera (in realtà non esclusivamente nera), ignorato per lungo tempo dalle culture del Mondo Antico per poi essere spartito, nel corso del sec. XIX secolo, tra le potenze coloniali europee, e chiuso nei suoi grandi spazi che due oceani isolano dal resto delle terre emerse. Questa Africa interna, nera ha il suo confine settentrionale nella “sponda” del Sahara, il grande deserto che nella geografia africana costituisce un mondo a sé, un vero e proprio vuoto che divide in due il continente, ma che ha sempre funzionato da filtro tra le due diverse “sponde”. Anche le altre differenziazioni regionali dell'Africa dipendono, com'è il caso del Sahara, da fatti essenzialmente climatici, ai quali si deve una successione di ambienti diversi in funzione latitudinale. Salvo rari casi, le variazioni tra l'uno e l'altro di questi ambienti sono graduali, lentissime, e sono indicate da un diverso sviluppo delle formazioni vegetali, le quali celano, nella fascia equatoriale delle grandi foreste, il cuore segreto e meno accessibile del continente. Nell'Africa si fa convenzionalmente rientrare il Madagascar, il quale però ha solo limitati legami con il vicino continente, sia dal punto di vista fisico sia da quello umano. Lo stesso si può dire per le piccole isole che vi sorgono accanto.

Geologia

L'unità dell'Africa è strutturale, dipende cioè dalla sua costituzione geologica . Il continente è infatti una gigantesca massa di terre che hanno conservato una loro sostanziale integrità strutturale sin dalle origini. Già quando si dice che l'Africa è “immensa e monotona” si definiscono implicitamente, con le sue dimensioni, i suoi lineamenti strutturali. Da questo punto di vista essa richiama altre compatte zolle terrestri: l'Asia siberiana, lo Scudo canadese, quello brasiliano. Ma mentre queste smarginano in zone geologicamente instabili o interessate da più o meno antichi corrugamenti, l'Africa è l'unica massa continentale a non essere stata profondamente intaccata da grandi movimenti tettonici: le uniche zone tormentate si trovano nel settore nordoccidentale, dove si elevano le catene dell'Atlante, formatesi in seguito ai movimenti orogenetici terziari connessi con la geosinclinale mediterranea, e nell'estremo meridione, dove le dislocazioni al di sopra dell'alta scarpata continentale hanno dato origine ai Capidi. Altrove non si hanno corrugamenti, ma cedimenti, subsidenze, fratture; l'elemento tettonico più marcato infatti è costituito dalla grande frattura che si apre nella sezione orientale del continente con andamento meridiano, dal lago Malawi o Niassa alle depressioni etiopiche per proseguire nel Mar Rosso e nelle fosse siropalestinesi: è un elemento assai importante nella geografia africana perché a esso si connette quel vasto sollevamento delle terre orientali e meridionali che portano a riconoscere un'Africa alta e un'Africa bassa. La sua origine si inquadra nella storia geologica del continente, al suo antichissimo legame con la massa asiatica (il continente chiamato Gondwana), legame che sembra confermato dalla continuità geologica esistente al di qua e al di là del Mar Rosso. La formazione della fossa risale ai periodi compresi tra il Mesozoico e il Cenozoico e fu dovuta a un grande inarcamento della crosta con rottura e cedimenti lungo l'asse dell'anticlinale, estesa tra Africa e Penisola Arabica; nella sinclinale opposta si sarebbe contemporaneamente verificato il distacco del Madagascar dal continente. A tale gigantesca frattura si ricollega l'origine degli imponenti vulcani che vi sorgono accanto e che rappresentano le più alte montagne africane, con vertice nei 5895 m del Kilimangiaro; inoltre lungo la fossa si hanno alcuni dei pochi vulcani attivi dell'Africa (Virunga). Gli altri edifici vulcanici (Ahaggar, Tibesti, Jabel Marrah, Camerun) si connettono a più locali ma analoghi fenomeni cratogeni, cioè a fratture che hanno promosso la fuoruscita di magma. L'antichità e l'integrità del continente sono testimoniate dalla presenza di vasti affioramenti di rocce arcaiche (che spiegano la ricchezza mineraria dell'Africa) in prevalenza rappresentate da graniti e gneiss. A esse si sovrappongono su ampie superfici formazioni sedimentarie d'origine diversa: le più diffuse sono costituite da depositi paleozoici arenaceo-argillosi d'origine continentale (come il karroo che copre gli altopiani dell'estremo lembo dell'Africa meridionale) e da potenti stratificazioni di arenarie (come l'arenaria nubica) formatesi per sedimentazione eolica in periodi asciutti del Mesozoico. Tra la fine di quest'epoca e il Cenozoico si verificarono le vaste espansioni laviche dell'acrocoro etiopico e la formazione dei principali massicci vulcanici, mentre nelle aree di subsidenza le ingressioni marine diedero inizio a prolungati processi di sedimentazione. Tutto ciò rivela una storia geologica semplice, con pochi episodi, i più importanti dei quali, ai fini dell'attuale geografia africana, sono rappresentati – oltre che dalle fratture e dalle conseguenti attività vulcaniche – dalla formazione di grandi bacini depressionari che danno un marchio alla superficie del continente e si pongono oggi come basi della ripartizione regionale dell'Africa. I principali sono quelli del Niger, del lago Ciad, del Nilo, del Congo, dello Zambesi e del Kalahari; gli elementi divisori sono in generale bassi e incerti, altopiani tabulari di modesta elevazione e dai limiti non facilmente definibili. Sul fondo di questi bacini si sono in passato accumulati e si accumulano ancor oggi sedimenti lacustri e fluviali che rappresentano perciò i terreni più giovani dell'intero insieme con quelli delle poche pianure che orlano le coste (i delta del Nilo, del Niger ecc.), assai spesso alte e dirupate e quasi uniformemente rettilinee.

Morfologia

La superficie continentale africana rivela già nei particolari motivi morfologici l'antichità della sua origine e la povertà della sua tettonica. Vi prevalgono le formazioni tabulari, gli orizzonti piatti dai quali emergono spesso isolate forme rocciose, gli Inselberge, le “rocce-testimoni”, ultimi residui di antichi processi di peneplanazione che hanno eroso e livellato le maggiori asperità. L'attività erosiva è attualmente regolata quasi ovunque dal meccanismo proprio delle zone sottoposte a temperature elevate, con formazione di versanti ripidi che creano talora forme monumentali. Nel Sahara l'erosione assume aspetti particolari legati al clima arido, al quale si deve il denudamento di vaste superfici rocciose (hamada) in cui risaltano le antiche strutture precedentemente erose; intorno a esse i detriti si allargano a ventaglio formando superfici ciottolose (reg e serir) e, più lontano, quelle sabbiose (erg); nelle zone subaride o predesertiche si hanno invece vaste superfici di dune fossili (qoz) fissate dalla vegetazione. Nell'Africa si trovano anche tracce legate al glacialismo quaternario, limitate alle zone più elevate dell'Atlante e dell'Ahaggar; connessi ai climi umidi del Quaternario sono inoltre molti elementi fossili della morfologia africana, sahariana in particolare: tra questi le spettacolari incisioni del Tassili e gli uidian che evaporando lasciano nelle depressioni caratteristici aloni di depositi salini (chott ecc.).

Clima

Per la sua posizione rispetto all'Equatore l'Africa è il continente a maggiore tropicalità; inoltre, sempre rispetto all'Equatore, si ha una distribuzione zonale, simmetrica a S e a N di esso, delle condizioni climatiche, fatto dovuto essenzialmente all'assenza di rilievi e alla morfologia aperta delle superfici continentali . Nell'arco annuale le condizioni si alternano nelle due parti in rapporto alla situazione zenitale che si instaura d'estate (estate boreale) a N, e d'inverno a S. La zona equatoriale è la più stabile: costituisce cioè la fascia delle “convergenze intertropicali”, dove convergono da NE e da SE gli alisei, attratti dalle basse pressioni che vi si stabiliscono per effetto del forte e costante riscaldamento. Questa circolazione verso l'Equatore è alimentata dalle aree di alte pressioni tropicali, sia marittime sia continentali: le più cospicue di queste ultime sono quelle del Sahara, dove d'inverno si ha un'area di alte pressioni, molto stabile; essa dà origine tra l'altro all'harmattan, il vento che spira d'inverno sull'Africa sudanese attratto dalle basse pressioni che si formano nella regione guineana. Fenomeno analogo, ma più ridotto data la minor estensione delle superfici continentali, si ha nell'Africa australe d'estate, cioè a stagione invertita. Sempre d'estate nel Sahara la situazione si capovolge: le alte pressioni si spostano verso N e ciò richiama aria umida dal golfo di Guinea. A un regime di tipo monsonico è sottoposta l'Africa orientale, esposta agli influssi dell'Oceano Indiano, mentre nell'Africa settentrionale, specie dal Marocco alla Tunisia, si ha un regime mediterraneo, con aree anticicloniche d'estate (sono responsabili dei “venti etesii” che spirano verso le coste africane) e basse pressioni invernali, con afflusso di aria instabile dall'Atlantico. Questo generale meccanismo della circolazione e degli scambi regola fondamentalmente il regime delle precipitazioni. Nella fascia equatoriale esse sono continue, solo con una lieve attenuazione nei mesi invernali o estivi rispettivamente a N e a S; le piogge sono sempre superiori ai 1800 mm, con massimi eccezionali nel golfo di Guinea e in particolare sui versanti del monte Camerun, dove si possono registrare fino a 10.000 mm annui. Piovosità elevata, però tendenzialmente distribuita in stagioni distinte, si ha anche nell'Africa guineana, riparata dalle influenze sahariane e ben esposta alle masse d'aria d'origine oceanica. Sul resto del continente si ha il regime tropicale a due stagioni, ben marcate quanto più accentuata è la tropicalità. La stagione piovosa (che in Africa vien detta “inverno”) inizia con manifestazioni violente, temporalesche, ed è preceduta da una breve stagione piovosa, peraltro molto irregolare (piccola stagione delle piogge). Le precipitazioni sono concentrate nei mesi estivi a N dell'Equatore, in quelli invernali (estate australe) a S. La durata della stagione delle piogge diminuisce allontanandosi dall'Equatore; le precipitazioni maggiori si verificano nel periodo in cui il sole è allo zenit. Quantitativamente si passa dai valori della fascia equatoriale ai 500 mm (isoieta con cui nell'Africa sudanese si fa cominciare il ) e ai 250 mm che rappresentano l'inizio delle zone desertiche; nel Sahara vi sono molte località dove per anni non si verificano precipitazioni. È interessante notare che in tutta l'Africa tropicale le condizioni ambientali derivano non tanto dalla quantità delle precipitazioni quanto dal fatto che sono concentrate in un breve periodo, ciò che costringe la vita vegetale a un particolare adattamento alla siccità prolungata. All'andamento delle piogge si connette il regime delle temperature che, pur variando a seconda delle zone, sono in genere elevate, così da giustificare la fama del continente, e che contribuiscono a rendere spesso disagevole il suo clima per l'uomo bianco, benché il principale fattore repulsivo consista nella forte umidità delle zone equatoriali (fino al 90%). In queste si hanno valori costanti (25-26 ºC) sia giornalmente sia annualmente in rapporto alla nebulosità continua, all'assenza di venti, all'umidità. Nella fascia delle stagioni alternate si hanno valori stagionali e giornalieri più differenziati a mano a mano che si procede lontano dall'Equatore; nelle zone desertiche le escursioni giornaliere giungono fino a 40 ºC. Condizioni termiche mitigate (medie estive sui 25 ºC, invernali sui 13-15 ºC) si hanno nell'Africa settentrionale e nell'estrema punta meridionale del continente, date le loro caratteristiche climatiche di tipo mediterraneo. Sulle condizioni locali del clima influiscono inoltre l'altitudine (sull'Atlante e sui massicci sahariani dell'Ahaggar e del Tibesti possono verificarsi precipitazioni nevose, comuni sulle vette delle grandi montagne equatoriali), la continentalità e, lungo le coste, le correnti marine fredde delle Canarie e del Benguela e quella calda del Mozambico.

Idrografia

Dal punto di vista idrografico la superficie continentale africana è ripartita in pochi ma vasti bacini fluviali, che possono comprendere aree sottoposte a tutte e tre le principali fasce climatiche. La dimensione dei fiumi è dovuta alla struttura dell'Africa, alla sua articolazione morfologica povera. Poiché le terre più elevate si trovano nel settore orientale, la maggior parte delle acque si riversa nell'Atlantico, dove sfocia tra gli altri il Congo, che da solo raccoglie ca. il 60% delle precipitazioni che cadono sul continente. Nell'Atlantico si riversano altri importanti fiumi, tra cui il Niger, che ha un bacino molto esteso ma per gran parte sottoposto a precipitazioni stagionali e quindi con un regime variabilissimo. Molto variabile è anche il regime del Nilo, il quale ha un corso del tutto particolare e lunghissimo (superando i 6.600 km si contende la palma del fiume più lungo del mondo con il Rio delle Amazzoni, la cui lunghezza, però, varia a seconda delle fonti considerate), che porta al Mediterraneo le precipitazioni d'una vasta sezione dell'Africa alta. Il maggior tributario dell'Oceano Indiano è lo Zambesi, che drena le alteterre sudorientali, mentre di minor significato geografico sono gli altri fiumi dell'Africameridionale (quali l'Orange, il Limpopo ecc.). Complessivamente le superfici esoreiche, che per gran parte sono rappresentate dai bacini del Congo, del Nilo e del Niger, sono pari al 46% ca. della superficie africana. Il 13% è costituito da superfici endoreiche, corrispondenti ad alcuni dei più marcati bacini depressionari, in particolare il lago Ciad, che è il residuo di un vasto mare interno di epoche passate, e del Kalahari che scola nel lago Ngami; endoreismi si hanno inoltre in quasi tutta la fossa estafricana. Ancor più estese, data la vastità dei deserti, sono le superfici areiche (41% del totale), nelle quali le scarse ed episodiche precipitazioni non sono in grado di alimentare veri e propri fiumi. In genere i fiumi africani hanno un profilo maturo, con ampi alvei; però la costituzione tabulare del continente fa sì che il loro corso, specie in prossimità delle coste dove si rialza l'orlo dell'altopiano, sia spesso interrotto da rapide e cascate che ostacolano la navigazione: è il caso del Nilo con le sue cateratte, del Niger, dello stesso Congo in prossimità del suo sbocco dalla grande depressione interna. La maggior parte dei laghi africani è di origine tettonica e occupa il fondo delle fosse dell'Africa orientale (laghi Alberto, Edoardo, Kivu, Tanganica, Malawi); è di sprofondamento anche il Vittoria, il più esteso dei laghi del continente, ma occupa una conca preesistente alla grande frattura estafricana. Di sbarramento lavico è il Tana, anch'esso situato nelle alteterre orientali dove vistosi furono i fenomeni vulcanici, mentre nelle zone steppiche e desertiche predominano i laghi chiusi, residuati di antichi laghi più vasti, testimoni di regimi climatici più piovosi, oggi ridotti in pratica a vasti stagni quali il Ciad e gli chotts della regione dell'Atlante. Lo sbarramento del corso di alcuni dei maggiori fiumi africani ha dato infine origine a vasti laghi artificiali tra cui il Nasser sul Nilo, il Volta sul fiume omonimo, il Kariba e il Cahora Bassa sullo Zambesi.

Flora e fauna: quadro generale

L'Africa è la parte di mondo in cui si sono conservate più intatte le passate condizioni della vita vegetale e animale, pur nelle alterne degradazioni determinate dai diversi cicli climatici che hanno suscitato spostamenti da S a N, e viceversa, delle associazioni vegetali. Al carattere conservativo dell'ambiente africano hanno anche contribuito lo scarso popolamento umano e il particolare atteggiamento delle culture africane che hanno sempre cercato di rispettare l'equilibrio ecologico, come fatto determinato anche in senso religioso e ritualistico. Forme vegetali e animali sono presenti in una vasta gamma di specie peculiari che sono il risultato d'un millenario adattamento biologico iniziatosi dall'epoca in cui l'Africa si separò dalle altre masse continentali. Attualmente il deserto sahariano funge da principale elemento divisorio delle specie più tipicamente africane, mentre il Madagascar forma un'area a sé, particolarissima e con pochi elementi in comune con il vicino continente. La regione sahariana, in relazione ai mutamenti climatici, è stata però sempre un confine molto mobile: la fauna oggi stanziata nella fascia sudanese viveva in passato nelle più settentrionali zone desertiche, come è anche documentato dalle incisioni rupestri. Ciò sta a dimostrare come, in un continente così aperto e privo di elementi divisori, il fattore che regola e determina le aree biologiche siano essenzialmente le precipitazioni: ciò accade secondo limiti abbastanza netti, tanto che le isoiete forniscono i principali elementi di delimitazione dei diversi ambienti.

Flora

I vari ambienti in cui è diviso il continente corrispondono, in senso zonale, alla foresta pluviale equatoriale, alla savana arborea, alla savana arbustiva, alla steppa e al deserto, secondo una successione che si ripete nella parte australe e boreale. Oltre il deserto riprendono le steppe, le aree arbustive e infine, agli estremi, le aree mediterranee. La foresta pluviale si estende nel bacino del Congo e nella fascia guineana meglio esposta agli influssi oceanici. Essa appare spesso degradata (vi crescono allora erbe, palme del genere Borassus oppure diverse altre specie gregarie della foresta primaria) e assume il suo maggior rigoglio sulla facciata atlantica del Camerun e del Congo. È generalmente a tre piani, sempreverde, con liane ed epifite, e presenta un gran numero di specie, tra cui essenze pregiate come il mogano, l'ebano e l'okoumé (diffuso nel Gabon), oltre a piante utili come la palma oleifera. Vaste formazioni di mangrovie ingombrano le foci fluviali. Con il venir meno delle condizioni equatoriali la foresta gradatamente s'impoverisce e continua soltanto lungo i corsi fluviali (foresta a galleria) creando dense fasce verdi che si adeguano al reticolo fluviale. Tra esse s'inseriscono le prime formazioni savaniche, prevalentemente arboree (foresta-parco), con radure erbose. Le specie quantitativamente si riducono e tra esse compaiono sia quelle di ambiente equatoriale sia quelle di ambiente tropicale. La savana (brousse in francese e bush in inglese) si fa via via più rada assumendo il suo aspetto caratteristico, con formazioni arboree distanziate, arbusti e radure erbose più o meno estese. Tra gli individui arborei domina sovrano il baobab (Adansonia digitata), una specie che ha larghi margini di adattabilità alla lunga stagione secca propria dell'ambiente savanico. Numerose sono anche le piante spinose e quelle a foglie coriacee, che rappresentano altrettanti adattamenti ambientali; le savane sono poi il dominio delle acacie, che si trovano in numerose specie, anche utili, come l'acacia gommifera (Acacia senegal, hashab in arabo). Procedendo ancora verso zone meno piovose, le specie si fanno accentuatamente xerofile, predominano le specie arbustive, mentre le forme arboree (mimose, tamerici, tamarindi) cercano le sponde o i greti dei fiumi temporanei. Nelle aree predesertiche le specie arboree diventano nane, degradate, e si hanno invece superfici erbose formate da cespi di graminacee come l'alfa ed essenze come lo sparto, l'artemisia ecc., specie a breve ciclo vegetativo caratteristiche del . Nel deserto la vita vegetale si ha solo lungo gli uidian e alla base dei versanti montagnosi; però tra il deserto sahariano e quello australe (Kalahari) le specie sono diverse. Nel primo sono numerose le Euforbiacee, inoltre vi sono specie relitte proprie dell'areale mediterraneo (i cipressi del Tassili, l'ulivo selvatico del Jabel Marrah) insediatesi in epoche in cui la regione era più piovosa. Nelle oasi domina la palma dattilifera, alla cui ombra si possono praticare colture orticole grazie all'irrigazione. Specie vegetali particolari si trovano nell'Africa alta (anche qui molte euforbie) e sulle montagne equatoriali, dove dominano le eriche e specie diverse d'origine sia australe sia boreale.

Fauna

La vita animale si diversifica notevolmente in rapporto a questi ambienti. Essa è limitata, come numero di specie, nella fascia della foresta pluviale, dove tra i mammiferi le specie più peculiari sono le scimmie, tra le quali caratteristico e raro è il gorilla (alcune sottospecie di questo animale, come il gorilla di Cross River è a serio rischio di estinzione); numerosi invece gli insetti, tra cui la mosca tse-tse, che tanta influenza ha avuto nel mantenere rado il popolamento in questo ambiente africano. Le savane sono invece ricchissime di mammiferi, e particolarmente dei grandi mammiferi africani, che trovano abbondante pastura nei vasti spazi erbosi e che rappresentano la preda dei felini (leoni e leopardi), tipicamente africani. Le specie più abbondanti sono quelle degli ungulati (antilopi, gazzelle, zebre ecc.) che si estendono anche verso le fasce aride, subdesertiche, talora con migrazioni stagionali alla ricerca di pascoli e sorgenti. Gli elefanti e i rinoceronti cercano invece gli ambienti savanici dove vi sono fiumi o stagni. Tra gli insetti delle savane assai diffusa è la termite, cui si devono i termitai, elementi imprescindibili del paesaggio africano. Con il Sahara si entra nel dominio degli animali domestici introdotti dall'uomo in epoche anche recenti, come il dromedario, uno dei fattori dell'espansione islamica in Africa e della conquista umana del deserto.

Ambiente

L'intensivo sfruttamento delle risorse, sia di superficie sia del sottosuolo, che è in atto nel continente almeno dall'Ottocento, ha profondamente inciso sull'ambiente africano. Le attività estrattive di minerali grezzi e di risorse energetiche si estendono su tutto il continente, dal Sahara (petrolio) al Sudafrica (carbone, uranio, oro e diamanti), deturpandone spesso il paesaggio ma soprattutto mettondone a rischio i delicati equilibri ambientali. L'incidenza delle attività antropiche si nota anche nella costruzione di gigantesche infrastrutture atte a produrre energia idroelettrica, come testimonia la gigantesca diga di Assuan che, inaugurata in Egitto nel 1970, ha altamente destabilizzato l'ecosistema del basso corso del Nilo, diminuendone fortemente la biodiversità. Altre importanti dighe sono quelle che sbarrano il corso del fiume Orange, in Sudafrica, e, soprattutto, quelle in costruzione in Etiopia (progetto Gibe, da realizzarsi in Etiopia, nella Valle dell'Omo, peraltro a guida italiana) che rischiano di modificare irrimediabilmente una valle dichiarata patrimonio mondiale dell'UNESCO nel 1980. La costruzione di grosse dighe, insieme agli effetti del riscaldamento globale, hanno inoltre determinato un progressivo inaridimento delle zone a ridosso del grande deserto del Sahara, nell'area che va dalla Mauritania sull'oceano Atlantico sino al Sudan e all'Eritrea sull'Oceano Indiano. In questa lunga fascia subtropicale, chiamata sahel, sta progressivamente avanzando la desertificazione; questa potrebbe essere fermata soltanto grazie all'impiego di tecniche di riforestazione le quali, però, richiederebbero una disponibilità di mezzi economici che, allo stato attuale, sono del tutto assenti presso gli Stati dell'area. Nell'Africa equatoriale, oltre all'endemico sfruttamento delle risorse sotterranee (che in molte zone, come nella del Congo, è da collegarsi direttamente anche alla drammatica instabilità politica), da alcuni decenni ha assunto una rilevanza particolare il fenomeno della deforestazione. In Paesi come la Costa d'Avorio, l'estensione della foresta si è ridotta, nel secolo scorso, da 16 a 3 milioni di ettari, e nella Repubblica Democratica del Congo il fenomeno ha assunto dimensioni altrettanto drammatiche. Oltre a mettere in serio pericolo la biodiversità in generale e molte specie animali particolare nello specifico (caso tipico è quello del gorilla di montagna, Gorilla beringei beringei, la cui sopravvivenza è seriamente compromessa), la progressiva riduzione delle aree forestali sta mettendo in seria difficoltà anche molte popolazioni umane dell'Africa equatoriale che, da secoli, hanno sviluppato economie di sussistenza basandosi sull'abbondante flora e fauna prodotta dall'habitat oggi minacciato. Uno dei pericoli maggiori per la fauna africana è costituito dalla caccia, in particolare da quella effettuata al di fuori dei controlli − assai scarsi − effettuati dagli Stati africani. La caccia di frodo ha colpito particolarmente i grandi mammiferi africani, come l'elefante, il rinoceronte nero, i grandi felini (tigre e leone su tutti), molte specie di scimmie antropomorfe ecc. Per tentare di porre un freno alla devastante attività antropica, gli Stati africani hanno creato molte aree protette (oltre 2 milioni di km² soltanto nell'Africa centrale e occidentale), in molte delle quali si sta cercando di imporre un modello turistico più consono al rispetto dell'ambiente e delle culture locali. Ma molte aree, anche se poste sotto la diretta tutela dell'UNESCO, sono a serio rischio ambientale, come ad esempio le 5 aree protette della Repubblica Democratica del Congo (Parco Nazionale di Garamba, Kahuzi-Biega, Salonga, Virunga e la Riserva Naturale dell'okapi), che, sin dal 1994, sono state inserite dall'organismo che fa capo all'ONU nella lista dei Patrimoni in pericolo. A fronte di ciò, il peso dell'espansione demografica e l'esplosione dell'urbanizzazione costituisce un grave problema (tuttora irrisolto) in merito allo smaltimento dei rifiuti, spesso abbandonati in discariche a cielo aperto e quasi mai adeguatamente trattati (con la conseguente, grave, diffusione di malattie epidemiche e l'inquinamento delle già scarse risorse idriche). L'Africa, poi, è stata utilizzata per decenni − e molti scandali attestano che lo sia ancora − come “pattumiera” del mondo industrializzato. Trattandosi di traffici illeciti non sono disponibili dati ufficiali, ma le organizzazioni non governative (ONG) hanno ripetutamente denunciato la presenza in Africa di rifiuti tossici, chimici, scorie nucleari ecc. provenienti dall'Europa e, ultimamente, anche dall'Asia, in particolare dalla Cina.

Cenni antropologici

L'Africa, in particolare quella orientale, ha tuttora un grande significato nella storia del genere umano: qui, infatti, sono stati rinvenuti i più antichi resti fossili antropomorfi (vedi Ramapithecus) e di Ominidi; infatti vi sono largamente rappresentati sia il genere Australopithecus, sia il genere Homo (vedi anche ominazione) nelle sue varie forme fino a quelle dell'uomo moderno. La caratterizzazione dei tipi fisici africani attuali risale, tuttavia, a tempi relativamente recenti: infatti il popolamento dell'Africa da parte di Homo sapiens sapiens si è svolto parallelamente a quello dell'Europa e dell'Asia, durante le fasi media e finale della glaciazione würmiana (da ca. 100.000 anni fa), partendo da ceppi autoctoni del Sahara, secondo alcuni studiosi, o dell'Africa orientale, secondo altri. I primi reperti fossili che presentano caratteri annunciatori delle attuali popolazioni dell'Africa nera risalgono finora a ca. 20.000 anni fa (uomo di Asselar, Sahara), anche se tali caratteri si ritrovano nell'uomo di Grimaldi (Liguria); caratteri boscimani sono evidenti nei più recenti resti scheletrici di Fish Hoeck (Sudafrica), mentre alcuni reperti della Tanzania e del Kenya sembrano mostrare caratteri morfologici degli Etiopidi e dei Niloto-Camiti. Esiste certamente una continuità fra i primi tipi umani e i successivi che popolarono l'Africa, testimoniata dalle manifestazioni di arte parietale anteriori a quelle europee (da ca. 40.000 a 12.000 anni fa) scoperte di recente in varie località della Tanzania; tuttavia un'esatta cronologia non è possibile data la scarsità di reperti ossei riferibili a tale periodo per ora disponibili. Appare comunque evidente un processo di adattamento alle condizioni ambientali postglaciali che ha portato al differenziarsi degli attuali tipi umani riconducibili a tre forme generali: il sahariano, di pelle bianco-bruna; il sudanese, quasi nero; il bantu, bruno scuro. Esistono inoltre alcuni gruppi metamorfici di dubbia collocazione. Da queste forme si sono poi caratterizzati i singoli tipi regionali che attualmente sono numerosissimi. Nella cosiddetta Africa bianca sono prevalenti tre tipi fisici di base a pelle chiara: mediterraneo, arabo e berbero. Essi vivono lungo la fascia costiera settentrionale dell'Africa e fino a poco tempo fa si riconosceva tra loro una distinzione di habitat abbastanza netta: i mediterranei sulla costa, gli arabi nella zona stepposa retrostante, i berberi sulle montagne che corrono all'interno lungo la costa e nel Sahara. Oggi, tuttavia, tali divisioni hanno perso di valore per il progressivo rimescolamento delle popolazioni, per cui addirittura molti antropologi tendono a unificarle in un unico tipo fisico “arabo-berbero”. Nella cosiddetta Africa nera si possono distinguere le popolazioni negroidi in senso stretto, raggruppabili in alcuni tipi di base: cafro o bantu, nilotide, silvestre o paleonegride, sudanese; nonché alcuni gruppi metamorfici in cui prevalgono caratteri somatici europoidi in presenza di pelle molto scura (etiopidi, niloto-camiti, malgasci). Caratteri antropologici a sé stanti presentano i pigmei, i boscimani e gli ottentotti: i primi, un tempo diffusi dal Sudan all'Africa

centrorientale (erano noti ai Romani che li “importavano” dall'Egitto), sono oggi costretti in alcune aree boschive dell'Africa centrale; i secondi, considerati fra i più antichi abitanti delle savane dal Sahara all'Africa meridionale, sono ormai ridotti a poche migliaia d'individui in gran parte ibridati e confinati in un'area ristretta del deserto del Kalahari. Gli ottentotti sono praticamente estinti dall'inizio del Novecento, essendo i pochi superstiti completamente ibridati. La forza espansionista dei bantu, dei berberi e dei niloto-camiti ha provocato profondi rimescolamenti in molti gruppi etnici fin dal sec. X in relazione alle vicende storiche delle singole regioni interessate: in alcuni casi ha portato quasi all'estinzione le popolazioni locali originarie come i pigmei dell'area congolese e i boscimani-ottentotti dell'Africa meridionale. Oggi sono sempre più numerose, nelle regioni costiere dell'Africa orientale e meridionale, le ibridazioni con genti asiatiche, prevalentemente indiani, mentre ancora limitate sono quelle con gli europoidi, più frequenti solo nell'Africa sahariana e sudanese.

Le culture dell’Africa nera

La tipologia culturale dell'Africa è assai complessa e solo nella seconda metà del Novecento sono andate sviluppandosi, grazie all'opera di alcuni studiosi africani ed europei, una ricerca e una ricostruzione sistematiche del passato di popoli e civiltà fino ad allora considerate trascurabili. Dallo studio delle tecniche elaborate per la produzione di armi e arnesi in ferro, di oggetti e statuine in bronzo, risulta che la conoscenza della metallurgia in Africa è assai antica: la datazione di reperti archeologici rinvenuti nell'area guineana, in quella dei grandi laghi e in Etiopia la pone nella seconda metà del I millennio a. C.; il minerale usato (forse di origine meteorica) era ricco di nichel, tanto che nel sec. VIII le città-Stato dell'Africa orientale esportavano pani di ferro, metallo molto richiesto (ci si fabbricava il cosiddetto “acciaio di Damasco”) da arabi, indiani e cinesi. Originale la scultura in blocchi di argilla cotta, di cui notevoli resti sono venuti alla luce nell'area nigeriana e che vengono riconnessi alla cosiddetta “cultura di Ife” fiorita nel I millennio a. C. Autonoma è anche la scoperta dell'agricoltura che si ricollega direttamente a quella del Paleolitico finale sahariano. La scarsità della popolazione in un continente tanto vasto favorì il particolarismo tribale; ciononostante già sul finire del I millennio a. C. si costituirono nell'Africa occidentale e in quella orientale alcune entità statali dalle quali sorsero più tardi potenti regni (Mali Ghana, Songhai, Luba, Monomotapa) la cui struttura sociale era, però, assai diversa da quella di analoghi Stati euroasiatici. Non essendo a quei tempi considerata la terra come oggetto di proprietà privata, il monarca, non di rado con attributi divini (re-sacro), era considerato una sorta di “amministratore” controllato dal consiglio degli anziani; lo stesso potere avevano i capi tribù delle cosiddette chefferie; se le cose andavano male (bastava una semplice calamità) questi personaggi potevano essere messi a morte (regicidio sacro). Tuttavia la storia africana conserva la memoria di grandi sovrani, abili capi militari che assursero a un potere assoluto. Sebbene alcune tribù ammettessero lo stato di servi-schiavi per i prigionieri, non esistevano classi sociali definite e mancava una borghesia mercantile-artigianale. L'organizzazione sociale in origine era probabilmente basata su sistemi matrilineari per classi d'età; eccezionale era la struttura totemica mentre spesso rilevante era la posizione della donna pur nel contesto di una famiglia patriarcale (per esempio le donne potevano avere proprie società segrete). Peculiare lo stato dei bambini, considerati “figli della tribù”, cui tutti dovevano rispetto e protezione fino a quando non entravano a far parte della “società” tramite riti iniziatori che possono apparire, gli occhi di un contemporaneo, a volte crudeli. Particolare la figura dell'uomo-medicina, le cui conoscenze non si limitavano alle cure con prodotti naturali (oggetto di scoperta e studio da parte dell'etnomedicina), a volte assai efficaci, ma anche alla chirurgia (dalla riduzione di fratture alle amputazioni, al taglio cesareo). Ancora poco chiari sono il ruolo e le funzioni degli stregoni, ai quali si riconoscevano poteri di magia nera e che pertanto erano temuti e spesso disprezzati, anche se non di rado utilizzati dai capi tribù per conservare il proprio potere: tale figura viene collegata alle credenze di tipo animistico, forma prevalente di religione delle popolazioni africane. Fino all'epoca coloniale conseguente la suddivisione del continente (sec. XIX), l'economia era basata essenzialmente sull'agricoltura e la pastorizia: le popolazioni delle aree interne dell'Africa sudanese e centrale la praticavano allo stato seminomade con metodi arcaici (agricoltura alla zappa); nelle regioni costiere e nei bacini di alcuni grandi fiumi erano diffuse forme di coltura irrigua e, in alcuni casi, di piantagione. L'allevamento, secondario per gran parte delle etnie, venne diffuso, forse a partire dal sec. XII, dai fulbe nell'area sudanese e dai niloto-camiti nell'Africa orientale, trasmesso poi dai bantu pastori fino all'Africa meridionale. La produzione era, tuttavia, sufficiente a mantenere un buon tenore di vita delle popolazioni che l'elevata mortalità infantile contribuiva a controllare numericamente. In base all'organizzazione socio-economica si tende a classificare le culture dell'Africa nera in alcuni gruppi: la cultura degli “agricoltori” tribali, un tempo seminomadi e strutturati in famiglie patrilineari o matrilineari, diffusa fino a tempi recenti nell'Africa centrale; la cultura dei regni urbani sudanesi (fino alle zone forestali dell'Africa occidentale), in cui l'economia agricola era organizzata da un potere statale ed erano molto sviluppati artigianato e commercio (su questa ebbe un notevole influsso la cultura islamica); la cultura dei bantu pastori che diede origine a potenti regni autocratici (Ganda, Tutsi, Kongo, Luba, Lunda, Zulu ecc.) sia nella Repubblica Democratica del Congo meridionale sia nella regione dei grandi laghi fino all'Africa meridionale; la cosiddetta “civiltà azanica” delle città-Stato dell'Africa orientale. Quest'ultima basava la sua economia essenzialmente sulla metallurgia, l'artigianato e le attività commerciali con attivi scambi sia con l'interno sia con i Paesi arabi, l'India e, forse, la Cina: già prima dei contatti con gli arabi si era trasformata in una civiltà urbana edificando città “in pietra” lungo le coste e persino nell'interno (basti pensare a Zimbabwe); dal sec. VIII possedeva una lingua scritta (swahili) e una propria marineria. Giudicata dagli arabi di livello assai progredito, tanto da esserne influenzati localmente, venne annientata in pochi decenni, dal sec. XV, dai portoghesi. Oggi, dopo decenni di colonialismo e ancor più per influsso del moderno modo di vivere occidentale e dell'arbitraria divisione in Stati non omogenei conseguente la decolonizzazione, le culture africane stanno subendo profondi sconvolgimenti, con vistosi fenomeni di acculturazione diversi da Paese a Paese e con la nascita di una borghesia di tipo europeo. Lo sfruttamento forestale e minerario, che ha portato all'esodo forzato di ingenti masse di popolazione, la diminuzione della mortalità infantile, l'imposizione di forme di economia occidentale hanno creato un sottoproletariato urbano che ha sostanzialmente perso ogni identità etnica. Ma anche nelle regioni interne sono vistose le contraddizioni: accanto alla riduzione della mortalità infantile si registra il diffondersi di malattie un tempo sconosciute (AIDS, Ebola); l'introduzione di nuove forme economiche ha accentuato la deforestazione e lo sconvolgimento dell'ambiente, che a sua volta ha provocato la disgregazione di etnie un tempo numerose e potenti (per esempio Karamojon, Sandé, Acholi), mentre nelle regioni del sahel, nel Sudan e nell'Etiopia si diffonde la morte per fame, fenomeno mai conosciuto in passato nel continente. Se a ciò si aggiungono le guerre locali, l'instaurarsi di regimi militari, nonché imponenti fenomeni di siccità, il futuro della cultura africana si prospetta assai incerto, tanto che alcuni movimenti panafricani progressisti si pongono il problema di come poter fondere gli elementi migliori della cultura occidentale con quelli positivi della tradizione locale.

La dinamica e la struttura demografica

Nel 1650, secondo certe valutazioni, l'Africa accoglieva 100 milioni di ab. divenuti 120 all'inizio del Novecento. Questo bassissimo incremento fu dovuto a fattori diversi: alla staticità della tradizionale economia africana, all'elevata mortalità, alle guerre tribali; sugli sviluppi demografici dell'Africa ha avuto inoltre grandissimo peso lo schiavismo, i cui effetti si valutano facilmente se appena si considera che nel giro di tre o quattro secoli sono stati sottratti al continente ca. 10 milioni di persone, tra l'altro spesso gli individui migliori delle zone razziate. A partire dalla fine del sec. XIX però l'abolizione dello schiavismo, il miglioramento delle condizioni igieniche e sanitarie e di conseguenza la diminuzione del tasso di mortalità hanno determinato il prodigioso incremento della popolazione, aumentati di circa 9 volte nell'arco dell'ultimo secolo. In tale aumento ha avuto sempre una parte trascurabile l'immigrazione dagli altri continenti, in particolare la penetrazione europea. Nella stessa Africa meridionale, la terra più favorevole all'insediamento bianco, e occupata prima dai boeri e poi dagli inglesi, l'elemento europeo è sempre stato una minoranza. Al colonialismo si deve l'immigrazione di popolazioni indiane e asiatiche in generale suscitata, verso le coste orientali, dalle richieste di manodopera nei lavori di piantagione e ferroviari. Non mancano le popolazioni meticce, derivate da unioni tra gruppi diversi di immigrati e tra questi e i neri, numerose soprattutto nella Provincia del Capo (Cape coloureds). Non trascurabile è anche il gruppo “levantino”: greci, siriani e libanesi, che praticano il commercio nei centri principali. Gruppi di francesi, inglesi, italiani, spagnoli e portoghesi vivono e lavorano tuttora negli ex territori coloniali. Il quadro demografico dell'Africa permane comunque caratterizzato da indicatori considerati tipici del sottosviluppo: elevata natalità, con fortissima mortalità infantile; netto divario fra tasso di incremento della popolazione e crescita del prodotto interno. Secondo le stime dell'ONU, nel 2010 la popolazione africana si aggirerebbe, nel complesso, attorno al miliardo di ab., con una distribuzione tendenzialmente sempre più squilibrata a causa sia dei differenziali nei tassi di incremento sia del fenomeno perdurante dell'urbanesimo. Va anche detto che il calcolo demografico non può considerarsi sempre attendibile in un continente dove le rilevazioni censuarie dei singoli Paesi continuano a effettuarsi con scarsa regolarità e frequenza, e in condizioni certamente precarie; a ciò si aggiunge la difficoltà di tenere conto degli effetti sia di calamità naturali, come le crisi di siccità, sia di eventi geopolitici, come le guerre civili, e sono proprio questi avvenimenti che segnano l'andamento demografico del continente insieme al drammatico dilagare dell'AIDS, che proprio in Africa ha la sua massima diffusione. La malattia si presenta, infatti, come fenomeno di assoluta gravità, soprattutto nella parte centromeridionale del continente, capace di modificare gli stessi tassi demografici. Nell'insieme dei Paesi più colpiti, il valore medio della speranza di vita si attesta sui 48 anni, abbassando notevolmente la media nell'arco di un decennio (nel Botswana, per esempio, si è passati da 61 a 47 anni). A causa dell''AIDS sono risaliti tassi di mortalità ed è rallentata bruscamente la crescita demografica complessiva, tanto che si stima che la popolazione dell'Africa alla metà del sec. XXI sarà di almeno 150 milioni di individui meno numerosa di quanto sarebbe stata in assenza dell'infezione. Con tassi di natalità che superano ancora, in molti casi, il 35-40‰, oltre un terzo della popolazione si colloca al di sotto dei 15 anni di età (questa percentuale sfiora il 50% nel caso di Paesi come il Niger, il Mali o il Malawi), nonostante la drammatica incidenza della mortalità infantile, che rimane la più alta del mondo, in molti casi al di sopra dell'80-100‰. E se, dunque, quasi un bambino su dieci, in media, non arriva a compiere il primo anno di vita, a causa della denutrizione e delle malattie, gli altri, specie nell'Africa nera, hanno livelli di vita e di istruzione che non preludono, purtroppo, a un futuro sviluppo delle pur grandi potenzialità del continente. Considerando, poi, che la crescita della popolazione urbana (circa il 40% degli abitanti del continente vive nelle città) supera nettamente quella generale, pur già tanto elevata, si comprende come il valore medio di densità non abbia alcun significato, e non soltanto per la presenza di enormi aree – quelle desertiche e forestali – repulsive all'insediamento. L'urbanesimo africano resta un fattore non di sviluppo, ma di squilibrio, in quanto la città non rappresenta, come in altri contesti, il luogo dell'innovazione e il polo di diffusione dei servizi, ma soltanto un'agglomerazione umana in cui l'avvento indiscriminato dei modelli di consumo esterni determina un forte grado di dipendenza, innanzitutto alimentare. L'aumento del carico demografico è costante e, in assenza della diffusione di nuove tecnologie agricole, se non in aree limitate, esso determina o ulteriore irrazionale consumo di suolo o, per converso, flussi migratori verso le aree urbane, per cui, in molte parti del continente, la superficie coltivabile si è ridotta al di sotto del 50% e si è fortemente accresciuto il numero dei “senza terra”.

La distribuzione della popolazione

La densità media della popolazione nel continente africano è medio-bassa (una stima risalente al 2000 forniva un dato pari a 26 ab./km²). Le popolazioni della vasta area camitica nordorientale sono per gran parte dedite all'allevamento del bestiame su spazi estesi, spesso aridi o semiaridi. La densità nella fascia orientale meno elevata è pertanto molto bassa, così come nella zona pastorale dell'Africa settentrionale. Nell'Africa bianca è però molto diffusa l'agricoltura irrigua, che ha avuto il suo grande “fuoco” di elaborazione lungo l'Egitto, fin dall'antichità sempre fortemente popolato; essa si è diffusa verso S sugli altopiani etiopici e verso W è penetrata fino nel Sahara, dove nelle oasi si hanno piccoli addensamenti umani che integrano l'agricoltura irrigua con lo sfruttamento pastorale dei vasti spazi desertici, praticando cioè il nomadismo. L'allevamento è anche alla base delle genti che vivono nella fascia del , zona critica del popolamento africano malgrado la sua bassa densità, date le oscillazioni climatiche che rendono periodicamente precarie le condizioni di vita e che spingono i nomadi a scontrarsi con le popolazioni sedentarie sudanesi. Nella fascia sudanese si entra nel territorio dell'insediamento fondato sul villaggio e dell'agricoltura itinerante che sfrutta aree savaniche via via diverse e quindi spazi piuttosto estesi. La densità qui vari in funzione della piovosità (le isoiete sono qui linee anche di densità umana), della presenza o meno di fiumi e di rilievi montuosi (Jabel Marrah, monti del Camerun ecc.), dove talora si addensano tribù residuali, anche di rilevante entità numerica. La fascia equatoriale è stata in passato sempre poco popolata e lo è tuttora, a causa soprattutto delle condizioni ambientali ostiche (umidità elevata, insetti nocivi ecc.); ma attualmente è attraversata da linee di traffico, sia fluviali (come nel bacino del Congo) sia stradali e ferroviarie che rappresentano assi di attrazione demografica. Essa costituisce poi l'entroterra di zone costiere popolose, avviate a un ruolo economico di primo piano dal colonialismo. Un tempo infatti tutta la grande fascia costiera dell'Africa era poco popolata se non disabitata: l'imporsi delle civiltà agricole tendeva a popolare le zone savaniche, più aperte, adatte alla coltivazione dei cereali. Con l'avvento dei traffici coloniali e di moderne forme di economia, i centri costieri sono divenuti punti di coagulazione umana e hanno promosso il popolamento delle zone limitrofe. Ciò è accaduto in misura più o meno diversa su quasi l'intero perimetro africano, ma specialmente sulla costa guineana e su quella orientale, dove già gli Arabi avevano fondato vivaci centri commerciali. Sono queste oggi le aree più popolose insieme a quelle meridionali dove, per le felici condizioni ambientali, si è insediato l'uomo bianco, a quelle dell'Africa alta, anch'essa ambientalmente favorevole all'agricoltura e al popolamento, alla fascia nordoccidentale affacciata al Mediterraneo (Maghreb) e alla valle del Nilo: in quest'ultima si registrano le densità maggiori (oltre 800 ab./km², valore che, nei pressi del delta del grande fiume, può raggiungere anche i 3000 ab./km²), mentre nelle altre i valori medi si aggirano sui 50 ab./km².

Le forme tradizionali d’insediamento e l’urbanesimo

Gran parte della popolazione africana vive nei villaggi o in piccoli centri; tuttavia l'urbanesimo, come già accennato, è in fase di vertiginoso sviluppo, soprattutto nei Paesi dove l'economia è più vivace e moderna. Da questo punto di vista perciò si hanno differenze notevoli: si passa da una percentuale di popolazione urbana attorno al 5-10% dei Paesi sudanesi al 48% della Nigeria e della fascia guineana, ai valori ancora superiori del Sudafrica (61%). Quantunque oggi sia in fase di profonda decadenza, il villaggio rappresenta egualmente l'imprescindibile elemento della geografia del continente. In esso si esprime tutta la civiltà africana nelle sue motivazioni sociali, economiche, religiose. Non esiste un villaggio tipico e si può dire che ogni gruppo etnico abbia proprie forme d'insediamento. Tra i popoli allevatori, gran parte dei quali praticano il nomadismo (o il seminomadismo, come nel caso dei tuaregh del Sahara e dei masai dell'Africa orientale), l'abitazione è mobile o provvisoria e, se si escludono i nomadi dell'area maghrebina che usano la tenda quadrata di tela, prevale in genere la capanna emisferica. Tra i bantu meridionali e i niloto-camiti il villaggio temporaneo è costituito da capanne che si raccolgono intorno a uno spiazzo circolare (kraal) dove di notte è raggruppato il bestiame: il villaggio tende cioè a chiudersi in se stesso, a isolarsi e distinguersi nello spazio insoluto. Così come tendenzialmente chiuso è il villaggio degli agricoltori delle savane: anche là vi è uno spiazzo centrale, e una palizzata recinge le capanne accanto alle quali sorgono più piccoli edifici, tra cui soprattutto i granai per la conservazione del miglio. Ogni gruppo familiare dispone di una o più capanne in relazione al predominante carattere poligamico della famiglia; l'organizzazione comunitaria è alla base di tale schema circolare di villaggio, che forma appunto un'unità compatta. Raramente il villaggio africano tradizionale assume dimensioni e caratteri d'una città, benché sia esistito un urbanesimo anteriore al colonialismo, come nel caso delle antiche città degli yoruba in Nigeria. Però l'urbanesimo nelle sue espressioni più vicine a quello moderno nasce con i contatti tra mondo africano e islamismo e tra mondo africano e mondo europeo. La sua origine è in pura funzione commerciale, quindi non originali della civiltà africana. Agli intensi traffici transahariani tra Maghreb e Africa sudanese si deve la nascita delle città lungo il fiume Niger (come Gao, Tombouctou, Djenné ecc.), nelle quali si ritrovano i motivi propri dell'urbanesimo islamico benché spesso splendidamente elaborati in modo nuovo; ai traffici marittimi lungo le coste orientali va ascritta l'origine delle città arabe affacciate sull'Oceano Indiano, dove sorsero poi i primi empori commerciali portoghesi sulla via delle Indie. Con il definitivo imporsi delle potenze europee si ha tutta una fioritura di nuovi centri sulle coste occidentali, ancor oggi testimoniati dagli antichi nuclei delle moderne città dove si trovano forti (uno dei più noti è quello di Elmina nel Ghana, la vecchia Costa d'Oro) ed edifici che ripetono l'architettura europea, soprattutto portoghese, inglese e francese. Lo sviluppo dei traffici arricchì e potenziò certi sovrani locali, i quali diedero anche vita a un urbanesimo che rappresentò una commistione tra motivi europei e tradizione africana (come la vecchia Porto-Novo nel Dahomey, l'odierno Benin). Gli sviluppi moderni dell'urbanesimo iniziano però soltanto nel Novecento in seguito alla costruzione di strade e ferrovie destinate a collegare i porti e le città costiere con le aree di sfruttamento agricolo o minerario dell'interno. L'intensificarsi delle attività commerciali e di sfruttamento di tipo coloniale portò alla formazione di città europee, che i colonizzatori hanno voluto comode, simili il più possibile a quelle della madrepatria: questo urbanesimo, importato dall'Europa, ha poi finito con attrarre un diverso urbanesimo, quello africano, rifugio delle popolazioni che hanno ricreato intorno al nucleo europeo l'ambiente d'origine, talora le stesse capanne del villaggio nativo, conservando una certa fedeltà ai legami tribali. La città africana è così composita, diversificata, poco organica, con quartieri distinti (quartieri bianchi o quartieri indiani, al centro, quartieri africani ognuno sede d'un gruppo tribale alla periferia). Inoltre essa continua a essere economicamente ancora priva di mezzi per risolvere i problemi sociali delle sue numerose masse d'immigrati; la bidonville è tipica espressione dell'urbanesimo africano di oggi, un fenomeno veramente incontrollabile, portentoso se appena si pensa che gran parte delle maggiori città africane hanno raddoppiato o triplicato la loro popolazione nell'arco degli ultimi 30 anni. In Sudafrica l'urbanesimo, una delle più tipiche espressioni del regime di imposto dai bianchi, nasce con un volto più razionale, moderno, americaneggiante; nell'Africa settentrionale un caso unico è Il Cairo, la cui popolazione viene stimata, per l'agglomerato urbano, attorno ai 16 milioni di abitanti, cifra che la rende la più popolosa città africana, diretta espressione della concentrazione demografica della valle del Nilo.

Economia: generalità

Collocare l'economia africana nel paradigma generale del sottosviluppo significa operare una semplificazione scarsamente rispondente alla realtà: di fatto il “modello africano”, oltre che estremamente composito, si rivela soprattutto diverso da ogni altro che possa ricadere entro quel paradigma . Le origini di tale diversità vanno ricercate nella struttura territoriale antecedente al periodo coloniale, in cui le vie di comunicazione erano assai più estese e connesse di quanto oggi si possa pensare, sia nell'Africa sahariana sia nell'Africa nera, e dunque la mobilità della popolazione assai maggiore, con la formidabile incidenza del nomadismo; e l'organizzazione politica si fondava non su Stati “nazionali”, bensì su numerosi imperi (dal sahel allo Zimbabwe) dai confini fluttuanti, inevitabilmente aperti alle influenze multietniche e centrati su città, con funzioni religiose, militari ed emporiali, situate nelle regioni interne. Il colonialismo, nell'arco di appena un secolo, ha totalmente ribaltato questa struttura: l'esigenza di tracciare confini politici netti ha costruito un mosaico irrazionale, mentre l'opportunità di drenare risorse per trasferirle nei Paesi colonizzatori ha determinato lo spostamento dei baricentri urbani lungo le coste, frazionando la rete delle comunicazioni in una serie di tronchi (in particolare ferroviari) di penetrazione verso le aree dello sfruttamento minerario e dell'agricoltura di piantagione. Ne è conseguita, con la progressiva sedentarizzazione della popolazione, quella forte spinta all'urbanesimo che, esplosa dopo la decolonizzazione, ha sottratto ingenti masse umane all'economia di sussistenza (che garantiva regimi alimentari non certo ricchi ma sufficientemente equilibrati) per generare, in cambio, un rigonfiamento artificioso del settore terziario, fatto di circuiti viziosi del commercio al dettaglio nelle periferie delle grandi città e, soprattutto, di apparati burocratici e militari al servizio di governi instabili, rivolti in maniera discontinua a perseguire modelli collettivistici estranei alla cultura locale o all'opposto, ma in casi più rari, modelli liberisti privi di basi produttive. Le grandi piantagioni e i giacimenti minerari venivano, nel primo caso, nazionalizzati, con evidenti perdite di efficienza, e, nell'altro, restavano nelle mani delle residue minoranze europee, continuando il drenaggio delle risorse. A ciò si aggiungevano, dagli anni Settanta, ripetute calamità naturali, con crisi di siccità che colpivano in particolare il sahel, accelerando i processi di desertificazione e accentuando la tendenza al sovrappopolamento, evidenziata dal rapporto fra crescita demografica e stasi - o addirittura contrazione – produttiva. Gli stessi interventi tesi a realizzare sistemi irrigui (per esempio, nella Nigeria settentrionale), a promuovere la stabilizzazione o il trasferimento delle popolazioni rurali (Etiopia, Tanzania) o a impostare la programmazione economica (Zambia, Zimbabwe) non sono riusciti a entrare in contatto con le realtà locali. Il mutamento del quadro geopolitico mondiale, fra gli anni Ottanta e Novanta, ha inoltre determinato una caduta di interesse per il ruolo strategico di alcuni Stati africani (dall'Angola a quelli del Corno d'Africa, alla Repubblica Democratica del Congo), mentre la crisi economica mondiale contribuiva anch'essa a ridurre l'impegno nelle attività di cooperazione. Le aspettative di industrializzazione, condizione essenziale per riequilibrare la bilancia commerciale e soddisfare la domanda di consumi proveniente soprattutto dalle città, continuano a essere frustrate da fattori negativi come la scarsità di capitali, l'obsolescenza degli impianti esistenti, la debole capacità di iniziativa dei governi e la mancanza di manodopera specializzata. Continuano a prevalere pertanto, oltre alle semplici prime lavorazioni di prodotti agricoli e minerari, gli impianti di assemblaggio con parti componenti importate che, per gli elevati costi di approvvigionamento e la pratica impossibilità di inserirsi nella concorrenza internazionale, devono rivolgersi al solo mercato interno, troppo debole per consentirne l'innovazione e l'espansione. A fronte di una crisi apparentemente senza vie di sbocco, peggiorata ulteriormente negli anni Ottanta, quando la gran parte degli Stati africani si è trovata nell'impossibilità di arginare un debito estero ormai soverchiante, gli organismi internazionali (Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale) hanno impostato, dagli anni Novanta, una strategia non più meramente assistenziale, subordinando i loro aiuti all'adozione, da parte dei governi, di interventi di tipo strutturale (SAP: Structural Adjustement Programme). Tale strategia, se ha comportato la drastica riduzione dei finanziamenti improduttivi, spesso destinati alla realizzazione di progetti sovradimensionati e di sola immagine (valga come esempio la costruzione della nuova capitale della Costa d'Avorio Yamoussoukro, al posto dell'antica Abidjan), e aperto la strada alla liberalizzazione delle singole economie statali, si è tuttavia tradotta, forzatamente, in politiche di svalutazione monetaria, che hanno decisamente accresciuto, nel breve periodo, il disagio sociale, colpendo soprattutto quanti erano riusciti ad assicurarsi un reddito fisso e aggravando, con ciò, la già drammatica situazione occupazionale. Per contro, i vantaggi teorici rappresentati da una maggiore capacità esportatrice sono stati di fatto annullati da un duplice ordine di situazioni oggettive. In primo luogo, la gran parte degli Stati esporta i medesimi beni: alimentari (qui va positivamente sottolineato come sia stata avviata da Mali, Kenya, Botswana e alcuni altri, la valorizzazione del patrimonio zootecnico), materie prime agricole e minerarie. In secondo luogo, tali beni presentano quasi tutti scarsa elasticità, per cui la diminuzione dei prezzi non si traduce necessariamente in aumento della domanda. Pertanto, escludendo i Paesi petroliferi e, in generale, quelli dell'Africa mediterranea e australe, definita come "utile" anche per gli evidenti motivi geopolitici, gli altri, ponendosi tutti come potenziali venditori, hanno visto ridursi i proventi delle esportazioni e, di conseguenza, peggiorare ulteriormente i propri bilanci. A conferma di ciò, anno dopo anno, la graduatoria mondiale costruita su un dato a sua volta di difficile calcolo, ma considerato sinteticamente espressivo delle condizioni socio-economiche generali, ovvero il reddito pro capite, vede (2008) ben 17 Stati africani fra gli ultimi 20, con il valore minimo, di soli 55 dollari per lo Zimbabwe, mentre il primo posto continentale è occupato dalla Libia (8100 dollari). Sono venute meno, inoltre, situazioni “storiche” ereditate dall'epoca coloniale: nella sezione nordoccidentale, un tempo soggetta al dominio coloniale e poi all'influenza economica francese, contestualmente alla svalutazione del franco CFA (evento traumatico, poiché la parità fissa di questa moneta, ufficiale in ben 14 Stati, rispetto al franco francese era garantita fin dal 1948), si gettavano nel 1994 le basi, a Dakar, di una comunità economica e monetaria (UEMOA, Unione Economica e Monetaria Ovest-Africana), forma di integrazione sostanzialmente nuova, se è vero che la ben più ampia Organizzazione dell'Unità Africana (OUA), in oltre un quarantennio e pur essendosi progressivamente ampliata a tutti gli Stati del continente (salvo il Marocco, uscito nel 1984), non è riuscita a promuovere iniziative di qualche apprezzabile concretezza in campo economico, neppure dopo la sua trasformazione, nel 2002, in Unione Africana (UA). L'accento dell'attività dell'organizzazione rimane, infatti, puntato sui temi della pace, della democrazia e della stabilità politica. Anche sotto questo profilo, tuttavia, l'UA non è riuscita ad andare oltre l'invio di osservatori nelle situazioni più delicate, utilizzando un apposito fondo per la prevenzione e la soluzione dei conflitti. In alcuni casi, come nell'ambito della crisi umanitaria e politica che ha investito la regione del Darfur, l'UA ha anche inviato propri militari. Ma la scarsa coesione politica dei Paesi membri e le difficoltà logistico-finanziarie nel coordinare le operazioni rendono di fatto questi interventi insufficienti o non risolutivi. In ogni caso, gli equilibri politici africani appaiono, all'inizio del sec. XXI, sempre più nettamente divaricati fra una polarità di tipo economico, nel Sud, e una di tipo culturale e religioso, nel Nord del continente. Nell'Africa meridionale, il processo di democratizzazione del Sudafrica, ormai libero dalle sanzioni internazionali dopo l'abrogazione delle leggi razziali e la reincorporazione dei bantustan ha restituito unità e propulsione al grande potenziale economico di quel Paese, con un ruolo strategico rispetto all'intero emisfero australe, come dimostra l'ingresso (1994) della stesso Sudafrica nella Comunità per lo sviluppo dell'Africa del Sud (SADC), istituita nel 1992 e che vede la partecipazione di 15 Stati, con l'obiettivo dell'unificazione doganale. L'assegnazione dei Campionati Mondiali di calcio del 2010 ha sancito, all'atto pratico ma anche da un punto di vista simbolico, il riconoscimento della comunità internazionale dei progressi compiuti dal Paese dell'Africa australe. Nel bacino del Mediterraneo l'integralismo islamico e le posizioni politiche estreme sembrano compromettere gli equilibri economico-politici dell'Algeria e della Libia, indebolendo quelle relazioni che, auspicabilmente, avrebbero dovuto favorire l'avvicinamento fra Africa settentrionale ed Europa, come dimostra la crisi diplomatica scatenatasi nel 2010 tra Libia e Svizzera. Viceversa, le drammatiche situazioni della Somalia, costantemente vittima di una perdurante guerra civile, del Mozambico, dove all'inizio degli anni Novanta è stato siglato il capitale accordo tra Frelimo e Renamo, le due fazioni che hanno animato una delle più cruente guerre civili del continente, e, in seguito (1996), della Repubblica Democratica del Congo (ex Zaire), con l'espulsione di centinaia di migliaia di profughi, rigettati nel Ruanda, e di questo stesso Paese che ha conosciuto, sempre negli anni Novanta, lo spaventoso genocidio dei tutsi operato da genti di etnia hutu, hanno creato un vuoto nel centro del continente, distruggendo i pochi punti di riferimento che la cooperazione internazionale, con tutti i suoi limiti, aveva tentato di stabilire. Frattura che si estende all'Africa guineense con la ripresa di nazionalismi esasperati (Liberia) e di conflitti per le frontiere (fra Nigeria e Camerun); la stessa Nigeria è tuttora consumata in una lacerata guerra civile nella zona del delta del fiume Niger. All'Africa nera, venute meno le aree di influenza occidentale e socialista, manca sempre più un punto di riferimento geopolitico, anche se, negli ultimi anni, la Cina sta tentando di egemonizzare l'area, soprattutto in vista dello sfruttamento delle ingenti risorse naturali, che neppure i grandi Stati sono in grado di rappresentare: non la Nigeria, dilaniata da un improbabile federalismo che ha moltiplicato a dismisura il numero delle unità politiche interne; non la Repubblica Democratica del Congo, avviata a una ripresa dello sviluppo in senso liberistico che, tuttavia, rischia di tornare a coinvolgerlo nella logica dello scambio ineguale di materie prime contro semilavorati e prodotti finiti; non Kenya, Tanzania e Zambia, attratti nell'orbita sudafricana. Mentre la fame continua a rappresentare il problema più immediato e l'irrigidimento delle barriere politiche l'ostacolo maggiore all'integrazione regionale, emergono – peraltro – nuove interpretazioni del sottosviluppo africano che, accanto al retaggio coloniale di un ruolo squilibrato e perdente nella divisione internazionale del lavoro, sottolineano le formidabili potenzialità naturali e culturali del continente, oggi tagliato fuori dai processi di globalizzazione ma, in una rinnovata prospettiva di sviluppo sostenibile, grande riserva per il mondo intero.

Economia: agricoltura

L'adozione di forme esasperate di monocoltura e la progressiva riduzione dei tempi riservati ai maggesi forestali hanno comportato la degradazione dei terreni e il conseguente impoverimento delle popolazioni locali, dedite a un'agricoltura di sussistenza. Solo nei territori che, per le loro più favorevoli condizioni climatiche e ambientali, si prestavano all'insediamento degli europei (Repubblica Sudafricana, Zimbabwe, Kenya) l'agricoltura ha assunto forme più razionali e variate, come pure in Algeria e Tunisia, con l'introduzione dell'agrumicoltura, della viticoltura, dell'olivicoltura ecc. Altrove si è determinata, invece, una netta separazione tra colture destinate all'esportazione (cacao, caffè, tè, cotone, canna da zucchero, frutta tropicale, semi oleosi) e colture rivolte all'alimentazione locale (essenzialmente cereali e tuberi: manioca, batata), le prime – che spesso incidono per l'80-90% sulle esportazioni dei singoli Paesi – soggette alle fluttuazioni dei prezzi sui mercati internazionali, le seconde sempre meno in grado di coprire i fabbisogni della popolazione. Bassissima è infatti la produttività consentita dalle tecniche tradizionali di sfruttamento del suolo, rimaste in molte aree immutate nel corso dei secoli e caratterizzate da forme itineranti e dal dissodamento di boscaglie per mezzo di incendi. Anche l'allevamento, soprattutto nelle zone della savana e della steppa predesertica, è legato ancora oggi alla transumanza stagionale, tipica di una pastorizia nomade e seminomade, costantemente oppressa dalla scarsità di acqua e di pascoli, che nei periodi di siccità comporta spesso la morte di decine di migliaia di capi di bestiame. Ne consegue una forte depressione anche in questo campo, per quanto il patrimonio zootecnico africano risulti tutt'altro che trascurabile per numero di capi. Esso non trova tuttavia un adeguato riscontro nella produzione di carne e latticini, fatta eccezione per le regioni ad agricoltura più evoluta, dove la resa del bestiame macellato si avvicina alle medie europee. Mentre in passato il problema della fame non si poneva in Africa con la gravità di altre aree sottosviluppate, esso è andato assumendo proporzioni drammatiche, accentuando una tendenza manifestatasi sin dagli anni Sessanta, quando l'incremento del prodotto nazionale lordo risultava, per vari Paesi, già inferiore all'accrescimento della popolazione. Negli ultimi decenni del Novecento il tasso medio annuo di incremento della produzione agricolo-alimentare per l'intero continente africano (esclusa la Repubblica Sudafricana) è andato progressivamente diminuendo e, tenuto conto del tasso di incremento demografico, i valori risultano ormai globalmente negativi. Il regresso è stato generale, ma non uniforme, risultando particolarmente accentuato per l'Africa centrale e per quella occidentale, comprendenti la fascia del più duramente colpita dalla siccità. Complessivamente per i soli cereali si calcola che il tasso di autosufficienza alimentare sia molto diminuito e le previsioni per il futuro sono ancora più preoccupanti, data la difficoltà di attuare con sollecitudine un'adeguata politica in questo settore; è necessario, inoltre, bloccare un processo che ha comportato dissodamenti selvaggi a spese della foresta e della savana, favorendo l'avanzata dei deserti e, conseguentemente, la perdita di superfici agricole. Tuttavia, poiché approssimativamente solo metà dei terreni agricoli africani viene effettivamente coltivata, le linee di sviluppo indicate dalla FAO e da altri organismi internazionali tendono non più, come in passato, ad ampliare la superficie agricola, ma a realizzare un migliore utilizzo dei suoli e a incrementare la produzione, attraverso l'impiego di fertilizzanti, di sementi selezionate, di impianti irrigui, intensificando inoltre la lotta contro i parassiti e perfezionando i sistemi di conservazione dei prodotti. La scarsità dei mezzi finanziari e le forti difficoltà derivanti dalle condizioni ambientali e dal ritardo tecnologico tendono però a rallentare i programmi di sviluppo e di diversificazione delle colture, non consentendo di ridurre la dipendenza dall'estero per l'approvvigionamento di prodotti agricolo-alimentari. Per far fronte al problema, anche a fronte delle recenti e ripetute crisi di siccità, sempre la FAO ha organizzato un sistema informativo satellitare capace di controllare l'andamento dei cicli vegetativi a scala continentale e, soprattutto, di prevedere eventuali nuove crisi: ciò consente, se non altro, di stimare la situazione complessiva dell'offerta alimentare in relazione alle condizioni bioclimatiche e di programmare interventi sia, dove possibile, nel quadro delle tecniche colturali, sia degli aiuti internazionali. Completano il panorama del settore primario le ingenti risorse forestali, specie nella fascia equatoriale, solo parzialmente utilizzate per le difficoltà di trasporto. Nuova attenzione viene poi dedicata alla pesca, tradizionale attività delle aree rivierasche interne, fluviali e lacuali, ma oggi sempre più intensamente praticata nei ricchi banchi atlantici, intensamente sfruttati fino a rischiarne il depauperamento.

Economia: risorse minerarie, industria e comunicazioni

Il problema di ridurre la dipendenza dalle oscillazioni di prezzo delle materie prime sui mercati mondiali e di utilizzare le risorse all'interno del sistema produttivo africano si pone anche per i minerali, che, in virtù della loro grande abbondanza e varietà, avrebbero potuto costituire la base di un ben diverso sviluppo industriale. Per il momento l'Africa rimane un grande mercato di approvvigionamento per i Paesi industrializzati che attingono alle sue enormi risorse: dalla bauxite, principale ricchezza della Guinea, al ferro, che abbonda in Liberia, Mauritania e Sudafrica, al rame, di cui sono grandi produttori mondiali Zambia e Repubblica Democratica del Congo, mentre lo Zimbabwe dispone di ingenti riserve di cromo, minerale di cui il Sudafrica è, di gran lunga, il maggior produttore mondiale. L'Africa, inoltre, detiene il primato per l'estrazione di oro (ancora con il Sudafrica) e diamanti (con il Botswana, primo produttore mondiale). Notevole anche la produzione di manganese, di cui sono ricchi il Sudafrica e il Gabon, Paesi che, insieme al Niger e alla Namibia, forniscono circa un terzo del quantitativo mondiale di uranio. Nigeria e Libia figurano tra i grandi produttori mondiali di petrolio, seguiti dall'Egitto e dall'Algeria e, a maggiore distanza, da Angola e Gabon. Nei primi anni del sec. XXI secolo i Paesi africani hanno contribuito aumentato sia la produzione (negli ultimi anni si producono oltreoltre salita a oltre 10 milioni di barili al giorno) sia la quantità di riserve comprovate. Il dato è significativo, soprattutto se si tiene complessivamente alla produzione petrolifera mondiale per ca. l'11%, una percentuale di discreto rilievo, tenuto conto che, nel 1960, l'Africa partecipava alla produzione mondiale con una quota inferiore meno deall''1%. Anche lo sfruttamento degli idrocarburi gassosi ha avuto un rapido sviluppo soprattutto in Algeria, il Paese africano che maggiormente si è impegnato a utilizzare i proventi petroliferi per avviare un vasto processo di industrializzazione. Per quanto anche gli altri Paesi ricchi di materie prime tendano a creare le basi strutturali per il superamento del carattere “primario” delle loro economie e per affrancarsi dalle ex potenze coloniali, il processo di industrializzazione è stato sinora rallentato da molteplici fattori di arretratezza: insufficienza delle infrastrutture, scarsità di capitali e di manodopera qualificata, ristrettezza dei mercati nazionali ecc. Non sono comunque mancate le iniziative e, a fianco delle poche e modeste industrie tradizionali di trasformazione dei prodotti agricoli e di raffinazione dei minerali, sono sorti i primi impianti metallurgici, meccanici, chimici e petrolchimici, gli oleodotti che portano il petrolio greggio dai pozzi dell'interno ai porti d'imbarco, i gasdotti e un numero crescente di raffinerie costiere. Un ulteriore sintomo positivo è rappresentato dalla nascita, seppure ancora sporadica, di piccole industrie locali: richiedendo modesti investimenti ed avvantaggiandosi della competitività legata ai bassi costi del lavoro, esse potrebbero rappresentare – come accade in molte aree sottosviluppate del mondo intero – l'innesco di un modello finalmente autopropulsivo, che tuttavia necessita di un consolidamento del mercato interno. L'Africa rimane comunque il continente meno industrializzato, in cui la produzione di manufatti ha una quota di partecipazione alla formazione del prodotto interno lordo molto bassa. La distribuzione geografica è, viceversa, tutt'altro che omogenea, poiché oltre l'80% del potenziale industriale si concentra in pochi Paesi, con al primo posto il Sudafrica, seguito dai Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, la Nigeria e il Kenya. I fattori di localizzazione si fondano, oltre che sulla presenza di materie prime agricole e minerarie, sulla forte producibilità di energia idroelettrica; si calcola, tuttavia, che questa abbia raggiunto appena un quarto delle capacità disponibili, nonostante la realizzazione di alcune opere colossali come le dighe di Akosombo sul Volta (1965), di Aswân sul Nilo (1971), di Inga sul Congo (1972) e di Cahora Bassa sullo Zambesi (1974). La costruzione di nuovi impianti idrici tende anche a promuovere l'irrigazione di vaste aree agricole, favorendo inoltre la navigazione fluviale. Benché al settore delle comunicazioni e dei trasporti siano destinate consistenti quote degli investimenti, la situazione rimane precaria. La rete stradale africana è in gran parte costituita da piste, mentre solo in misura molto ridotta le strade sono praticabili tutto l'anno. Sono allo studio o in via di realizzazione i progetti di alcune grandi arterie stradali: la Transafricana (da Mombasa nel Kenya a Lagos in Nigeria), la Transaheliana (da Dakar nel Senegal a N'Djamena nel Ciad), la Trans-est-africana (da Gaborone nel Botswana al Cairo in Egitto), la Costiera (da Lagos in Nigeria a Nouakchott in Mauritania) e la Transahariana, praticamente ultimata. Sono state anche costruite nuove linee ferroviarie, senza tuttavia eliminare le carenze di un tracciato nel quale, a parte eccezioni come quella rappresentata dal Sudafrica, permane una drammatica carenza di estensione; la rete ferroviaria è costituita inoltre da diversi scartamenti, essendo una diretta espressione della politica economica coloniale. Tra le opere più notevoli figurano la Transcamerunese, aperta nel 1974, la Tan-Zam (Tanzania-Zambia) nel 1975, la Transgabonese e la Kinshasa-Ilebo che attraversano la Repubblica Democratica del Congo (moltissimi Stati sono tuttora privi di ferrovie). I maggiori progressi nel settore delle comunicazioni sono stati compiuti nei collegamenti aerei, che hanno risolto il problema delle immense distanze rompendo, inoltre, l'isolamento delle zone di più difficile accesso. Insoddisfacenti sono invece i risultati conseguiti nel settore dei trasporti fluviali e marittimi. Per quanto le vie d'acqua interne rappresentino, per molte zone, le uniche vie di comunicazione, solo il Nilo e il Congo registrano un apprezzabile movimento di merci e passeggeri. Nonostante l'ampliamento e l'ammodernamento di vari porti e la costruzione di nuovi scali commerciali, le attrezzature portuali risultano insufficienti, provocando forti ritardi nell'imbarco e nello sbarco di merci. Sui Paesi africani gravano inoltre le tariffe imposte dalle compagnie di navigazione extracontinentali che monopolizzano i commerci marittimi. Solo pochi Stati dispongono infatti di una sia pur modesta flotta mercantile, fatta eccezione per il Sudafrica e per la Liberia, nei cui registri navali sono iscritti natanti di diversa nazionalità (bandiera-ombra), consentendole di occupare fittiziamente il primo posto nella graduatoria dei trasporti marittimi mondiali. Inoltre, l'endemica instabilità politica della Somalia ha favorito, in questi primi anni del Duemila, la ricomparsa dell'annoso fenomeno della pirateria che infesta il Mar Rosso e, in particolare il golfo di Aden, con pesanti ripercussioni anche sulla capacità ricettiva dei porti dell'intero Corno d'Africa. Nonostante il continuo sviluppo internazionale degli scambi, il commercio estero africano rappresenta solo una minima aliquota dell'interscambio mondiale. Soltanto l'aumento consistente del prezzo di alcune materie prime, il petrolio su tutte, ha permesso ad alcuni Stati africani di mantenere attiva la bilancia commerciale, con il limite massimo della Libia, che ha chiuso il 2008 con un attivo di oltre 50 miliardi di dollari. Gli scambi si svolgono prevalentemente con i Paesi occidentali. I rapporti tra numerosi Stati africani e l'Unione Europea sono stati regolati per lungo tempo dalla Convenzione di Lomé, entrata in vigore il 1º aprile 1976, più volte rinnovata, che assicurava preferenze tariffarie garantendo le importazioni dai Paesi associati e la cooperazione finanziaria e tecnica europea. Alla fine degli anni Novanta, però, sotto l'attacco di numerosi economisti, nonché dei tribunali internazionali dell'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), questa convenzione è stata superata dalla Convenzione di Cotonou, siglata nel 2000, che prevede, tra l'altro, la creazione di aree di libero scambio tra i Paesi UE e i 69 sottoscrittori partner, tra cui molti africani. Forme di collaborazione finanziaria si sono stabilite anche tra l'Africa e altre aree geografiche: nel 1975 i Paesi arabi produttori di petrolio hanno dato vita alla Banca Araba per lo Sviluppo Economico dell'Africa (BADEA), mentre già dal 1966 era operativa la Banca per lo Sviluppo Africano (ADB), cui partecipano 53 Paesi del continente. Le relazioni commerciali interne al continente risultano deboli per i motivi già citati: insufficienza e scarsa connessione delle reti di comunicazione, precarietà quando non conflittualità dei rapporti politici, scarsa complementarità ed anzi frequente duplicazione dei settori rivolti all'esportazione. Si sono registrati tuttavia, negli ultimi decenni del Novecento, alcuni eventi positivi nella direzione della creazione di aree di cooperazione economica e di libero scambio, a partire dall'avvicinamento tra Paesi anglofoni e francofoni. Nel 1975 è stata istituita la Comunità Economica dell'Africa Occidentale (CEDEAO), di cui fanno parte 15 Stati della regione dopo che la Mauritania ne è uscita nel 2002: a partire dal 1993, essi hanno concentrato gli sforzi per l'accelerazione del processo di integrazione economica e politica. Nel 1992, pur se preceduta da un accordo preliminare del 1979, è la costituzione della SADC, Comunità di Sviluppo dell'Africa Meridionale, che si prefigge di coordinare le politiche economiche dell'Africa australe, giustapponendosi e completando le attività dell'Unione Africana.

Esplorazioni

La conoscenza dell'Africa è sempre cominciata dal Nord; il suo stesso nome significativamente lo indica. Esso deriva, infatti, da una voce fenicia, poi ripresa dai Romani, che indicava la regione dei loro antichi approdi presso Cartagine. Ai Greci si deve invece la denominazione di “Etiopia” che indicava le terre sconosciute abitate da genti di “pelle nera e lucida”. Per gli arabi l'Africa cominciava al di là del Sahara. Essi furono veramente i primi a penetrare profondamente nel continente e ciò in rapporto alla loro vocazione spaziale e universalistica, ai loro mezzi di spostamento (dromedario) adeguati al superamento di vasti spazi aridi. Prima degli arabi si ebbero infatti solo rapide e incerte incursioni da parte degli Egizi, dei Greci e dei Romani, di penetrazione periferica, e ciò perché i grandi spazi, specie quelli forestali, si ponevano come insormontabili ostacoli. La penetrazione araba cominciò a partire dal sec. VII, pochi anni dopo la morte di Maometto. Conquistata rapidamente l'Africa mediterranea, gli Arabi si spinsero poi nel Sudan occidentale raggiungendo il Niger e la zona del lago Ciad, mentre nell'Africa orientale toccarono, in occasione dei traffici con l'Oriente, i centri economici affacciati all'Oceano Indiano (Mogadiscio, Mombasa, Zanzibar, Sofala ecc.). Nel Medioevo l'esplorazione delle coste occidentali africane divenne per gli europei una viva necessità per poter aprire una via di comunicazione marittima con l'Oriente; è di questo periodo (1291) la sfortunata spedizione dei fratelli Ugolino e Guido Vivaldi, scomparsi con la loro nave nelle acque dell'oceano nel tentativo di circumnavigare l'Africa. Ma è solo nel sec. XV che i naviganti europei arrivarono sulle coste atlantiche dell'Africa; furono dapprima i portoghesi a tentare la via delle Indie attraverso la rotta di SE, spinti in ciò dal loro sovrano Enrico il Navigatore. Nel 1434 Gil Eannes doppiò capo Bojador; alla morte di Enrico (1460) i portoghesi avevano raggiunto la Sierra Leone. Nel suo primo viaggio (1482-83) Diogo Cão scoprì la foce del fiume Congo e nel 1485, durante il suo secondo viaggio, giunse a toccare capo Cross; nel 1488 Bartholomeu Diaz toccò per primo il “capo delle Tempeste”, in seguito ribattezzato capo di Buona Speranza, giungendo fin sulla costa orientale dell'Africa, alla foce del Rio do Infante, oggi Great Fish River. Nel 1497-98 Vasco da Gama costeggiò l'Africa, passò il capo di Buona Speranza e risalì la costa orientale fino a Melinde, l'odierna Malindi, dirigendosi poi a Calicut, in India. La via delle Indie era così aperta e il commercio transahariano tra il Sudan e il mondo arabo subì un duro colpo per la competitività della via commerciale marittima. Nel 1506 Fernão Soarez e João Gomez d'Abreu sbarcarono nel Madagascar. Nei secoli successivi portoghesi, inglesi, francesi e olandesi intensificarono viaggi e traffici e solo verso la fine del Settecento ebbe inizio la sistematica esplorazione dell'interno dell'Africa. L'iniziativa era in mano a società geografiche o a singoli pionieri, con scopi prevalentemente scientifici: uno dei principali obiettivi era la scoperta delle sorgenti dei maggiori fiumi. Nel 1770 lo scozzese J. Bruce, partito da Massaua, visitò le sorgenti del Nilo Azzurro; tra il 1795 e il 1805 un altro scozzese, Mungo Park, compì due viaggi lungo il Niger, fiume raggiunto anche dal tedesco Hornemann partendo dall'Egitto (1798-1801). Nel 1822 gli esploratori D. Denham, W. Oudney e H. Clapperton, partiti da Tripoli, attraversarono il Sahara raggiungendo il lago Ciad. Il Sahara fu esplorato successivamente dal francese R.-A. Caillié, che partito dalle coste della Sierra Leone raggiunse Tombouctou e di qui si portò in Marocco, e dai tedeschi H. Barth, G. Rohlfs e G. Nachtigal. Nell'Africa australe sono note le esplorazioni del missionario scozzese David Livingstone che, nel corso di tre spedizioni tra il 1849 e il 1873, scoprì il lago Ngami, percorse tutto il bacino dello Zambesi facendo conoscere le cascate Vittoria e toccò i laghi Niassa, Tanganica, Mweru e il fiume Lualaba. Nel 1871 a Ujiji avvenne lo storico incontro con lo statunitense Henry Stanley, inviato alla sua ricerca . Con la scoperta delle sorgenti del fiume Congo per opera di Livingstone e di Stanley, ebbero termine le grandi esplorazioni dell'Africa australe. Rimaneva ancora però la regione etiopica, alla cui esplorazione contribuirono molti italiani, tra cui G. Massaia, R. Gessi, C. Piaggia, G. Casati e V. Bottego che, tra il 1892 e il 1897, esplorò il corso dei fiumi Omo e Giuba. Da ricordare ancora le esplorazioni di K. Peters, considerato il fondatore del dominio coloniale tedesco. Con la fine del sec. XIX si chiude l'epoca eroica e avventurosa degli esploratori, per lasciare il posto a spedizioni scientificamente organizzate e dotate di grandi disponibilità di mezzi.

Preistoria

La preistoria africana è soprattutto caratterizzata dalle più antiche manifestazioni di attività strumentale di cui si abbia conoscenza, e i cui resti sono stati rinvenuti in Africa orientale e nel Sudafrica. I più antichi strumenti su ciottoli basaltici rinvenuti nella regione di Hadar (Etiopia), sono datati a oltre 2,5 milioni di anni; quelli della valle dell'Omo (Etiopia), ricavati da piccoli ciottoli di quarzite, sono datati intorno a 2,4 milioni di anni. A queste prime industrie, generalmente attribuite ad Homo habilis, seguono in epoca di poco posteriore i complessi scoperti nei livelli inferiori di Olduvai (Tanzania), di Melka Kunture (Etiopia) e a Koobi Fora (Kenya), cronologicamente compresi tra 1,8 e 1,5 milioni di anni fa. L'Acheuleano antico africano, che subentra a una fase evoluta dell'Olduvaiano, ha una grandissima diffusione, estesa praticamente a tutta l'Africa meridionale, orientale e settentrionale. Ai bifacciali caratteristici si associano, e in taluni siti sono predominanti, particolari strumenti su scheggia con distacchi bifacciali e margine tagliente trasversale all'asse del supporto, noti con il termine francese di hachereaux. Con l'espressione Middle Stone Age si designa una lunga epoca della preistoria africana che segue l'Acheuleano finale e comprende oltre al Paleolitico medio anche una parte del corrispondente Paleolitico superiore europeo. Riferibili al Paleolitico medio sono alcuni complessi di industrie scheggioidi paragonabili al Levalloisiano e al Musteriano europei, come quelle venute in luce in Egitto nell'oasi di El Khârga o in Tunisia a Sidi Mansour, mentre, nel resto dell'Africa, l'industria di Fauresmith del Kenya, il Sangoano dell'Uganda (datato a ca. 40.000 anni) e altre hanno tutte carattere locale. Un'industria che si differenzia dal Musteriano (con datazioni carbonio 14 comprese tra 40.000 e 32.000 anni) è l'Ateriano, con le caratteristiche cuspidi peduncolate, diffuso in quasi tutta l'Africa settentrionale e nel Sahara e trovato solo raramente (Aïn Meterchem, Sidi Mansour, Taforalt) in posizione stratigrafica. Nella grotta di Hagfet et-Tèra in Cirenaica è stata segnalata una successiva deposizione di industrie di tipo musteriano e paleolitico superiore. Con il Pleistocene finale, in Africa fioriscono una quantità di industrie litiche che si differenziano più o meno da quelle del Paleolitico superiore europeo. Ben noto è il Capsiano diffuso in Algeria e Tunisia con i caratteristici chiocciolai in cui sono stati ritrovati gusci di uova di struzzo e numerosi reperti di pietra e osso lavorati. Parallelamente al Capsiano, ma con distribuzione geografica limitata alla zona costiera, si svolge l'Iberomaurisiano, la cui origine è forse più antica del Capsiano e risale a ca. 9000 anni a. C. In Egitto si evolve una cultura locale detta Sebiliano; nell'Africa centro-meridionale il cosiddetto Capsiano del Kenya è seguito dall'Elmenteitiano; più diffuso è lo Stillbayano, nel quale si riconoscono varie fasi e che si evolve in aspetti di tipo mesolitico quale il Magosiano. Culture ormai neolitiche sono, nell'Africa centro-meridionale, il Wiltoniano e lo Smithfieldiano, che associano all'industria litica la prima ceramica, e in Somalia l'Eibiano; nell'Africa settentrionale si diffonde un Neolitico di tradizione capsiana. Quasi tutte le culture meso-neolitiche si prolungano nel tempo: con il Neolitico, infatti, si arresta la preistoria dell'Africa. Fiorisce in questo periodo nell'Africa settentrionale, nel Sahara e nell'Africa australe l'arte rupestre con una magnifica produzione di figurazioni incise e dipinte, ma è difficile riconoscere nei resti della cultura materiale ulteriori evoluzioni verso la civiltà dei metalli. Il continente africano, che era stato così fertile per le più antiche manifestazioni culturali, alle soglie della storia mostra, in quasi tutte le sue regioni, un lungo attardamento culturale. Fa eccezione l'Egitto dove, nella pianura e nel delta del Nilo, fiorisce il Neolitico di El Faiyûm, Deir Tasa, Merimde, civiltà precocemente agricole con capanne e sepolture; vengono poi l'Eneolitico di El Badâri, e infine l'Amraziano, il Cerzeano e il Maadiano del periodo predinastico che rapidamente porta, verso il 3000 a. C., alla prima dinastia faraonica.

Storia: l’Africa settentrionale

La conoscenza del continente da parte dei popoli europei era limitata alla parte settentrionale fino al sec. XV quando i portoghesi sbarcarono in alcune zone costiere e risalirono la foce di qualche fiume. Separate dall'area desertica del Sahara le due Afriche ebbero vicende storiche diverse, e limitati furono le infiltrazioni e i contatti fra i due blocchi chiamati per consuetudine Africa bianca e Africa nera. La storia dell'Africa settentrionale si è sviluppata nel corso dell'antichità intorno all'Egitto e a Cartagine. L'Egitto inferiore in periodo predinastico ha forse ricevuto qualche apporto dal Vicino Oriente; è però certo che, unificato intorno al 3200-3000 sotto il primo faraone, ha creato nel corso di 30 secoli (cioè fino al 341 a. C.) una propria civiltà, che si sviluppò in forma autonoma e si diffuse nel bacino orientale del Mediterraneo con influssi sulla Grecia e su Roma. I concetti di Stato e di regalità di origine divina elaborati dall'Egitto faraonico furono assorbiti dalla civiltà occidentale e dal regno di Kūsh-Napata-Meroë, che ebbe con l'Egitto strettissimi rapporti e costituì il punto di contatto tra l'Africa settentrionale e quella subsahariana. Costituitosi intorno al 2000 a. C. tra i rilievi prossimi alla quarta cateratta del Nilo, il regno di Kūsh fu conquistato (sec. XIX a. C.) da Sesostri III della XII dinastia. I faraoni affermarono solidamente il dominio su tutto il regno ed ebbe così inizio una reciproca influenza fra le due zone dell'Africa, testimoniata dall'identità di organizzazione statale e dalla quasi identità di culto (a Kūsh furono venerate praticamente le stesse divinità conosciute dagli Egiziani). Dal sec. IX a. C. si ha poi notizia di un regno di Napata a valle della quarta cateratta, fondato probabilmente da un capo egizianizzato di Kūsh, i cui sovrani estesero progressivamente la loro autorità sull'Egitto assumendo il titolo di re di Kūsh ed Egitto (XXV dinastia detta cuscita, che regnò tra il 715 ca. e il 663 a. C.). Il contrattacco egiziano, la distruzione (591 a. C.) di Napata, la fuga dei sovrani di Meroe a S della quinta cateratta portarono sempre più all'interno l'influsso egiziano. Il regno di Meroe infatti, che godette di un periodo di grande splendore e civiltà, non si limitò a ricevere la civiltà egiziana ma l'assorbì, la rimodellò e la trasmise alle popolazioni sahariane e nere con cui venne in contatto. L'influenza dell'Egitto si estese perciò in tutta la regione nilotica, verso la Nubia sudanese e sulla vicina Asia; l'agricoltura fu, per gran parte dell'Africa, frutto dell'esperienza egiziana. Cartagine invece, la cui potenza si sviluppò circa 20 secoli dopo l'Egitto e 10 dopo Kūsh, fu essenzialmente uno Stato militare e commerciale, limitò le sue conquiste, nel territorio dell'attuale Tunisia, allo stretto indispensabile per procurarsi risorse alimentari e si protese soprattutto verso il Mediterraneo. Tra i sec. V e III a. C. i Cartaginesi, raggiunto un elevato grado di potenza economica e militare, controllavano la Sicilia, la Sardegna e la Corsica, nonché i traffici tra il Nordafrica e i principali porti europei del Mediterraneo occidentale. Fu proprio la mediterraneità di Cartagine a provocare lo scontro con Roma e a portare gli Europei praticamente per la prima volta in Africa; l'influenza dei Greci, che intorno al 630 a. C. avevano fondato la colonia di Cirene, era stata infatti molto modesta. Nel corso di più di un secolo (264-146 a. C.) dopo tre logoranti guerre, Roma riuscì a battere definitivamente l'avversaria. Estesa la propria sovranità su un ristretto territorio (l'attuale Tunisia nordorientale) chiamato Provincia di Africa, Roma affermò la propria influenza sui territori nordafricani (Numidia, Mauritania) attraverso accordi con capi locali. Le difficoltà sorte nei rapporti con questi capi e le vicende dell'Egitto indussero Roma a portare l'intero Nordafrica sotto la propria sovranità (46 a. C.-42 d. C.) e a estendere il proprio controllo su tutto il Mediterraneo. Pur considerando l'intera area con un criterio economico unitario (sviluppo dell'agricoltura per il rifornimento di derrate alimentari), Roma dette alle varie parti del Nordafrica ordinamenti giuridici differenti e usò per l'Egitto una diversa politica da quella adottata per le regioni maghrebine. Per la prima volta l'intero Nordafrica si trovò sotto un'unica sovranità e sotto un unico tipo di civiltà. Del dominio romano restano molti monumenti, ma nessuna traccia nelle lingue, nelle religioni, negli ordinamenti, nei costumi. Il diminuito controllo per l'indebolimento del potere centrale, ma soprattutto l'invasione dei Vandali, iniziata nel 419 d. C., misero praticamente fine al dominio romano, che ebbe tuttavia, almeno formalmente, un successore nell'Impero di Bisanzio. Giustiniano infatti cacciò i Vandali (534 d. C.) riaffermando per più di un secolo, con efficacia diversa da zona a zona, la sovranità di erede di Roma. In realtà Bisanzio si preoccupò di inviare un governatore solo in Egitto e in Tunisia ma, soprattutto in questa regione, la sua autorità fu debole, tanto che nel corso di 70 anni gli Arabi (639-709) conquistarono e sottomisero l'intera Africa settentrionale. A differenza delle precedenti invasioni, quella araba ha influenzato profondamente l'Africa dall'Egitto al Maghreb; specie dopo la seconda invasione (sec. XI) gli Arabi hanno fatto della grande area un territorio quasi completamente islamizzato. Arabismo e islamismo devono considerarsi da oltre 12 secoli a questa parte i fattori fondamentali e duraturi della storia del Nordafrica dove, se l'unità politica è stata precaria, si è mantenuta una comune tradizione culturale e religiosa. I califfi omayyadi e abbasidi riuscirono a tenere relativamente sotto controllo l'immensa regione per un certo periodo di tempo, ma dovettero poi cedere il potere a dinastie locali che, ancor prima della fine del califfato abbaside (1258), si resero praticamente indipendenti. Tra il 1517 e il 1574 l'intera Africa settentrionale, a eccezione del Marocco, passò sotto la sovranità o semisovranità dell'Impero ottomano. Fu questo il periodo aureo delle cosiddette reggenze barbaresche controllati da corsari, i cui capi furono spesso Europei caduti prigionieri dei musulmani e convertitisi per sfuggire alla condizione di schiavi. Il sec. XVI fu lungamente dominato dalla lotta tra le potenze cristiane d'Europa, la Turchia e le reggenze barbaresche, lotta che si concluse con l'eliminazione delle basi della Spagna, la più tenace avversaria di Turchi e corsari. Iniziata la decadenza turca nel sec. XVII, le reggenze, pur continuando ad accettare i governatori inviati da Costantinopoli, si resero sostanzialmente indipendenti. Della decadenza turca approfittarono infine gli Stati europei per insediarsi nei territori nordafricani: la Francia in Algeria (1830), in Tunisia (1881) e in Marocco (1912), l'Inghilterra in Egitto (1881), l'Italia in Libia (1911), la Spagna, che già aveva occupato le cosiddette Plazas, in Marocco (1912).

Storia: l’Africa subsahariana

Mentre l'Africa mediterranea partecipava, con contributi decisivi, alla storia della civiltà europea, l'Africa subsahariana, con la sola eccezione dei regni di Meroë e di Aksum, costituiva quasi un continente a sé stante, separato dal Sahara e dagli oceani dal resto del mondo; essa restava fuori dalle grandi direttrici della storia, né Cartaginesi, né Romani, né Bizantini superarono il Sahara (solo una spedizione inviata da Nerone penetrò nell'interno a S di Khartoum): essi furono in contatto soltanto con Meroe e Aksum. Fondato tra la fine dell'era volgare e l'inizio dell'era cristiana da gruppi semitici, che già nei secoli precedenti erano giunti dall'Arabia sudoccidentale, lo Stato di Aksum ebbe un periodo di splendore tra i sec. IV e VI d. C.: erede diretto ne fu l'Impero d'Etiopia, l'unico duraturo Stato africano a S del Sahara. Potente militarmente e per commerci, Aksum era in rapporto con l'Arabia e l'India; ai suoi porti sul Mar Rosso facevano capo Romani, Bizantini e lo stesso regno di Meroe (dove infatti si ritrovano nell'arte figurativa elementi di chiara influenza indiana, dovuti probabilmente ad artigiani giunti da Aksum attraverso i suoi porti sul Mar Rosso). Altri Stati si formarono nell'Africa occidentale immediatamente a S del Sahara. Alle loro origini si trovano per lo più gruppi berberi e arabi provenienti da N o da E e, dopo il sec. XI, capi autoctoni convertiti all'islamismo. Si trattava sempre di regni di chiara impronta africana, che avevano ricevuto e rielaborato alcuni elementi culturali derivanti dalle civiltà egiziana, nubiana o araba, retti da una monarchia a carattere sacro. Il Ghana, fondato sembra nel sec. IV d. C., raggiunse alla fine del sec. VIII l'apogeo sotto una dinastia sudanese, conquistò i popoli vicini e fu centro di rapporti commerciali internazionali che gli procurarono immense ricchezze. Songhai (sec. XV-XVI) e Bornu-Kanem furono fondati da immigrati e si basarono su un concetto di Stato mutuato dagli Arabi, mentre il Mali subì direttamente l'influenza del Ghana che aveva sconfitto e a cui si era sostituito. A S o a lato di questi Stati si trovavano i regni pagani (Senegal, Mossi-Dagomba, Haussa, Yoruba, Benin, Denkera, Ashanti), che in alcuni casi avevano una vera e propria organizzazione statale, nonché varie città-Stato – soprattutto centri di scambi commerciali completamente indipendenti – sorte in alcune zone del golfo di Guinea (Begho, Bono Manso, Gongia). In Africa orientale troviamo i regni di Buganda, Kitara, Toro, Ankole, il più antico dei quali risale ai sec. XIII-XIV; fondati da pastori di razza etiopica, diedero più tardi origine (sec. XVII) ai regni del Ruanda e Burundi. I pastori, collettivamente noti con il nome di Huma, costituivano la casta dominante rispetto alla popolazione autoctona bantu e l'autorità era basata sul numero dei capi di bestiame posseduti. Gli scavi dello Zimbabwesettentrionale hanno poi testimoniato la ricchezza del regno di Monomotapa (sec. XV-XVII) che, fondato da Mutota, re del centro conosciuto come il Grande Zimbabwe, fiorì grazie allo sfruttamento delle miniere aurifere e ai commerci con mercanti asiatici. Occorre inoltre ricordare, nell'area Congo-Angola, il regno del Congo, sviluppatosi intorno al sec. XV, e i regni Luba, Lunda e Kuba, formatisi tra i sec. XVI e XVII nell'area dell'odierna Repubblica Democratica del Congo. Infine, in un periodo più recente, troviamo in Africa meridionale il regno degli Nguni Zulu (sec. XVIII) da cui, nella prima metà del sec. XIX, si staccò un gruppo che fondò il regno di Ndebele (odierno Zimbabwe). Si tratta di regni appartenenti al Medioevo africano, rivalutato e rivendicato dagli studiosi africani che, tesi alla conquista di una coscienza nazionale, a essi ricollegano direttamente l'attuale storia del continente. Gli studi su questo periodo sono perciò ancora completamente aperti, le teorie tradizionali vengono messe in discussione dagli Africani che d'altra parte, proprio per essersi accostati solo relativamente di recente a questi problemi da un nuovo punto di vista, sono ancora in fase di ricerca. Non si sa inoltre se la situazione di fronte a cui si trovarono i viaggiatori europei che nel 1800 esplorarono l'Africa centrale rispecchiasse il reale sviluppo del continente o fosse frutto dell'involuzione di una civiltà di cui, pur attraverso frammentarie notizie, è possibile avere un'idea generale. Le società tribali, poco evolute, il grande spopolamento delle regioni centrali, l'incomunicabilità tra un gruppo e l'altro farebbero pensare che l'influsso degli imperi sia stato nullo; non bisogna però dimenticare quanta importanza abbia avuto a questo proposito la tratta degli schiavi che, seminando ovunque disordine e paura, ha fortemente contribuito all'isolamento. La tratta assunse a partire dal sec. XVII proporzioni rilevanti: la quasi totalità degli schiavi fu trasportata verso le colonie americane, al cui sviluppo economico hanno notevolmente contribuito. Accurati calcoli hanno valutato intorno ai dieci milioni di persone il traffico di schiavi dall'Africa verso tutte le direzioni dal 1451 al 1870.

Storia: l’intervento europeo

Mentre l'Africa centrale rimaneva esclusa dalle grosse direttrici del traffico commerciale e di esplorazione, le coste furono sistematicamente esplorate a partire dal 1434 quando i portoghesi, superato il capo Bojador, nel corso di pochi decenni, risalirono dal Marocco, per la via del Capo, sino alla Somalia (1497-98). inglesi, francesi, olandesi seguirono la via indicata dai portoghesi, tutti limitando la loro attività alle coste. Unica eccezione al sistema delle fattorie e degli scali costieri fu la colonia olandese del Capo che, fondata nel 1652, divenne poi la base di un più vasto dominio, passato nel 1815 alla Gran Bretagna, mentre le basi costiere furono poi il punto di partenza della spartizione dell'Africa, iniziata tra il 1879 e il 1884 da Belgio e Germania. L'attività di queste ultime provocò la reazione di Gran Bretagna, Francia e Portogallo, cui si aggiunsero poi Italia e Spagna, che tra il 1879 e il 1914 posero l'intera Africa, a eccezione dell'Etiopia e della Liberia, sotto sovranità europea. Si formarono così blocchi unitari, come quello francese dell'Africa occidentale ed equatoriale e quello inglese, sintetizzato nella frase “Cairo-Capo”. L'isola di Madagascar, la cui storia si è svolta con scarsi contatti con l'Africa, fu occupata dalla Francia, il Belgio assunse il controllo del Congo, mentre la Germania occupò Togo, Camerun, Africa del Sud-Ovest (odierna Namibia), Tanganica. Al Portogallo rimasero le vecchie colonie dell'Angola, del Mozambico, della Guinea, alla Spagna modesti territori dell'Africa occidentale (Sahara Spagnolo) ed equatoriale (Río Muni), mentre l'Italia acquistava Eritrea e Somalia. Con l'eccezione della Cairo-Capo, realizzata completamente soltanto dopo la seconda guerra mondiale con l'occupazione del Tanganica in forma di mandato, gli altri grandi progetti (imperi trasversali francese, tedesco, portoghese) non furono realizzati. Gli urti prodottisi fatalmente tra le grandi potenze portarono sia a regolamenti generali (Conferenza di Berlino, 1885) sia a gravi crisi internazionali (Fascioda, 1898), sia infine a intese bilaterali (accordo franco-inglese, 1904). La conquista europea dell'Africa non era terminata alla vigilia della I guerra mondiale, al termine della quale le colonie tedesche, occupate da truppe anglo-francesi, furono assegnate dalla Società delle Nazioni a Gran Bretagna, Francia e Belgio come mandati. Al termine del conflitto, la “corsa all'Africa” riprese, ma si trattò in genere di aggiustamenti e rettifiche di confini, accompagnati da un più intenso e sistematico sfruttamento economico delle terre occupate. Unica eccezione l'Italia, che nel 1936 occupò l'Etiopia annettendola ai propri domini coloniali, poi del tutto perduti nel corso della seconda guerra mondiale (1940-43).

Storia: l’Africa dopo la II guerra mondiale

La II guerra mondiale, proprio perché aveva direttamente coinvolto numerosi popoli e Paesi africani, che per la prima volta, di fronte alle necessità belliche, erano stati presi in diversa considerazione dalle potenze coloniali ed erano stati mobilitati con un certo impegno, aveva costituito per questi un'importante tappa sulla via della presa di coscienza del ruolo che avrebbero potuto svolgere sulla scena internazionale. Dopo la guerra, le élite africane tesero quindi a una completa autonomia con diritto di autodecisione. Anche per questo fallì il tentativo della Francia che, con la formula dell'Unione francese, tentò di tenere legate a sé le colonie, equiparandole alla Francia come territorio d'Oltremare. Si giunse invece alle prove di forza dell'Africa settentrionale con la logorante guerra algerina (1954-62) mentre nel 1956 Tunisia e Marocco ottenevano l'indipendenza. Un tentativo di dare nuovo vigore al principio dell'Unione francese, compiuto nel 1958 con la creazione della Comunità francese, fallì due anni dopo. Nel 1960 infatti 14 Paesi dell'area francofona ottenevano l'indipendenza, mentre già nel 1958 la Guinea aveva rifiutato di far parte della Comunità. Si può affermare che proprio nel 1960 il fenomeno della decolonizzazione avesse raggiunto la massima estensione; in quello stesso anno infatti anche il Congo otteneva l'indipendenza dal Belgio mentre la maggior parte delle colonie inglesi aveva già raggiunto l'autonomia nell'ambito del Commonwealth, attraverso il quale la Gran Bretagna, assecondando i movimenti autonomistici, ha mantenuto con i nuovi Paesi un legame più o meno forte.

Storia: il neocolonialismo

Parallelo al processo di decolonizzazione, e in stretto rapporto con esso, si è sviluppato il fenomeno del neocolonialismo, cui la nuova generazione africana ha tentato di reagire opponendosi ai legami di dipendenza tra l'economia locale e quella delle vecchie potenze coloniali e alle nuove ingerenze politico-economiche di varia provenienza. Si tratta di problemi che si sono presentati ai vari governi in modo diverso, così come molteplici sono le strade intraprese dai vari Stati africani, alla cui storia si rinvia per avere un panorama più completo del periodo successivo alla decolonizzazione. Della tendenza alla costituzione di forme associative dirette a tutelare l'autonomia e gli interessi dei Paesi africani sono espressione, in particolare, l'Organizzazione dell'Unità Africana (OUA) e varie organizzazioni economiche a livello regionale e internazionale, come l'Organizzazione Comune Africana e Mauriziana (OCAM), la Comunità Economica dell'Africa Occidentale (CEAO) e la Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale (CEDEAO). Nel corso degli anni Settanta, il quadro storico-politico e istituzionale dell'Africa è stato caratterizzato da avvenimenti e da sviluppi di notevole peso e significato. Il fenomeno di sfaldamento dei regimi civili di tipo presidenziale autoritario, evidenziatosi a partire dal 1963 con il colpo di stato nel Togo e accentuatosi negli anni seguenti con l'assunzione del potere da parte dei militari in molti dei nuovi Stati, finiva per coinvolgere tra il 1970 e il 1975 anche Paesi come il Ciad, l'Etiopia, il Madagascar, il Niger, il Ruanda, l'Uganda, e statisti come Ḥāylasellāsē I, Diori, Tsiranana, che sembrava dovessero essere risparmiati dal grave sisma. A fronte di questa anomala tipologia militare (giustificabile peraltro sotto un profilo di temporanea gestione di “salute pubblica”) sta l'evento storicamente assai rilevante della decolonizzazione portoghese che, tra il 1974 e il 1975, portava all'indipendenza di tutti i territori continentali e insulari amministrati da Lisbona. La caduta di questo plurisecolare bastione coloniale aveva riflessi determinanti in tutta l'Africa australe, ponendo in crisi le due repubbliche razziste, quella della Rhodesia (che infatti, dopo un convulso periodo politico, il 18 aprile 1980 diveniva Repubblica indipendente nell'ambito del Commonwealth con la nuova denominazione di Zimbabwe) e quella Sudafricana. Alle indipendenze delle ex colonie portoghesi si aggiungevano quelle delle isole Comore (1975; a eccezione di Mayotte che, per decisione della sua popolazione, nel 1976 assunse il nuovo status di “Collettività territoriale” della Repubblica Francese), delle Seicelle (1976) e del territorio di Gibuti (1977), tutti entrati a far parte dell'ONU e dell'OUA. È un fatto che il peso politico dell'Africa è notevolmente cresciuto negli anni Settanta: si è accentuata la differenziazione politica tra Stato e Stato; la battaglia contro il neocolonialismo ha conosciuto vittorie e sconfitte; è salito in primo piano il tema specifico del razzismo. In poco più di un decennio il continente nero è entrato nel vivo del confronto internazionale. Scarsa incisività però dimostrava l'OUA, sorta dal precedente e naufragato sogno del panafricanismo, non riuscendo a promuovere la solidarietà tra gli Stati membri anche perché ispirata al principio del non intervento nella politica interna dei suoi associati. Negli ultimi decenni del XX secolo, al contrario, si accentuavano divisioni e lacerazioni, rimanendo la situazione del continente ampiamente tributaria dell'organizzazione istituita all'epoca coloniale, con frontiere artificiose, predominio dell'islamismo al Nord, frattura tra Paesi anglofoni, francofoni e lusofoni, predominio degli spazi costieri e delle città a detrimento delle zone interne e delle aree agricole, colpite da una povertà diffusa e da un persistente esodo rurale che favorivano massicci fenomeni d'inurbamento. Un'eredità economica, istituzionale e politica inadeguata ai problemi dello sviluppo e della convivenza all'interno e tra gli stessi Stati africani era causa dell'esplodere di tendenze centrifughe etniche, religiose, culturali, di guerre civili e lotte sanguinose che dilaniavano il continente. Ad accrescere il quadro di instabilità interveniva oltretutto la fine del confronto planetario tra USA e URSS con conseguente ritrarsi del blocco sovietico che in Africa aveva giocato un ruolo di primo piano. Un caso eclatante, in questo senso, era rappresentato dal crollo del regime etiopico di Menghistu che, privo del sostegno russo, si rivelava facile preda di una resistenza armata in grado di conquistare la capitale Addis Abeba (1991). L'uscita di scena del dittatore dava inoltre soluzione anche all'annosa questione dell'indipendenza dell'Eritrea e comportava l'avvio di un nuovo assetto costituzionale in Etiopia. Non altrettanto però avveniva in Somalia, dove l'insurrezione popolare del 1991 contro il gruppo di potere raccolto intorno a Siad Barre si trasformava immediatamente in un drammatico confronto tra i vari clan presenti nel Paese. Iniziava così una nuova rovinosa guerra civile che distruggeva lo Stato, facilitava la separazione del Nord-Ovest (l'ex Somaliland britannico) e non trovava sbocchi neppure dopo l'energico intervento delle truppe dell'ONU (1992-1995). D'altra parte la decolonizzazione prima, il tramonto del neocolonialismo poi e infine il ritiro dei due massimi contendenti della guerra fredda (nonché quello più graduale della Francia, già principale potenza neocoloniale) lasciavano un vuoto da cui scaturivano conseguenze decisive per i destini dell'intero continente. Si rafforzava infatti, in connessione con gli sviluppi della globalizzazione economica, il ruolo degli organismi economico-finanziari internazionali, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario, garanti degli interessi occidentali per lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo africano (minerali e petrolio) e per le commesse nei nuovi mercati delle infrastrutture e delle telecomunicazioni. Ciò riduceva progressivamente al solo aspetto umanitario il sostegno economico occidentale ai Paesi africani, obbligati a sviluppare politiche d'integrazione regionale, con relativa crisi della loro dimensione nazionale e progressivo affermarsi di potenze locali. Le speranze ripetutamente suscitate dall'avvento di nuove classi dirigenti e dalle ricorrenti aspirazioni a una “rinascita africana” finivano così per naufragare sistematicamente dinanzi a una realtà che, nell'incapacità dell'OUA di tener testa ai problemi del continente, trovava faticosamente possibili soluzioni a crisi e conflitti, in particolare nell'Africa settentrionale, isolata dal resto del continente dal Sahara e situata a ridosso di uno dei nodi critici dell'equilibrio internazionale, tra Medio Oriente e Mediterraneo; questo accentuava l'attrazione dei Paesi della fascia magrebina verso le sfere d'influenza della potenza statunitense e della più vicina Europa, entrambe interessate alla stabilità di un'area fonte di risorse petrolifere e dotata di un mercato in espansione per le sue potenzialità demografiche (basti pensare che la popolazione magrebina è triplicata dagli anni dell'indipendenza dei vari Stati della zona). Nell'ultimo decennio del Novecento i progetti di collaborazione economica e politica avanzati sia dall'Europa sia dagli USA (corredati dalle prime offerte di cooperazione militare con la NATO indirizzate all'Algeria e alla Tunisia) hanno dunque mirato a incoraggiare una ricomposizione complessiva degli equilibri della regione, sottoposta a numerose tensioni interne ed esterne. Se una soluzione trovava infatti nel 1994 la diatriba tra Ciad e Libia sulla sovranità della fascia di Aozou (per lunghi anni oggetto di contesa), irrisolto rimaneva il problema dell'indipendenza del Sahara Occidentale dal Marocco, causa per anni della guerriglia separatista del Fronte Polisario e di un contenzioso con la confinante Algeria, interessata a uno sbocco sull'Atlantico. Nonostante il fallimento dei reiterati tentativi di referendum per l'autodeterminazione proposti dall'ONU, la questione sahariana è sembrata più vicina alla soluzione con l'avvento del nuovo re marocchino Muḥammad VI (1999), protagonista di una misurata apertura riformatrice e democratica.

Storia: i Paesi islamici

Assai più insidioso dei contrasti territoriali è apparso il vigoroso sviluppo in molti Paesi dell'area del fondamentalismo islamico, che si presentava particolarmente forte in Algeria dove gli integralisti rispondevano con la guerriglia all'annullamento della tornata elettorale del 1992 nella quale si profilava una vittoria del fronte islamico. Il protrarsi per anni di una pratica terrorista e senza sbocchi politici consentiva, però, un lento ma continuo recupero di consenso per il nuovo presidente (1994) Zéroual che non lesinava nessun mezzo, più o meno lecito, per contrastare le attività degli integralisti. Tale processo culminava in un referendum per la modifica della Costituzione, tenuto nel 1996, cui corrispondeva, da parte degli oppositori, l'accentuarsi di stragi e omicidi nei confronti di personalità laiche e politiche, ma anche di semplici cittadini inermi che, in quanto non apertamente schierati, venivano considerati tout court nemici. Il quadro non si modificava con il nuovo presidente Bouteflika (1999), cui non riusciva di far avanzare la riconciliazione nazionale né il disegno di proporre il Paese come protagonista di un rinnovato processo d'integrazione magrebina, e che anzi subiva nel 2001 la violenta rivolta della Cabilia, regione a est di Algeri abitata dalla minoranza di lingua berbera (che in tutto lo Stato costituisce il 30% della popolazione). L'attivismo fondamentalista, accompagnato da una serie di attentati spesso a carattere xenofobo, creava, sia pur in modo meno drammatico, non pochi problemi anche in Egitto e iniziava a lambire la stabilità dello stesso regime libico che pure, con Gheddafi, aveva sostenuto gli ambienti dell'integralismo islamico internazionale in funzione antioccidentale. La Libia, tuttavia, dopo aver per questo scontato anni d'isolamento internazionale, riusciva a riavvicinarsi lentamente alle potenze occidentali e a reintrodursi nel gioco politico dell'Africa continentale, intervenendo per mediare i tanti conflitti interafricani e sollecitando la creazione del COMESSA (Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara) con Sudan, Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad. In forme moderate, d'altra parte, l'islamismo compariva anche in Marocco e continuava a rappresentare in Mauritania la maggioranza musulmana dei mauri in contrapposizione alla minoranza nera, alimentando un contrasto etnico risalente ai tempi coloniali e riemerso negli ultimi anni sullo sfondo dell'estrema povertà del Paese. Il Nordafrica insomma restava contrassegnato da un quadro complessivo in cui l'autoritarismo di molti regimi, il radicamento dell'islamismo, i ritardi economici e gli interessi multinazionali legati alle risorse petrolifere determinavano un'eccessiva lentezza nei processi di liberalizzazione politica, pur timidamente avviati in quasi tutti gli Stati dell'area, e una generale resistenza verso la modernizzazione di stampo occidentale, spesso giudicata inadatta a risolvere i problemi della disoccupazione, della miseria, dell'inflazione, dell'analfabetismo, dell'emigrazione che suscitano crescente disagio collettivo e corrodono ormai la tenuta di società tradizionalmente coese dalla cultura religiosa. Ciò è particolarmente evidente in Sudan, Paese emarginato dal consesso internazionale, devastato dalla crisi economica e dominato da un regime musulmano cui dal 1983 si oppongono con le armi le minoranze religiose, soprattutto cristiane, del Sud. Analoga la situazione del Ciad che, dopo anni di faide tribali e regimi autoritari, è ancora travagliato da guerriglie dei gruppi d'opposizione e da un grave sottosviluppo, che il governo ha cercato di fronteggiare avviando tra il 1999 e il 2000 lo sfruttamento delle ancora intatte ricchezze petrolifere. Paesi come il Sudan e il Ciad, posti all'incrocio tra Africa settentrionale, centrale e orientale, hanno oltretutto risentito dalle pericolose conflittualità da cui sono stati investiti l'Est e il cuore del continente. In Africa orientale infatti, mentre la Somalia ha continuato a vivere il suo cronico stato di anarchia dopo il completo ritiro delle truppe dell'ONU (1995), per tre anni il Corno d'Africa è stato sconvolto dalla guerra tra Etiopia ed Eritrea. Divisi, infatti, alla fine della comune lotta contro Menghistu da contrasti territoriali, i due Paesi sono stati protagonisti dal 1998 di un conflitto distruttivo, aggravato da fame e carestia, che solo alla fine del 2000 terminava con la firma di una pace frutto degli sforzi di mediazione della diplomazia internazionale. L'altro grande Stato di questa regione, il Kenya, non ha cessato di essere alle prese con le difficoltà economiche cominciate negli anni Ottanta, con le violenze etniche e con le repressioni di un regime autoritario solo apparentemente democratizzato nel decennio successivo e isolato dalla comunità internazionale, malgrado i buoni rapporti stabiliti con gli USA per il ruolo di baluardo contro i movimenti terroristici islamici ostentatamente assunto dal governo.

Storia: l’Africa centrale

Le tensioni esplose sul finire del Novecento, assai più dell'Africa del Nord e dell'Est, hanno ridisegnato gli assetti dell'Africa centrale, a lungo esente dai grandi flussi commerciali internazionali. Qui terminava infatti la funzione dei due poli di stabilità rappresentati dai pur piccoli Stati del Ruanda e del Burundi, entrambi divenuti teatro di lotte cruente al pari della Repubblica del Congo, schiacciata dal collasso economico e da una catastrofe umanitaria in seguito a una guerra interna che, dal 1997, trovava solo nel 2000 la via della pacificazione e della ricostruzione nazionale. Il Ruanda vedeva infatti esplodere tra 1990 e 1994 tra le etnie Hutu e Tutsi un drammatico conflitto che nel 1996 coinvolgeva anche i profughi ruandesi rifugiati nel limitrofo territorio dell'allora Zaire. Come era già accaduto in passato, questa lotta influenzava anche il vicino Burundi, dove nel 1993 si riaccendeva violenta la faida fra i Tutsi, socialmente privilegiati, e gli Hutu, per lo più contadini poveri. Divenuti questi due Paesi instabili al loro interno e totalmente dipendenti dall'estero sul piano economico, cresceva l'importanza dei più grandi Stati della regione: l'Uganda, la Tanzania e lo Zaire. Dei tre era soprattutto il primo ad assurgere al ruolo di potenza locale, grazie anche all'opera di ricostruzione delle strutture statali avviata nel 1986 dall'illuminata dittatura di Yoweri Musuveni. Capace di sfruttare la linea antiaraba degli USA verso la Libia e il Sudan, proponendo il suo Paese come bastione antislamico, e guadagnata la presidenza dell'OUA (1990), Musuveni poteva avviare la sua strategia di riequilibrio dell'area intervenendo nelle lotte civili del Ruanda e soprattutto dello Zaire, dove nel 1997 il maresciallo Mobutu veniva spodestato dopo trentun'anni di potere da Laurent-Désiré Kabila (lo Zaire assumeva allora la denominazione di Repubblica Democratica del Congo). Con l'avvicinarsi al modello autoritario ugandese dei nuovi ordinamenti militari del Congo (ex Zaire), del Ruanda e del Burundi terminava nella regione centrafricana la fase delle cosiddette transizioni democratiche iniziata alla fine degli anni Ottanta. Ma il regime repressivo introdotto da Kabila e la sua volontà di sbarazzarsi dell'incomoda presenza delle truppe ugandesi e ruandesi già alleate nella lotta contro Mobutu provocavano nel 1998 un nuovo conflitto che in poco tempo coinvolgeva una decina di Paesi africani. Il sostegno armato offerto ora da Uganda e Ruanda alle rivolte interne scoppiate contro Kabila innescava infatti l'intervento in aiuto di quest'ultimo dello Zimbawe, dell'Angola, della Namibia, del Ciad e del Sudan, e la guerra che ne seguiva, non risolta dai tanti sforzi di mediazione internazionale, si ripercuoteva sull'intero continente.

Storia: l’Africa meridionale

Verso la fine del sec. XX l'Africa meridionale si trovava dominata dalla crescente potenza del Sudafrica, in grado ormai di far sentire il suo peso in tutta l'area subsahariana essendosi finalmente liberata dell'apartheid, avvenimento che simbolicamente segnava l'ultimo atto della decolonizzazione. In seguito alla trionfale vittoria del 1994 nelle prime elezioni libere del leader storico dell'opposizione al potere bianco, Nelson Mandela, e alla sua nomina a presidente della Repubblica, il Sudafrica poteva infatti assumere nella regione subtropicale un ruolo primario, ulteriormente consolidato dopo la successione a Mandela del vicepresidente Thabo Mbeki (1999). Fautore di una nuova rinascita panafricana e della proiezione del suo Paese verso l'interno del continente, Mbeki puntava infatti ad aprire nuovi mercati alle grandi imprese sudafricane, applicando un protezionismo dannoso alle economie dei Paesi vicini, e a dispiegare un'attività diplomatica da grande potenza intervenendo per regolare numerosi conflitti internazionali e continentali. Questa strategia subiva però un duro colpo allorché Zimbabwe, Angola e Namibia decidevano di sostenere militarmente Kabila, con l'evidente intenzione di contrapporsi all'invadente protagonismo della Repubblica Sudafricana, che non riusciva neppure a impedire il consenso all'azione bellica dei tre Paesi da parte della SADC (la Comunità per lo Sviluppo dell'Africa del Sud). Per ciascuno di quei Paesi si trattava di una scelta resa più pesante dai problemi di stabilità interna. La Namibia, infatti, dal momento dell'indipendenza dal Sudafrica (1990), continuava a dover fronteggiare le disparità sociali lasciate in eredità dall'apartheid e a essere sottoposta al soffocante regime del presidente Nujoma. In Zimbabwe il governo di Mugabe, al potere dal 1980, accentuava la politica di riequilibrio sociale a scapito della minoranza ricca dei bianchi e in favore della maggioranza nera della popolazione; ma le tensioni sociali e l'assenza di un vero pluralismo partitico portavano al progressivo logoramento della sua presidenza, che comunque superava lo scoglio delle elezioni del 2002. L'Angola, dove all'inizio degli anni Novanta sembrava potesse terminare l'annoso conflitto tra il MPLA al potere e i guerriglieri dell'UNITA, non si pacificava e la guerra civile riprendeva violenta con rischi di destabilizzazione per l'intera regione. Diverso e migliore il quadro offerto da altri Stati dell'Africa meridionale. In Mozambico si raggiungeva infatti nel 1992 un accordo tra il FRELIMO, ormai disancorato dall'ideologia marxista, e gli oppositori armati della RENAMO (Resistenza Nazionale Mozambicana), e nel 1994 si potevano svolgere le prime elezioni democratiche. Anche nella Zambia il regime a partito unico inaugurato nel 1973 dal leader dell'indipendenza nazionale Kaunda, corroso nel tempo, era costretto a concedere nel 1991 libere elezioni vinte dal suo avversario Chiluba, artefice però di una frettolosa liberalizzazione economica sorretta da aiuti finanziari internazionali che acutizzava i problemi della povertà, dell'inflazione e del deficit pubblico da cui era ed è attanagliato il Paese.

Storia: l’Africa occidentale

Non più stabile lo scenario dell'Africa occidentale, dove si è andata affermando come potenza regionale la Nigeria, il cui regime militare (in mano dal 1993 al 1998 al generale Sani Abacha), benché messo al bando dalla comunità internazionale per le sue violazioni dei diritti dell'uomo e della democrazia, è stato arbitro dei gravi conflitti interni alla Liberia e alla Sierra Leone grazie al controllo politico-militare delle truppe d'interposizione inviate in questi due Paesi dalla CEDEAO (la Comunità Economica degli Stati dell'Africa Occidentale). In Liberia questa iniziativa sortiva l'effetto di bloccare nel 1997 una devastante guerra fratricida iniziata nel 1989 e alimentata anche da alcuni Stati dell'estremo Ovest interessati ad accaparrarsi le materie prime del Paese. Fallimentare invece l'intervento in Sierra Leone, dove dall'insediamento al potere tramite colpo di stato di Valentin Strasser (1992) si è scatenata una violenza etnica covata sotto le ceneri dal momento dell'indipendenza (1961) e intrecciata con gli interessi locali e internazionali legati allo sfruttamento delle locali ricchezze minerarie (bauxite e soprattutto diamanti), portando all'anarchia e alla fuga di un terzo della popolazione. Né a risultati migliori conduceva l'intervento armato della CEDEAO in Guinea Bissau, sprofondata anch'essa dal 1998 in una violenta guerra civile per la ribellione della maggioranza delle forze contro l'impopolare presidente Vieira (sostenuto da Guinea e Senegal). Questi insuccessi, tuttavia, non scoraggiavano lo sforzo della Nigeria di costruire la propria egemonia sulla pacificazione della regione, prospettiva divenuta più credibile in seguito alla transizione democratica del Paese avviata nel 1999 con il trasferimento del potere a un presidente eletto (Olusegun Obasanjo) che riapriva la possibilità del reinserimento del Paese nella comunità internazionale: evento condizionante per il futuro dell'intera regione, necessariamente influenzata dall'evoluzione interna del gigante demografico, territoriale ed economico nigeriano, ricco di petrolio e dotato di superiori capacità militari, anche se proprio questa potenza suscita la diffidenza di altri Stati, in particolare del Camerun (con cui la Nigeria ha contese di confine) e di quelli francofoni già associati ad altre organizzazioni subregionali. Da parte sua la CEDEAO non ha mancato di assolvere una funzione politica stabilizzante, pur essendo principalmente consacrata all'integrazione economica tra i circa 210 milioni di abitanti dei Paesi della regione, che del resto ha acquistato maggior tranquillità con il rasserenarsi delle non facili situazioni interne della Costa d'Avorio e del Senegal. Nel 1999 infatti l'autoritario governo del presidente della Costa d'Avorio, Henry Konan Bedié, mantenutosi al potere dal 1993 grazie al buon andamento dell'economia, all'aiuto della Francia e a un'opposizione divisa, finiva per un colpo di stato militare che, sostenuto dalla popolazione, inaugurava una svolta democratica, sia pure in un contesto economico-finanziario drammatico e in un clima politico incerto nel quale le elezioni del 2000 erano contaminate da violenze e contestazioni. In Senegal avveniva senza traumi il passaggio del potere dal Partito socialista, ininterrottamente al governo dal momento dell'indipendenza (1960), all'opposizione, per la prima volta vincitrice alle elezioni presidenziali del 2000. Con ciò si confermava la lunga tradizione di stabilità politica e democratica senegalese, ma sullo sfondo di un forte disagio sociale e dell'annoso conflitto con i ribelli separatisti della Casamance, che solo nel 1999 sembrava trovare la strada di una possibile conciliazione. Il Senegal, comunque, costituisce una felice eccezione in un continente travagliato da conflitti d'ogni genere e che, sovente abbandonato a se stesso, ha rischiato alla fine del XX secolo una sorta d'isolamento internazionale.

Storia: Africa e Occidente

All'alba del terzo millennio il mondo occidentale ha cercato di reagire a questa prospettiva nella consapevolezza che per gli equilibri planetari è essenziale la stabilità di un'Africa inevitabilmente influente per peso demografico, ricchezze naturali e potenzialità di molti suoi mercati Altrettanto hanno tentato di fare le classi dirigenti africane, rivitalizzando i meccanismi diplomatici e rilanciando i processi d'integrazione economico-politica guidati da potenze e organizzazioni regionali (come la SADC e la CEDEAO), ma riuscendo solo parzialmente a centrare l'obiettivo. Sul terreno economico, al positivo andamento registrato a livello continentale dalla metà degli anni Novanta, dopo un ventennio di tassi di crescita inferiori a quelli dell'incremento demografico, ha fatto riscontro infatti il calo dei prezzi delle materie prime e del petrolio, attorno al quale ruotano economie di Paesi importanti (Angola, Nigeria, Gabon, Congo), e uno stato di grave sottosviluppo di vaste zone in cui permangono e si moltiplicano, nonostante gli accordi di pace, crisi violente, guerre civili, scontri etnici (in Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Angola, Burundi, Ruanda, Uganda, Ciad, Congo-Brazeville, Somalia, Sierra Leone, Guinea Bissau). Le violenze belliche, inoltre, comportano quasi sempre la nascita di economie di guerra locali che, in un circolo vizioso, forniscono le risorse per l'acquisto di armi, favorendo la proliferazione delle guerre stesse, l'incremento del traffico internazionale di armi e droga, la diffusione della corruzione nei governi e il brutale depauperamento delle ricchezze naturali del continente. Tutto ciò, unitamente alle resistenze dell'integralismo islamico, determina un ritardo nei processi di democratizzazione, anche se in questo senso si è avuto qualche progresso (libere elezioni si sono svolte in Namibia, Mozambico, Benin, Liberia e nella stessa Guinea-Bissau). A questi problemi si sovrappone quello di una crescita demografica eccessiva per un continente afflitto da forti squilibri sociali ed etnici, da un devastante indebitamento dei suoi Stati con i Paesi occidentali, da povertà, carestie e drammatiche insufficienze alimentari, nonché da alti tassi di mortalità (più elevati in Africa centrale e orientale, più contenuti in quella settentrionale e australe) e dalla continua proliferazione dell'AIDS che ormai miete più vittime delle guerre .

Religioni

Il panorama religioso dell'Africa comprende le religioni tribali indigene, le religioni universali salvifiche (cristianesimo e islamismo) d'importazione e i movimenti salvifici nativi sorti in reazione all'urto tra civiltà occidentale e culture indigene.

Religioni: le religioni tribali

Per religioni tribali s'intendono quelle la cui funzione è di edificare una determinata società, o comunità organizzata, sia essa la tribù, il clan, il villaggio ecc.La salvezza individuale, sempre d'ordine mondano, coincide in queste religioni con la salvezza pubblica: l'individuo si sente sorretto e garantito sacralmente dal suo inserimento nelle tradizioni del gruppo d'appartenenza. Sono religioni tipicamente condizionate, a questo livello culturale, dal sistema economico che sostenta il gruppo. Si possono così distinguere, in Africa, religioni di cacciatori-raccoglitori fondate sul rapporto uomo-selvaggina; religioni di allevatori orientate dal rapporto uomo-animale allevato; religioni di coltivatori imperniate sul ciclo della produzione agricola. Ma, a parte i cacciatori-raccoglitori (Pigmei, Boscimani, Dama), per gli altri troviamo una grande varietà di forme socio-economico-culturali che vanno dalle comunità più primitive di allevatori (Ottentotti, Herero) e coltivatori (la maggior parte dei popoli bantu) fino a culture superiormente organizzate tanto di allevatori (Etiopici, Nilotici) quanto, e soprattutto, di agricoltori (popoli della costa di Guinea presso i quali si è sviluppato un politeismo sul tipo, o quasi, di quello dell'antichità classica). Perciò, tranne che per alcune concezioni ricorrenti, e non soltanto in Africa – per esempio, il “signore degli animali” dei cacciatori, il rapporto tra morti e fertilità presso gli agricoltori – ogni popolo, ogni società o gruppo ha un sistema religioso proprio che non è possibile contenere in schemi generici. Tuttavia, allo scopo di qualificare in blocco una presunta “religiosità” africana e di rinvenire quasi una filosofia comune in mezzo alla grande varietà delle forme, si è fatto talvolta riferimento alla concezione di un Essere Supremo, al culto degli antenati e alle pratiche divinatorie (associate alla credenza nella stregoneria). Però più che l'Essere Supremo – sotto la cui categoria si comprendono arbitrariamente concezioni diversissime che vanno dal signore degli animali dei cacciatori sino a una specie di Dio-Cielo degli allevatori – e il culto degli antenati – che va diversamente inteso a seconda che sostenga la fertilità agraria, come nel rapporto tra morti e fecondità proprio degli agricoltori, o più semplicemente un'organizzazione gentilizia, come accade presso gli allevatori – la divinazione è forse l'istituto più indicativo di una mentalità panafricana. Sommariamente la descriveremmo così: di fronte a ogni tipo di crisi (malattie, calamità ecc., pubbliche o private) si consulta l'indovino; la risposta dell'indovino non soltanto fornisce una soluzione alla crisi, ma fa il punto sulla situazione “cosmologica” del momento chiamando in causa una grandissima varietà di forze agenti: forze umane, come stregoni e fattucchieri; forze subumane, come animali, demoni, spiriti maligni; forze superumane, come gli antenati (passati con la morte e gli appositi riti a un rango sovrumano), l'Essere Supremo, esseri semidivini o, nel caso dei politeismi della costa occidentale, vere e proprie divinità. Il senso di tutto questo è che in Africa mediante la divinazione si mantengono, si rielaborano o addirittura si formano le diverse tradizioni religiose. Il che accade – e qui conterremmo il fulcro delle “filosofie” africane – per un rifiuto del dato, dell'obiettivo, dell'essere, come problemi, a favore del fortuito, del soggettivo, dell'occasionale. Certamente questa terminologia occidentale è impropria per realtà religiose africane, ma serve in qualche modo a dare un'idea del diverso orientamento africano rispetto allo “scientismo” proprio dell'Occidente. In questi limiti diremmo: come in Occidente c'è una scienza del dato, così in Africa c'è, o c'era, una religione del fortuito. Con la quale formula si rende giustizia alla divinazione nel quadro della cultura africana e al tempo stesso si elimina l'equivoco eurocentrico di attribuire a civiltà non occidentali concetti come religione, filosofia e scienza, quasi fossero categorie universali. L'obiettività che caratterizza la scienza europea viene in Africa demandata alle pratiche divinatorie. La forma di divinazione più diffusa è la cleromanzia, la mantica cosiddetta obiettiva: per esempio, la lettura oracolare di una gittata di dadi (od oggetti simili). È come se si dicesse: la divinazione (o addirittura lo strumento della divinazione) c'è obiettivamente, il resto è fortuito. Ossia: importa non tanto sapere che esista un Essere Supremo, che esistano certi spiriti, gli antenati ecc., quanto invece identificare l'agente, umano o extraumano che sia, in occasione di una determinata crisi. Persino nel culto degli antenati, tanto importante in Africa, un morto non diventa “antenato” se non quando un indovino, in occasione di una crisi, non stabilisce che quel morto vuole che gli sia dedicato un culto. E altrettanto accade per le altre concezioni religiose: l'Essere Supremo, gli spiriti, i feticci, gli dei. Niente esiste se non quando è “necessario” ed è la divinazione che rivela la “necessità” di volta in volta: ecco la filosofia o il fondamento religioso tipico delle culture africane. Dalla gittata di dadi nasce una complessa simbologia (per esempio, la geomanzia), nascono le formule per la costruzione di un feticcio, nascono persino le “formule” delle divinità (per esempio dei kpoli dahomeyani o degli odu yoruba). Questo stato di cose ha certamente subito una profonda trasformazione con la deculturazione operata dai colonizzatori europei. E tuttavia l'indovino è rimasto una figura essenziale della religiosità africana. Egli è ancora il protagonista: ora come “fiutatore di streghe”, a capo di movimenti antistregonisti che hanno caratterizzato la storia africana del sec. XX, e ora soprattutto come “profeta” di movimenti religiosi salvifici, e spesso anche irredentistici, che costituiscono l'ultimo e più importante prodotto della cultura africana. Nell'uno e nell'altro caso è il protagonista della riscossa africana contro gli effetti nocivi della deculturazione, contro l'imposizione della cultura occidentale, contro l'oppressione europea.

Religioni: l’islamismo

Diffuso nell'Africa nera dal sec. XI (dal mare, lungo la costa orientale verso sud; dal Sahara verso il centro e l'ovest) con la conquista araba; poi, dalla fine dell'Ottocento, dai piccoli commercianti musulmani al seguito dei coloni europei. Si assiste successivamente a una grande attività missionaria, legata anche a interessi politici (panarabismo; l'Università di al-Azhar al Cairo è un grande centro di diffusione islamica). L'idea monoteistica e semplice di Allah s'innesta bene sul teismo africano; la religione, che si adatta alle strutture sociali (ammette la poligamia), è scaturita dall'Africa e conta su uno strumento di enorme diffusione: l'arabo. Pressoché esclusiva nei Paesi della fascia costiera mediterranea (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto) e del tutto predominante lungo l'intero confine meridionale della regione sahariana (Mauritania, Mali, Niger, Ciad, Sudan), nonché in Somalia, la religione musulmana è inoltre particolarmente diffusa in Senegal, Gambia, Guinea, Costa d'Avorio, Burkina, Ghana, Nigeria, Camerun, Etiopia e Mozambico.

Religioni: il cristianesimo

Della cristianizzazione dell'Africa romana non restano oggi altre vestigia che la Chiesa copta monofisita d'Egitto e d'Etiopia. Per quanto riguarda la Chiesa cattolica, dopo il fallimento delle prime missioni (dal sec. XIII al XVIII), un movimento missionario vero e proprio s'impiantò solo nella seconda metà dell'Ottocento a opera di istituti specializzati per l'Africa (Società dello Spirito Santo, Padri Bianchi, Missioni Africane di Lione e di Verona, Missioni della Consolata ecc.). Fra le grandi figure di missionari vanno citati: De Iacobis e Massaja (Etiopia) e Comboni (Sudan). Nel Novecento vi è stata una grande attività missionaria che si è valsa anche di opere assistenziali e di scuole, inserite nel sistema governativo. Nelle due encicliche Maximum illud (1919) e Rerum Ecclesiae (1926), i due pontefici Benedetto XV e Pio XI tracciarono le direttive per il successivo sviluppo dell'evangelizzazione. La necessità di formare sacerdoti indigeni e una gerarchia africana voluta da Pio XII fu ribadita da Giovanni XXIII che nel 1960 creò il primo cardinale africano, Laurian Rugambwa (Tanzania). Dopo l'indipendenza, le missioni liberate dalle protezioni civili si radicarono in Chiese locali, con gerarchia autonoma, rispettosa del genio e della tradizione di ogni popolo, mentre il movimento per l'apostolato laico e la collaborazione del clero secolare furono sanzionati dall'enciclica Fidei donum (1957). I pontificati di Giovanni XXIII e di Paolo VI, in particolare, il Concilio Vaticano II hanno quindi ribadito la necessità di passare dalle missioni estere alla Chiesa africana, di aprire il dialogo per incarnare il cristianesimo nel popolo d'Africa. La particolare sollecitudine degli ultimi pontefici per l'Africa è testimoniata, tra l'altro, dai viaggi che hanno condotto Paolo VI in Uganda nel 1969 e Giovanni Paolo II in numerosi Paesi africani (1980, 1985, 1988; 1990; 1992; 1993; 1995 e 1998): entrambi i papi hanno tenuto a sottolineare il valore della cultura e delle tradizioni africane. § Quanto alle Chiese protestanti, dal sec. XVII al XVIII si formarono in Inghilterra istituzioni missionarie che curarono lo studio delle lingue locali africane per tradurre e diffondere la Bibbia e istituirono scuole in Africa. Nel sec. XIX un grande fermento missionario rivelarono anche la Germania, la Francia e i Paesi scandinavi. Citiamo le grandi figure di R. Moffat, J. Philip e D. Livingstone. Attualmente sono attive in Africa chiese e missioni di numerose denominazioni protestanti: riformati, luterani, presbiteriani, battisti, congregazionalisti, metodisti, pentecostali, avventisti ecc.; particolarmente rilevante è inoltre la presenza della Chiesa anglicana. Il coordinamento unitario delle missioni protestanti, affidato dal 1921 al 1957 all'International Missionary Council, rientra oggi tra le attribuzioni del Consiglio Ecumenico delle Chiese.

Religioni: le Chiese nere

Sono dette Chiese nere i movimenti di protesta o di rivolta nati in Africa, in chiave religiosa, contro il colonialismo, lo sfruttamento, il razzismo e la cultura occidentale. Affiancate a movimenti nazionalistici, affermano l'individualità africana contro l'incalzare di una cultura estranea alla cultura nativa. A volte degenerano in razzismo antibianco e xenofobia. Fra queste sette citiamo: etiopismo, kimbangismo, amicalismo, kitawala, malakismo, movimento della Lenshina, Bwiti, Cherubini e Serafini, harrismo ecc.

Lingue

A prescindere dalle lingue europee di colonizzazione, la situazione linguistica del continente africano può essere così schematizzata: A) lingue camito-semitiche, che occupano tutta l'Africa mediterranea, gran parte delle regioni sahariane e l'Africa di NE fino alla Somalia e parte del Kenya. Comprendono l'arabo, diffusosi in tutta l'Africa settentrionale con la conquista musulmana, le lingue etiopiche di tipo semitico (tigrè, tigrino, amharico), che furono trapiantate dall'Arabia meridionale sulla sponda occidentale del Mar Rosso molto prima dell'espansione araba, il berbero e le lingue cuscitiche (somalo, galla, sidama). B) Lingue sudanesi e centroafricane, comprendenti 400-500 lingue che sono state raccolte, secondo criteri prevalentemente geografici, in 16 gruppi. Tra queste si possono menzionare le seguenti lingue: haussa, sango, fulfulde, ibo, yoruba, fon, ewé, akan, more, songhai, mande, wolof. C) Lingue bantu (oltre 200) con caratteri strutturali tali da non lasciare dubbi sulla loro parentela genetica. In esse si possono distinguere un gruppo orientale (swahili, rwanda, rundi, ganda), un gruppo occidentale (bulu, fang, lingala, mongo, luba, kongo, kimbundu, umbundu) e un gruppo meridionale (shona, swazi, sotho, zulu, xhosa, herero). D) Lingue khoin, caratterizzate da suoni avulsivi, che comprendono i dialetti dei Boscimani, degli Ottentotti e dialetti minori (sandawe, kindinga). E) Malgascio o hova, parlato nel Madagascar, che appartiene sicuramente al gruppo delle lingue indonesiane. Per la lingua parlata nella Repubblica Sudafricana vedi afrikaans.

Letteratura e teatro

L'Africa nera presenta oggi un mosaico di civiltà in evoluzione, con una letteratura molto diversificata che non coincide sempre con le frontiere nazionali. La caratteristica che accomuna le culture attuali è la ricerca di una sintesi “africana” della tradizione, sentita come patrimonio qualificante e minacciato, e gli apporti del progresso tecnico-scientifico occidentale e rivela una tendenza a superare i limiti tribali, etnici, sociali e nazionali. Tale letteratura comprende opere orali o scritte in lingue africane e opere scritte in arabo e in lingue europee (francese, inglese, portoghese, boero).

La letteratura orale

Era, prima della colonizzazione, espressione di antiche civiltà pastorali o agricole, ma anche di stati centralizzati e guerrieri. Trasmetteva una saggezza religiosa o profana, affidata alla memoria, e aveva la funzione di mantenere stabili le strutture del gruppo sociale. In prosa o in poesia, quasi indifferenziate, sostenuta da musica e canto o da pantomime, attribuiva grande valore alla parola, immaginosa e ritmica, evocatrice e creatrice di un mondo magico. Talvolta era opera di professionisti: menestrelli ambulanti o aedi storiografi si esibivano presso le grandi famiglie ed erano onorati come “Signori della Parola”. Molti i generi letterari: canti iniziatici, poemi eroici e celebrativi, miti cosmologici, lamentazioni funebri, genealogie, racconti storico-leggendari, favole, indovinelli, canzoni d'amore, di caccia, opere sapienziali, proverbi ecc. Esisteva anche un teatro rurale e popolare che, ispirato alla vita quotidiana, comprendeva musica e danza, e faceva appello alla partecipazione attiva del pubblico. Tale letteratura è ancora viva e rivela un certo dinamismo. In diversi Paesi i cantori, spesso sovvenzionati dallo Stato, diffondono le loro opere anche grazie ai mezzi audio-visivi, mentre il repertorio si modifica adattandosi all'attualità. Nel Ghana, per esempio, i Concert Party, apparsi negli anni Venti come spettacoli burleschi, hanno assunto intenti didattico-satirici, si sono prestati alla propaganda politica ed esprimono una critica di costume e una presa di coscienza socio-politica dei ceti popolari. Questa letteratura, il cui canone estetico è l'efficacia, e alla quale possono assimilarsi forme di teatro popolare che in alcuni Paesi (Togo, Nigeria, Madagascar) hanno avuto notevole sviluppo, mantiene viva una cultura autoctona, vicina alla realtà popolare. Le opere più antiche sono ricercate, registrate e trascritte grazie a molti centri di studio, in particolare dalle Università: in questo campo l'azione di due grandi oralisti africani, A. Hampâté Bâ (1900-1991) e Boubou Hama (1906-1982) è stata notevolissima.

La letteratura scritta in lingue africane

La letteratura più antica e originale, prima della colonizzazione, è stata quella etiopica, con opere religiose o storiche, fissate in forme rigide. Una spinta alla modernizzazione si è registrata all'inizio del Novecento e poi negli anni Sessanta, con la nascita di due generi nuovi: il dramma e il romanzo, orientati verso il realismo, l'analisi psicologica e le problematiche socioculturali. La caduta del negus e la dittatura marxista hanno determinato un periodo letterariamente oscuro. Negli altri Paesi, la letteratura scritta è sorta, dapprima, dai contatti con il mondo arabo, che ha dato il proprio alfabeto alle lingue locali. Notevoli le opere di carattere storico, religioso, epico e morale degli Haussa e dei Fulbe (alcune antiche di dieci secoli), scoperte nel Niger, in Senegal e nel Mali; importante anche la produzione in swahili, apparsa quattro o cinque secoli fa, con opere di carattere religioso o storico. Nel Madagascar l'antica cultura è stata trascritta in alfabeto arabo. Negli altri Paesi la letteratura scritta in lingue africane è stata condizionata dalla politica coloniale. Scarsa nelle colonie francesi e portoghesi, dove non si usavano le lingue locali nella scuola, è stata più rilevante nelle colonie inglesi e belghe, che impiegavano tali lingue per l'istruzione elementare. In Africa australe sono sorte, in epoca coloniale, letterature scritte in lingue bantu, con trascrizioni di opere narrative e di poemi eroici antichi, e con generi nuovi: romanzo e dramma. Splendida la fioritura letteraria sudafricana, nei primi anni del Novecento, con opere in zulu, xhosa e sotho. In quest'ultima lingua è stato scritto, nell'allora protettorato britannico del Basutoland (oggi Lesotho), il romanzo Chaka (1925), capolavoro di Th. Mofolo (1877-1948), opera di potente respiro epico e ispirata bellezza che si ricollega agli antichi canti encomiastici. A causa dell'apartheid tali letterature sono poi decadute. Negli anni Sessanta la politica, iniziata nelle ex colonie inglesi, di promuovere lo sviluppo delle lingue locali, viene perseguita anche in molti altri Paesi africani dove si cominciano a scegliere una o più lingue nazionali da affiancare a quella della ex potenza coloniale, che continua a essere impiegata come lingua ufficiale. È il caso del Burundi (kiRundi), Repubblica Centrafricana (sango), Comore (shimasiwa), Repubblica del Congo (liNgala, munuKutuba), Kenya (swahili), Lesotho (seSotho), Madagascar (malgascio), Malawi (chiChewa), Ruanda (kinyaRuanda), Senegal (wolof), Somalia (somalo), Swaziland (siSwati), Tanzania (swahili), Togo (ewe, kabiyè), Repubblica Democratica del Congo (swahili, liNgala, ciLuba, kiKongo). Anche altri Paesi, che per varie ragioni non sono in grado di promuovere una o più lingue nazionali, come il Burkina (ex Alto Volta), Benin (ex Dahomey), Camerun, Gabon, Ghana ecc., si pongono il problema di sviluppare alcune lingue veicolari, tramite le quali impartire l'istruzione elementare. Questo processo, rallentato e ostacolato dagli enormi problemi, in parte anche economici, che i nuovi Stati devono affrontare, spinge a incoraggiare la produzione letteraria in lingue locali e avvia un processo di standardizzazione, spesso a livello di Stati differenti. In Togo e in Ghana si è sviluppata una produzione in ewe, fanti e twi, con racconti, novelle, poesie, biografie, commedie di costume. In Africa centrorientale è molto interessante la letteratura del Ruanda, grazie, fra gli altri, all'opera originale e divulgativa di A. Kagame (1912-1981). Scarsa importanza hanno, sul piano artistico, la produzione letteraria della Repubblica Democratica del Congo e dei territori ex portoghesi, dove si può segnalare un effimero tentativo di letterati angolani di creare una letteratura popolare in kimbundu. Negli altri Paesi dell'Africa australe, come in Sudafrica, la produzione letteraria è destinata soprattutto alla scuola. Una buona produzione letteraria viene offerta anche da lingue ibride come il pidgin in Nigeria, il krio in Sierra Leone, il creolo nelle isole dell'Oceano Indiano: racconti e poesie, romanzo e teatro, hanno grande vivezza e spontaneità. In questo contesto trae notevole beneficio la produzione letteraria in alcune lingue, quali lo hausa e lo swahili, che avevano già una consolidata tradizione letteraria in ajami (caratteri arabi) prima dell'arrivo degli Europei, incrementata ulteriormente nel periodo coloniale. La letteratura è più ricca e varia in Nigeria, con opere in haussa e, già dalla fine dell'Ottocento, in yoruba, quest'ultime molto immaginose, ricche di pathos e ironia, svincolate da modelli europei. In haussa la tradizione della poesia religiosa, che si collega principalmente alla vita del Profeta, sopravvive come è testimoniato dalla pubblicazione nel 1972 della terza edizione di una collezione di ben 12 lunghi poemi in lode di Maometto, Wak’ok in imfiraji (Canti di salvezza), di Aliyu Na Mangi, poeta particolarmente dotato, nato a Zaria e cieco dalla nascita. A una tematica più strettamente sociale e moderna si riallaccia Sa'adu Zungur (1915-1958). Accanto alla poesia si è sviluppata anche la prosa con le opere di Abubakar Tafawa Balewa (1912-1966). Mentre la produzione letteraria haussa è quasi sconosciuta al di fuori del suo territorio, perché poco tradotta, salvo qualche eccezione, la letteratura yoruba ha avuto ben diversa sorte in Nigeria, soprattutto dopo che Wole Soyinka (n. 1934) ha ottenuto il premio Nobel nel 1986. Soyinka, benché yoruba, è prevalentemente uno scrittore di lingua inglese e ha composto solo qualche lavoro in yoruba, che ha personalmente tradotto in inglese, ma il prestigio conferito alla lingua yoruba è stato notevole. In swahili il più importante scrittore è stato senza dubbio il tanzaniano Shaaban Robert (1909-1962), che ha scritto opere in gran parte pubblicati dopo la sua morte. In wolof, il senegalese Moussa Ka (1890-1965) è considerato il maggiore poeta, anche se la sua produzione letteraria resta in gran parte non ancora pubblicata. A parte la produzione esistente in queste lingue parlate in più Stati, esiste una letteratura in altre lingue locali, spesso nota solo agli studiosi, ma non certo meno interessante. Un esempio è rappresentato da quanto pubblicato in Ghana grazie all'opera del Bureau of Ghana Languages in twi e nei suoi principali dialetti: l'ashanti, l'akwapim e il fanti. Fra gli scrittori in idiomi locali ricordiamo il malgascio Victor Solo (n. 1930) e il sudafricano S. M. Mutswairo (n. 1924), che scrive in lingua shona.

La letteratura in arabo

Nonostante la presenza di numerosi scrittori di lingua francese - soprattutto in Marocco, Algeria e Tunisia - la produzione in lingua araba è in aumento, sia nella sua variante letteraria sia in quella parlata. Quest'ultima espressione linguistica (al-‘āmmiyyah o al-dāriǧah) è tradizionalmente il mezzo espressivo della letteratura popolare, soprattutto orale, ma alcuni scrittori contemporanei utilizzano l'algerino, il tunisino, l'egiziano ecc. come strumento per scrivere poesie, lavori teatrali o anche per rendere più reali i dialoghi in alcuni romanzi. Sebbene il mezzo di espressione privilegiato dagli scrittori arabi sia tradizionalmente la poesia, negli ultimi decenni del Novecento si è assistito a un ulteriore e significativo incremento, sia per numero di pubblicazioni sia per seguito di lettori, del genere del romanzo. La situazione politica, che interessa i Paesi della sponda africana del Mediterraneo, si è ripercossa inevitabilmente sulla produzione letteraria degli scrittori arabi che, avendo assistito e vissuto in prima persona drammi come l'esilio, il terrorismo, l'emigrazione, il mancato rispetto dei diritti umani, riversano nelle loro opere le proprie paure e angosce. Accanto alla narrativa politicamente impegnata vi sono altre tendenze che esplorano il mondo interiore dell'individuo, l'universo dell'infanzia e dell'adolescenza, o ancora trattano temi legati all'evoluzione del rapporto tra i due sessi e alle trasformazioni che interessano la società araba attuale. Un ruolo a parte, all'interno del panorama letterario maghrebino e arabo più in generale, spetta alla letteratura libica, che subisce una svolta soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, quando il Paese cerca di recuperare un lungo periodo di isolamento al quale il colonialismo l'aveva costretta. Un'altra realtà interessante è quella della Mauritania, in cui il romanzo fa la sua comparsa solo negli anni Ottanta. Questo ritardo della narrativa mauritana è da imputare soprattutto al prevalere della poesia, sia scritta sia orale, nel tessuto culturale del Paese. In Mauritania, nei sec. XVIII e XIX, accanto a una produzione colta, in arabo classico, è fiorita una poesia popolare, descrittiva e simbolica, viva ancor oggi. Inoltre, per quanto riguarda la letteratura senegalese e sudanese: la prima, sviluppatasi nelle scuole coraniche, rivela eleganza di stile, fantasia e sincerità di ispirazione; la seconda, con caratteristiche originali, ha rivelato, nel periodo mahdista, il sorgere di una coscienza nazionale e, dopo la I guerra mondiale, un intenso impegno politico. Nella cultura araba contemporanea, quindi, il genere della narrativa è all'avanguardia del rinnovamento letterario, soprattutto, perché non condizionato dai forti modelli classici con cui i poeti hanno dovuto e devono continuamente confrontarsi. Anche la poesia araba, comunque, ha conosciuto, in modo particolare dalla metà del XX secolo, cambiamenti a livello della forma e del contenuto tanto radicali come mai si era verificato in passato. Il panorama della poesia maghrebina mette in luce produzioni che si rivelano profondamente diverse da Paese a Paese, caratterizzate soprattutto da una vivace pluralità stilistica e linguistica.

La letteratura in lingue europee

È iniziata fra le due guerre mondiali a opera di scrittori occidentalizzati. In un primo momento sembrò che l'africano esprimesse solo il patetico desiderio di assimilarsi alla civiltà del colono bianco; presto però egli si volse a un'appassionata ricerca etnologica, radicata nella volontà di rivalutare e salvare il patrimonio della propria cultura, misconosciuta e minacciata. Basti citare, primo fra tutti, il leader kenyota J. Kenyatta (1893-1978). La II guerra mondiale ha determinato una svolta: l'autocoscienza culturale e politica si è esasperata, nei gruppi più preparati, e ha portato a un'affermazione dei valori razziali panafricani contrapposti al mondo dei bianchi. Varie influenze hanno contribuito alla nascita del movimento della négritude, a Parigi, e alla sua diffusione specialmente nei Paesi di lingua francese negli anni Quaranta e Cinquanta (surrealismo, marxismo, rinascimento afroamericano, indigenismo haitiano e negrismo cubano, ricerche etnologiche ecc.). Questo movimento, che ebbe i suoi massimi rappresentanti nel senegalese L. S. Senghor (1906-2001), poeta, saggista e uomo politico, e nei poeti A. Césaire (n. 1913), martinicano, e L.-G. Damas (1912-1978), della Guayana, andò sempre più compenetrandosi di panafricanismo e nazionalismo e sfociò nella lotta politica per l'indipendenza. La négritude si impose all'attenzione mondiale con due importanti congressi degli scrittori e artisti neri (Parigi 1956; Roma 1959), promossi dalla rivista Présence Africaine, diretta da A. Diop (1910-1980), che focalizzò a Parigi i fermenti letterari del mondo afro e ne potenziò la letteratura grazie alla casa editrice omonima. La poesia raggiunse altissimi livelli in un acceso lirismo che ebbe i suoi massimi interpreti in L. S. Senghor, D. Diop (1927-1960), J.-J. Rabéarivelo (1903-1937), J. Rabémananjara (n. 1913), A.-R. Bolamba (n. 1913); ma anche la prosa, orientata verso il realismo, fu rappresentata da scrittori autentici, come i romanzieri C. H. Kane (n. 1928), Mongo Beti (1932-2001), F. Oyono (n. 1929), Ousmane Sembene (n. 1923), Camara Laye (1928-1980) e i narratori B. Diop (1906-1989) e P. L. Tschibamba (n. 1914), senza dimenticare altri importanti autori quali Olympe Bhély-Quenum, Hampate Ba, Sony Labou Tansi, B. B. Dadié, Guillaume Oyono-Mbia, Massa Makan Diabaté e Tchicaya U Tam'si, tutti di espressione francese. Una scrittura femminile cerca di affermarsi, particolarmente in Paesi come Congo, Costa d'Avorio e Burkina. Il linguaggio cerca di ritagliarsi una sua strada tra oralità e lingua scritta e tra dialetti locali e il francese, lingua ufficiale della comunicazione. Resta comunque difficile trovare un vero pubblico di lettori, anche se la recente fioritura di case editrici e riviste letterarie sta cercando di colmare la grande lacuna. Un discorso a parte meritano i Paesi dell'Africa settentrionale i cui autori, numerosi e tradotti nelle principali lingue occidentali, restano legati alla tradizione francese, da cui traggono ispirazione per la loro fiorente produzione, ma da cui si discostano per il contenuto, sempre rivolto ai propri connazionali, siano questi ancora residenti in patria o “esiliati” in Francia. Costante è l'analisi della storia e delle tradizioni nel tentativo di spiegare gli avvenimenti (spesso tragici) dell'attualità. Fra i nomi più affermati, ricordiamo gli algerini R. Mimouni (1945-1995; L’honneur de la tribu, 1989), A. Djebar (n. 1936; Femmes d’Alger dans leurs appartements, 1980) e T. Djaout (L’invention du désert, 1987), i tunisini M. Tlili (La montagne de Lion, 1988) e A. Meddeb (Phantasia, 1986), i marocchini Amran el Maleh (Mille ans un jour, 1986), Abdelhak Sehrane (Les enfants des rues étroites, 1986) - oltre a Tahar Ben Jelloun, premio Goncourt 1987 e ben conosciuto anche in Italia. Nelle colonie inglesi, il giornalismo ha avuto un ruolo importantissimo lanciando un gruppo di saggisti e polemisti di primo piano, fra cui alcuni futuri leader, come K. Nkrumah (1909-1972). A un periodo di fervido nazionalismo corrispose una poesia patriottica e retorica di scarso valore, mentre la narrativa trovò validi esponenti in A. Tutuola (1920-1997), autore di racconti favolosi, e nel romanziere popolare C. Ekwensi (n. 1921). In Africa orientale, lo sviluppo letterario in inglese è stato più tardivo e gli anni Cinquanta furono caratterizzati da importanti lavori etnologici (famoso quello di J. Kenyatta) e da una produzione poetica e narrativa che esaltava i valori ancestrali. In Africa australe, il regime oppressivo razzista ispirò una letteratura di protesta, i cui migliori esponenti furono P. Abrahams (n. 1919) e E. Mphahlele (n. 1919), romanzieri e saggisti, e il poeta D. Brutus (n. 1924). Fra gli scrittori nigeriani di lingua inglese, oltre C. Achebe (n. 1930) e W. Soyinka (n. 1934; premio Nobel 1986), bisogna ricordare B. Okri (n. 1959), autore di The Famished Road (1990), uno dei più interessanti romanzi degli ultimi anni del Novecento, e Zulu Sofola (n. 1935), una delle tante scrittrici nelle cui opere sono ricorrenti le tematiche femminili. Fra gli scrittori sudafricani - Nigeria e Sudafrica sono le due nazioni di lingua inglese letterariamente più attive - citiamo, oltre a Nadine Gordimer (premio Nobel 1991), Richard Rive (District Six, 1986), Arthur Maimane (Vittime, 1992) e le due poetesse Ingrid de Kok (n. 1951) e Nise Melange (n. 1960). Fra i maggiori scrittori in lingua inglese bisogna ricordare anche il sudanese Jamal Mahjoub (n. 1960) e i ghanesi Chenjarierai Hove (n. 1956) e Tsi Tsi Dangarembgbe (n. 1959). Nelle colonie portoghesi apparve una letteratura di meticci occidentalizzati che andò via via assumendo aspetti rivendicativi e nazionalistici. La poesia, centrata sull'identificazione Terra-Madre, esprimeva sovente frustrazione e sdegno, in un lirismo ora dolente ora violento. Il suo massimo rappresentante fu A. A. Neto (1922-1979), poeta e leader. Gli anni Sessanta, che videro molti Paesi africani accedere all'indipendenza, rappresentarono una svolta anche in campo letterario. Il movimento della négritude, che era stato utile come arma di lotta per l'affermazione dell'identità africana, viene superato a favore di una poesia più intima e personale ed è contestato dagli scrittori di lingua inglese per il suo universalismo e idealismo avulsi dalle realtà locali (pensiamo ai poeti nigeriani riuniti intorno alla rivista Black Orpheus: J. P. Clark, C. Okigbo, W. Soyinka, e ai ghanensi K. G. Awoonor-Williams e A. K. Armah). Altre contestazioni vengono da un gruppo francofono di osservanza marxista facente capo a F. Fanon (1925-1961), i cui esponenti accusano il movimento di essersi fatto portavoce della borghesia nera, e dai Sudafricani che temono un ripiegamento verso un passato tribale idealizzato. Da vate di un ideale romantico di libertà e di riscatto, lo scrittore si attesta su posizioni più realistiche di testimonianza sociale, si fa occhio lucido e spietato aperto su un'Africa sconvolta da profonde trasformazioni. Negli anni Settanta e Ottanta prevale ancora la prosa, realistica per alcuni romanzieri (Ngugi, Fantouré), ma aperta a nuove esperienze stilistiche di notevole interesse (A. Kourouma, Y. Ouologuem, A. K. Armah, K. Awoonor, Tchicaya U Tam'si, H. Lopés, Sony Labou Tansi). Intanto, aumentano i saggi e le critiche in cui vengono denunciati i mali che affliggono le nuove società africane e i regimi tirannici che hanno spento ogni anelito di libertà. Se c'è un comune denominatore della letteratura africana fra gli anni Ottanta e Novanta è quello di essere considerata in tutti i Paesi testimonianza del doloroso travaglio politico e sociale che ha caratterizzato il postcolonialismo. E di questa letteratura colpisce, nello stesso tempo, l'alta qualità, il fatto che sia sempre arte anche quando affronta i problemi della realtà quotidiana, del disadattamento e dell'emarginazione, in una parola quasi della delusione per promesse non mantenute, per desideri non realizzati. L'iniziale limite dell'uso di una lingua europea (inglese, francese o portoghese che fosse) è stato superato perché gli scrittori tutti non hanno mai dimenticato o rimosso la lingua originale, della quale molte espressioni, ritmi e cadenze vengono riversati nella lingua europea usata (un po' come avviene in Italia con il dialetto). Che la letteratura del continente sia in evoluzione lo dimostra il fatto che nel 1986 il premio Nobel è andato al nigeriano Wole Soynka, due anni dopo all'egiziano Naǧib Maḥfūẓ e tre anni dopo a Nadine Gordimer. L'attività dunque è di primo ordine: mancano i mezzi, gli editori, il pubblico, ma non gli autori. E se la letteratura degli anni dell'indipendenza era stata segnata dalla poesia, quella degli anni Ottanta e Novanta è segnata dalla prosa, e gli scrittori africani si sono dimostrati particolarmente versati, più che nel romanzo, nel racconto.

Il teatro

Le prime manifestazioni di un teatro africano, legate al culto, non hanno avuto il tempo di svilupparsi in spettacolo profano, a causa dell'influenza occidentale. Ai missionari si devono tentativi di un teatro secondo schemi europei, ma con scopi educativi e morali. Negli anni Trenta la scuola William Ponty (a Gorea, nel Senegal) crea un teatro scritto da africani, basato su leggende e tradizioni locali, ma calcato su modelli europei. Si formano poi compagnie di autori-attori neri dotati di maggiore spirito critico (Keita Fodeba), mentre un teatro "orale", nato dalle rappresentazioni di argomento biblico delle scuole missionarie, si evolve verso la commedia musicale e di costume, con generi ibridi che applicano a soggetti tradizionali le strutture drammatiche occidentali. In Nigeria l'opera yoruba, ricca di folclore e di spunti mitici, presenta autori-attori professionisti di alto livello. La parola non predomina sul canto, la danza, la musica e la pantomima. Il suo messaggio è in genere didattico, moraleggiante. Dopo l'indipendenza, mentre sorgono teatri nazionali, si agitano problemi di attualità in commedie a tesi, di contenuto sociale, con personaggi-simbolo dalla psicologia spesso sommaria. Migliori sul piano artistico, anche se poveri d'azione, i drammi epico-lirici di Senghor e Rabemananjara. Si ha anche la tendenza a creare drammi centrati sulle grandi figure del passato africano, specialmente nell'Africa orientale dove viva è l'influenza di Shakespeare. I due autori più notevoli sono i nigeriani Wole Soyinka e John Pepper Clark. Mentre l'uso delle lingue europee non permette al teatro colto un contatto diretto con il grande pubblico, si è andato diffondendo un teatro politico-didascalico nelle lingue e nei dialetti locali, particolarmente in appoggio alle lotte per l'indipendenza o comunque dove più sentite sono le esigenze nazionalistiche. Il dramma storico, che esalta la personalità di un “uomo forte”, capace di aggregazione di forze diverse e in grado di realizzare l'ideale panafricano o la giustizia sociale, rimane oggi tra i generi preferiti, insieme al teatro documento, che tratta la lotta eroica di quelle comunità ancora sottomesse ai bianchi, e alla commedia di costume, che descrive con piglio farsesco, ma spesso con amaro sarcasmo, le tare di una società in rapida evoluzione e i drammatici conflitti psicologici e sociali che ne derivano. Negli ultimi decenni del Novecento il teatro africano si è mosso sia verso la riscoperta degli spettacoli tradizionali sia verso un'espressione più moderna e innovatrice, propria della sperimentazione. Il recupero e lo studio di un linguaggio teatrale, che guarda all'esperienza dell'antico teatro d'ombre (masrah hayāl al-ẓill), è stato portato avanti da uno tra i più famosi drammaturghi e registi di tutto lo scenario arabo, l'egiziano Ḥassan al-Ğaratlī, che fonda, nel 1987, la compagnia al-Waršah(Il laboratorio). Nell'Africa Settentrionale, in Marocco per la precisione, invece, continua a esistere un altro teatro di figure, quello sperimentato da al-Ṭayyib Ṣiddīqī (n. 1938), che ha al suo attivo numerosi lavori teatrali scritti in arabo letterale, in dialetto marocchino e in francese.

Arte: generalità

Dopo le manifestazioni dell'arte preistorica , sotto l'aspetto storico-cronologico l'arte dell'Africa va divisa in due fasi successive: l'arte archeologica, di datazione non eccessivamente remota, ma ormai estinta quando si instaurarono le prime stabili relazioni fra l'Europa e l'Africa nera; e l'arte contemporanea, variamente diffusa nell'area a S del Sahara e la cui espressione quantitativamente e qualitativamente più rilevante e caratteristica consiste nella plastica lignea (esulano da questo sintetico panorama le produzioni amharica e malgascia, date la loro origine asiatica e le loro componenti di provenienza eterogenea, oltre che africana). Alla prima delle due fasi suddette , riferite entrambe a una produzione autoctona, si innestano, dal punto di vista cronologico, le manifestazioni artistiche derivate dalla diffusione dell'Islam nel continente africano, le quali richiedono un discorso a parte.

Arte: le manifestazioni preistoriche

L'arte preistorica africana ha una profusione ricchissima e diffusa in centri anche assai lontani fra loro. A grandi linee si possono distinguere l'arte nordafricana (e sahariana) e l'arte sudafricana. Altri rinvenimenti, nella zona centrorientale del continente, sono più o meno collegati all'uno o all'altro dei due maggiori complessi. Nell'Africa settentrionale si hanno testimonianze di arte figurativa preistorica dal Marocco all'Egitto, sui rilievi dell'Atlante, del Tassili algerino, dell'Acacus e di varie zone montuose del Sahara. Si tratta di figurazioni sia incise sia dipinte in ripari sottoroccia, all'aperto. Le incisioni e le pitture, per lo più policrome, sono improntate a un efficace, spesso elegante, verismo. Al tempo delle prime scoperte, l'arte rupestre nordafricana fu ravvicinata all'arte paleolitica, anche perché i soggetti animali riproducono spesso specie oggi emigrate in regioni più meridionali e riflettono condizioni ambientali diverse dalle attuali: sono elefanti, struzzi, rinoceronti, incisi sulle rocce dell'Atlante algerino, del Bergiug (o Berjush) libico, che indicano un'antica economia venatoria, mentre stanno alla pari, come realizzazione artistica, con le figure dell'arte paleolitica. Sappiamo ora tuttavia che un clima influenzato dall'ultima fase umida pleistocenica perdurava in quelle regioni ancora in età neolitica e oltre. Al Neolitico, tutt'al più alla fine del Mesolitico, si fa risalire l'epoca delle figurazioni rupestri nordafricane: esse vengono distinte, in base allo stile e ai soggetti rappresentati, in epoca “venatoria” o prepastorale, epoca “pastorale” (con presenza di specie domestiche, soprattutto bovini), epoca “del cavallo” quando compare questo quadrupede (introdotto pare all'epoca della XVIII dinastia faraonica), mentre la presenza di Camelidi caratterizza la fase più recente, ormai di età storica. Alcune datazioni al radiocarbonio occupano, per la figurativa preistorica africana, un lungo periodo di tempo che va dal 6000 ca. al 3000 (periodo pastorale), fino intorno al 1000 a. C. Le manifestazioni dell'arte preistorica sudafricana, con centinaia di figurazioni incise e dipinte, sono altrettanto rilevanti di quelle della zona settentrionale. Le incisioni si trovano nelle regioni a N del Kalahari e sui rilievi dell'Africa sudoccidentale e sudorientale. Le incisioni di soggetto animale, eseguite con tecnica martellata, sono considerate fra le più antiche. Per le pitture la distinzione cronologica è incerta: la fase più antica (per la quale è discussa l'attribuzione alla razza boscimana) ha uno stile vivacemente veristico con notevoli composizioni sceniche (scena di razzia del Jammerberg); in questa fase si riconoscono indizi di influenze egizie o medio-orientale (nel famoso affresco del riparo Maak nel Brandberg). In linea generale, la datazione delle figurazioni rupestri sudafricane è riferita a epoca neolitica e corrisponde alle culture Smithson e Wilton. Nell'Africa centrorientale, incisioni e pitture furono trovate in Tanzania; in Etiopia, importanti, fra l'altro, sono le pitture rupestri rinvenute a Karora, località del Sudan al confine con l'Eritrea.

Arte: le culture archeologiche

Con l'estinguersi dell'arte preistorica rupestre, la pittura come genere autonomo scompare nelle civiltà africane, mentre la scultura assume quella dimensione di espressione artistica preponderante che sarà destinata a perdurare fino all'età nostra. La quasi generale assenza di ogni traccia di un'architettura monumentale in Africa, a eccezione dell'Etiopia e dell'Africa mediterranea, aveva indotto gli studiosi ad attribuire un'origine straniera alle sole rovine megalitiche di fonte e di esecuzione sicuramente africane: quelle di Zimbabwe nello Stato omonimo, che risalgono a un periodo fra il sec. VIII e il XV e che vengono oggi considerate dalla quasi totalità degli esperti come un'eccezionale fioritura del mondo bantu resa possibile da un concorso di circostanze favorevoli, quali la ricchezza aurifera della zona, gli antichi contatti con il continente asiatico e l'esistenza di un forte potere centrale. Un'arte archeologica non monumentale ma plastica fiorì in altre regioni dell'Africa, soprattutto nei Paesi del golfo di Guinea: Ife e Benin, città-Stato nigeriane, ne furono i centri più considerevoli, ma si ebbero anche produzioni notevoli fra i Kissi e i Mende (Guinea-Sierra Leone), con le loro figurine in pietra, nel regno anyi del Krinjabo (testine di terracotta), nei regni Akan-Ashanti (testine di terracotta, pesi di ottone per la polvere d'oro), nel Benin (statuaria regale, scettri-bastone). Anche l'origine e il carattere africani della produzione di Ife e di Benin furono a lungo contestati dagli studiosi, che ne sostenevano una derivazione esterna, ma oggi ci si trova d'accordo nel riconoscere la natura prettamente africana di tale arte, che prosperò dal sec. XI al XV a Ife e dal XII al XVII a Benin.

Arte islamica

La massiccia e precoce presenza dell'Islam in tutta l'Africa mediterranea ha determinato il nascere e lo svilupparsi di un'architettura e di un'arte puramente islamiche. Tali arti nel corso dei secoli si sono evolute e differenziate in numerose scuole regionali, legate anche alle varie dinastie al potere (Idrisiti, Aghlabiti, Rustamidi, Fatimiti, Ziriti, Hammadidi, Almoravidi, Almohadi, Marinidi, Hafsidi), determinando una vastissima tipologia di edifici (moschee, madāris, mausolei, case ecc.), nonché più forme urbanistiche tipiche. Anche la decorazione architettonica (generalmente in stucco – ma non mancano i legni lavorati – ricca di variazioni su temi aniconici) e le arti applicate hanno seguito loro specifiche vie di sviluppo. § Nell'Africa nera la diffusione dell'Islam ha portato come sua diretta conseguenza la nascita di un'architettura propria che, pur continuando le tipologie tradizionali, si caratterizza per la presenza al centro del villaggio di una moschea più o meno grande. Questa architettura ha prodotto da un lato esempi caratteristici dell'africanizzazione dell'Islam e da un altro la perpetuazione di tecniche primitive, vernacolari, e quindi assai difficilmente databili. Vanno ricordati: i resti archeologici di epoca medievale delle cosiddette città morte della Mauritania (Koumbi Saleh, Aoudaghost, Azoughi, Chinguetti); la Grande Moschea di Djenné nel Mali (cui si aggiungono alcune case dello stesso stile costruttivo); le moschee Ginger-ber di origine medievale e quella detta Sankore a Tombouctou sempre nel Mali; la Grande Moschea di Agadès e quella di Kano nel Niger; le città di Gedi, oggi in rovina, in Kenya, e di Kiwa, in Tanzania, con palazzi e moschee (anche con miḥrāb datati all'XI-XIII sec.); l'intera città di Suakin sul Mar Rosso, di epoca post-medievale, in Sudan, con numerose moschee, ora in completa rovina, nonché le originali moschee delle isole Comore, sorgenti dalle acque dell'Oceano Indiano.

Arte: la produzione contemporanea

Riguardo alla produzione contemporanea si possono delimitare nel continente nero tre aree stilistiche maggiori, ciascuna comprensiva di una serie di stili e sottostili minori estremamente vari, ma tutti riconducibili entro unità superiori. La prima area artistica comprende una regione occidentale interna, che abbraccia il territorio del Mali e le porzioni più settentrionali dei Paesi che si affacciano sul golfo di Guinea: lo stile qui è “astrattista” e simbolico e raggiunge notevole valore artistico nelle produzioni dei Bambara, dei Dogon e dei Senufo. La seconda area si estende lungo tutti i Paesi della costa del golfo di Guinea ed è caratterizzata da un'arte di tipo prevalentemente secolare e naturalistico, non lontana dal realismo nella nostra accezione del termine, fiorita intorno alle corti indigene, maggiori e minori, rimaste in vita anche dopo l'occupazione coloniale. La terza area si stende dal Gabon all'Angola e trova la sua espressione artistica in una sorta di realismo alquanto idealizzato, che può essere considerato come manifestazione esemplare dello spirito artistico africano. Nelle tre aree anzidette materiale d'elezione e quantitativamente prevalente è senz'altro il legno, il che, tuttavia, non esclude la presenza di numerose opere fuse in metallo. Quali produzioni più espressive e caratteristiche della grande tradizione delle arti vengono giustamente ritenute le maschere e le statue.

Musica

Le espressioni musicali africane presentano un'estrema varietà di aspetti e di caratteristiche, in conseguenza sia delle diverse condizioni geografiche e ambientali che influiscono sulla vita dei popoli del continente sia delle complesse vicende storiche che esso ha vissuto nel corso del suo sviluppo. È pertanto impossibile indicare un principio unitario assimilato dalle diverse esperienze musicali africane una volta accettata l'asserzione delle differenti prospettive storiche. Sulla scorta delle ricerche e delle registrazioni effettuate a cominciare dal 1905, è possibile identificare due grandi aree stilistiche: la prima comprende l'Africa settentrionale sino a una fascia di territori che si estende dal Senegal al Sudan; la seconda la foresta della Guinea, la grande foresta equatoriale e tutta l'Africa australe. Mentre la prima zona ha subito notevoli influssi dalla cultura islamica, rilevabili anche nell'Africa orientale, la seconda rappresenta la culla dell'autentica musica africana. I caratteri fondamentali di quest'ultima si possono riassumere nella diffusione della pratica collettiva del canto, nell'uso di cori misti, della polifonia vocale, nel gusto per i grandi complessi strumentali, nell'adozione di scale pentatoniche su cui poggia il sistema musicale africano. La musica africana non può in alcun modo dirsi primitiva, in quanto presenta complessità di strutture, varietà di procedimenti tecnici e costruzioni polifoniche; in particolare il contrappunto ha conosciuto sia nel campo della voce sia in quello degli strumenti uno straordinario sviluppo. Sottilissima sono anche la sensibilità ritmica, non necessariamente esplicata con i soli strumenti a percussione, ma abilmente sfruttata sia nel canto sia nella musica strumentale, nonché la sensibilità formale, che prescinde totalmente dai concetti occidentali di simmetria; interessante è la ricerca timbrica. Non a caso, in nessun continente, come in quello africano, esiste una quantità tanto imponente di strumenti musicali. Tra quelli a fiato, rari sono gli strumenti ad ancia (di origine islamica) mentre numerose sono le varietà di flauti diritti e traversi e di trombe, anch'esse diritte e traverse, in legno, metallo e avorio, alcune delle quali finemente lavorate. Tra gli strumenti a percussione, i più legati a significati extramusicali (ma la maggior parte delle musiche africane possiede un proprio peculiare valore religioso, magico, simbolico ecc.), spiccano moltissime varietà di tamburi, sia a membrana, secondo il principio occidentale, sia di legno; di xilofoni, con e senza risonatore, e di campane, in legno, ferro, rame e canna di bambù; tra gli strumenti a corde, scarsa rilevanza hanno gli strumenti ad arco (anch'essi di origine islamica), mentre diffusissimi sono quelli a pizzico, dai più primitivi, come l'arco musicale, sino ai più elaborati, come l'arpa, il liuto, la lira, alcuni dei quali di evidente origine antico-egiziana. Strumento tipicamente africano, diffuso soprattutto nelle regioni delle foreste, è la sanza. In tempi moderni, il contributo più notevole dell'Africa alla cultura musicale occidentale è stato il jazz, nel quale si riflettono, sia pure deformati e filtrati, molti aspetti e caratteristiche della sua musica: i e i plantation songs sono appunto il prodotto più immediato di questo incontro. Invece, praticamente inesistente è il tentativo di una musica colta svincolata dai modelli occidentali. Questi ultimi si sono viceversa imposti soprattutto nei più importanti centri urbani, attraverso la musica religiosa e la musica leggera.

Cinema

Stabilito che il cinema egiziano ha una sua storia da decenni, che il cinema algerino sorto dall'impulso della guerra di liberazione comincia ad averla e che altre zone del continente hanno sporadicamente ospitato produzioni colonialistiche, è a cominciare dal 1960 che si è posto il problema di un cinema autenticamente africano. A lungo l'Africa nera è rimasta in una situazione assai carente sotto l'aspetto produttivo e distributivo, con un mercato in mano a gruppi monopolistici anglo-americani e franco-belgi, anche nelle zone più sviluppate; in una situazione in cui il cinema africano vero e proprio ha avuto un carattere d'eccezione, d'avanguardia politico-culturale o di élite, il suo influsso sulla popolazione di periferia o di provincia è stato molto relativo. Particolare interesse ha rivestito (probabilmente anche per il contributo offerto dal cineasta-etnografo francese Jean Rouch) il cinema dell'Africa occidentale e centroccidentale francofona: è da qui tra l'altro che provengono i cineasti neri “dell'esilio” (Désiré Ecaré, Med Hondo) che hanno realizzato una produzione africana stimolante a Parigi, ma anche registi affermatisi nella loro terra e con soggetti totalmente africani come Ousmane Sembene. È negli anni Settanta che l'Africa è diventata, dal punto di vista cinematografico, il continente al quale guardare con maggior attenzione. Certi Paesi ex colonizzati hanno optato per la nazionalizzazione dei mezzi di produzione e/o di distribuzione. Nel 1975 il Mozambico ha fondato un istituto nazionale del cinema, altri hanno preferito una soluzione a economia mista di tipo tunisino, come la Costa d'Avorio e il Senegal. Dal 1969 poi i cineasti africani, riuniti nella federazione panafricana (FEPACI), si battono per un fronte ben più unitario e radicale contro il neocolonialismo perdurante in forme più sottili. Una certa “unità araba”, che si è andata rafforzando nel cinema, rende inoltre opportuno considerare l'attività che si svolge nel Vicino Oriente come culturalmente, linguisticamente e talvolta politicamente affine a quella che i cineasti di lingua araba esercitano nel continente africano. Film arabi come Vita quotidiana in un villaggio siriano (1974) di Omar Amiralay, Mare crudele (1971) di un cineasta del Kuwait, Khalid as-Siddîq, formatosi in India, Mille e una mano (1972) e Nozze di sangue (1977) realizzati in Marocco da un cineasta del Mali, Souhel Ben Barka, formatosi in Italia, Gli ambasciatori (1976) del tunisino Naceur Ktari coprodotto con la Francia e la Libia e girato a Parigi, presentano un dato unificante nella passione con cui prendono le parti degli sfruttati e nella dignità con cui li raffigurano. Dall'Africa nera, anche se trasferita a Parigi come nel secondo film del mauritano Med Hondo Les bicots-nègres, vos voisins (1974), provengono immagini poetiche e denunce sconvolgenti, come in Muna Moto di Dikongue Pipa che nel 1971 ha inaugurato il cinema nel Camerun, come nei film del Mali Cinque giorni di una vita (1971) di Souleymane Cissé, Walanda o La lezione (1974) e Wamba ovvero Tra l’acqua e il fuoco (1975-76) di Alkali Kaba, o come in Un racconto di tremila anni (1975) dell'etiope Hailé Gerima. Negli anni Ottanta il cinema africano si è improvvisamente affermato come fenomeno culturale e artistico tra i più interessanti del decennio. Grazie anche ai sempre più numerosi festival (oltre a quelli di Cannes, Venezia e Berlino, non bisogna dimenticare il ruolo svolto dalle Giornate del Cinema africano di Perugia, dal Festival di Taormina e soprattutto dai Festival di Cartagine e di Ouagadougou in Africa) sono emersi autori di notevole talento e Paesi ritenuti cinematograficamente marginali. Tra le opere più importanti, nell'Africa araba, La Cittadella (1988) dell'algerino Mohammed Chouikh, Les baliseurs du desert (1986) del tunisino Nacer Khemir e L’uomo di cenere (1986) del tunisino Nouri Bouzid. Dall'Africa nera sono venuti i grandissimi successi internazionali di Yeelen (1988) di Souleymane Cissé, Yaaba (1989) di Idrissa Ouédraogo, e l'impegno e la spettacolarità di Camp de Thiaroye di Ousmane Sembene e Thierno Faty Sow, premiato alla Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nel 1988. Le attese create dagli innegabili successi degli anni Ottanta sono state, purtroppo, tradite nel decennio successivo. Dalla crisi non si salvano i Paesi che si affacciano al Mediterraneo – anche per la radicalizzazione delle lotte politico-religiose – né le nazioni della cosiddetta Africa nera, dalle quali non sembrano emergere personalità che si affianchino ai già noti S. Cissé e I. Ouedraogo, anche se il film Mossane, della regista senegalese Safi Faye, è stato molto apprezzato al Festival di Cannes del 1996. L'unica cinematografia che sembra in grande progresso è quella della Repubblica Sudafricana, che con il crollo del regime dell'apartheid ha trovato impulso per una buona produzione che tende a imporsi anche a livello internazionale.

Folclore

A causa dell'area molto estesa, della varietà dei gruppi etnici e delle loro integrazioni, degli influssi delle colonizzazioni, della rapida modernizzazione e dell'estendersi del turismo, è difficile dare un quadro generale del folclore africano per cui si rinvia per gli aspetti più specifici alle voci dedicate ai singoli Paesi e ai singoli gruppi etnici. Un tipico aspetto africano riguarda l'abbigliamento, che ha subito nei centri urbani profonde trasformazioni ma tende a recuperare libere forme di espressione, laddove non si persegue addirittura il ritorno all'origine come cosciente opposizione all'europeizzazione. La tendenza al nudismo integrale recede spesso davanti all'adozione di semplici sottane che lasciano scoperto il torace (tranne che nell'area islamizzata, le donne usano spesso portare il seno scoperto); il semplice perizoma è più persistente presso gruppi di Pigmei equatoriali o di Boscimani del Kalahari. Uso eclettico di vestiario completo o che ammette il torso nudo si trova, per esempio, in Nigeria, Senegal e Gambia; l'abito completo assume forme interessanti specie fra le donne di alcuni gruppi dell'Africa occidentale, come fra i Wolof per i colori dei tessuti e l'ampiezza dei mantelli e delle gonne. Le acconciature dei gruppi agricoli sono del più vario genere: dalla completa rasatura ai capelli lunghi raccolti in una treccia o in più treccioline. Ancora oggi, l'acconciatura si adegua a deformazioni craniche, spesso segno di discendenza nobile. La pittura facciale o corporale sopravvive in parecchie zone, spesso a scopi magico-rituali (uomini leopardo del Camerun, Paleonegridi, Karamojong dell'Uganda) o con significato funebre (corpo completamente bianco fra genti della Liberia); nell'Africa settentrionale sono particolarmente interessanti le pitture e i trucchi dei Fulbe e dei Bororo (Niger), dove gli uomini si esibiscono in gare di bellezza. Ricorrente è l'uso di anelli alle caviglie, al collo, alle braccia (Guinea), mentre i dischi labiali si trovano ancora fra i Paleosudanesi della regione del Ciad; diffusi sono i tatuaggi e le scarificazioni; in via di abbandono l'uso delle mutilazioni e della limatura dei denti. Le feste presentano un'enorme varietà e ricchezza, estendendosi su tutto l'arco della vita sociale: cerimonie religiose, culto degli antenati, matrimoni e nascite, celebrazioni di grandi imprese, iniziazioni puberali, ricorrenze stagionali propiziatorie ecc. nelle quali la danza, sempre a carattere corale, assume importanza fondamentale. Particolare significato assume nel contesto folcloristico l'uso di maschere, che spesso raggiungono nella realizzazione valori profondamente artistici; vanno ricordate quelle dei Dogon (Mali), dei Bobo (Burkina), dei Yakoba (Liberia e Costa d'Avorio) e Teke (Congo). Le danze, che vanno ormai codificandosi attraverso manifestazioni culturalizzate (festival di Dakar), costituiscono l'espressione più genuina dell'anima indigena: l'Africa è la patria della danza saltata, di sfrenata irruenza, di quella di imitazione animale, della danza armata, ma vi sono anche danze in tondo sui trampoli, danze elaborate come la Džerewol della Nigeria o quella della raganella dei Nuba, in cui le evoluzioni si fanno più lente e complesse. Danzatori celebri sono gli Gbaya della Repubblica Centrafricana, i Mende della Sierra Leone, i Senufo della Costa d'Avorio, gli Yoruba della Nigeria, i Bamùm del Camerun, i Tutsi del Burundi e Ruanda e i Masai della Tanzania. Ancora diffusi sono i riti magici connessi al primitivo animismo (funzioni guaritorie o propiziatorie) anche fra genti cristianizzate (riti della pioggia, della semina, del raccolto, d'iniziazione). Sono invece in declino la figura dello stregone e le società segrete (Gabon). Assai diffusi, al contrario, sono gli amuleti (come il gris-gris delle genti senegalesi) e le superstizioni magiche; significato religioso conservano anche, assai spesso, gli strumenti musicali, in particolare il tam-tam. Forme di rappresentazione drammatica si ritrovano nelle esibizioni mimiche e nei canti satirici dei bantu e dei sudanesi e di altri gruppi etnici come gli ottentotti (“canto del lampo” sorta di lamento funebre di grande potenza espressiva). Documenti notevoli del folclore africano sono conservati in musei europei (Zurigo, Museo Rietberg; Parigi, Musée de l'Homme; Basilea, Museo di Storia Naturale; Roma, Museo Etnografico L. Pigorini); oggi va estendendosi la raccolta di materiale interessante le tradizioni locali in musei propriamente africani sorti in varie grandi città (Nairobi, Addis Abeba, Abidjan, Lagos, Yaoundé ecc.).

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