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Àsia Minóre

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Geografia

(o Anatòlia). Grande e compatta penisola dell'Asia sudoccidentale, che, con forma quasi rettangolare, si protende dagli altopiani dell'Armenia e del Kurdistan verso l'Europa, da cui la separano il Mar Egeo, il Mar di Marmara e gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli. Bagnata dal Mar Mediterraneo a S e dal Mar Nero a N, è convenzionalmente separata a E dall'Asia continentale da una linea che unisce İskenderun (Alessandretta), sul Mar Mediterraneo, con Samsun, sul Mar Nero; entro questi limiti l'Asia Minore misura ca. 510.000 km². Morfologicamente si presenta come un vasto altopiano, alto in media 1000 m, bordato dai monti Pontici (o Eusini) a N e dai rilievi del Tauro a S, e politicamente corrisponde alla sezione centroccidentale della Turchia asiatica. Nella sua ripartizione classica essa era essenzialmente costituita dalle regioni della Bitinia, della Paflagonia e del Ponto a N, della Misia, della Lidia e della Caria a W, della Licia, della Panfilia e della Cilicia a S, della Frigia, della Galazia, della Cappadocia, della Licaonia e della Pisidia al centro.

Storia

Verso lo scadere del III millennio a. C. e nella prima metà del successivo l'Asia Minore fu a lungo sotto l'influenza assira; tra il 1600-1200 a. C. fu imponente il predominio degli Ittiti, in particolare nei sec. XIV e XIII a. C., mentre contemporaneamente (sec. XIV a. C.) ebbe inizio l'espansione di stirpi greche sulla costa occidentale e sulle isole (a nord gli Eoli, al centro gli Ioni, a sud i Dori). Più tardi i Greci giunsero con le loro colonie nell'Ellesponto sino al Mar Nero mentre, sulla costa meridionale dell'Asia Minore, si attestarono in Panfilia e in Cilicia. All'inizio del sec. VII a. C., quando si formò in Anatolia il forte Regno di Lidia, fondato da Gige e reso splendido da Creso (metà del sec. VI a. C.), le città greche, eccettuata Mileto, furono sottomesse dai Lidi, senza peraltro soffrire di tale situazione che consentì loro traffici lucrosi, mentre i rapporti tra dominatori e soggetti portavano a un'ellenizzazione dei Lidi. La sconfitta di Creso (546 a. C.) determinò, con l'assoggettamento dei Lidi e delle colonie greche al re persiano Ciro e con l'urto tra due concezioni politico-religiose, la reazione delle città greche d'Asia che, dopo la sfortunata insurrezione contro la Persia (499-494), riuscirono grazie alle guerre persiane (490-479) a conservare per quasi un secolo l'indipendenza dal governo persiano. All'inizio del sec. IV a. C., con la Pace di Antalcida (387-386), esse ricaddero però sotto lo scettro del gran re che, nonostante le ripetute rivolte dei satrapi d'Asia Minore, riuscì a mantenere il controllo di tutta la regione sino alla spedizione di Alessandro Magno (334); questi, conquistata l'Asia Minore, ridiede la libertà alle città greche. Alla morte di Alessandro (323), l'Asia Minore fu governata dai suoi generali, Antigono prima, poi Lisimaco e infine Seleuco. Con quest'ultimo la parte occidentale e quella meridionale della regione entravano a far parte del vastissimo Regno seleucide di Siria, mentre alcune regioni della parte nord-orientale del Paese, Bitinia, Cappadocia, Ponto e più tardi il territorio di Pergamo, formavano regni indipendenti che sopravvissero sino alla conquista romana. Fra il sec. II a. C. e il I d. C., i Romani, allargando via via il loro dominio, costituirono in tempi diversi le sei province dell'Asia Minore: Asia detta preconsolare, Bitinia e Ponto, Cilicia, Galazia, Cappadocia, Licia e Panfilia; nel sec. IV le province, divenute ventisei, furono riunite in tre diocesi: Asiana, Pontica, d'Oriente. Nei secoli successivi l'Asia Minore fu non solo il centro dell'Impero bizantino e la sua riserva d'uomini e di danaro, ma anche il centro dell'ellenismo in fase di decadenza e del cristianesimo in fase di sviluppo; nella regione pare si contassero 500 città, ciascuna delle quali era un baluardo contro influenze e invasioni da est o sud. L'organizzazione militare dell'Asia Minore permise a Greci e Armeni di assicurare per secoli la difesa dei suoi confini, le province si trasformarono in “temi”, circoscrizioni di reclutamento in cui l'autorità militare prevaleva su quella civile, che le consentirono di resistere alle periodiche scorrerie degli Arabi. Si consolidò però in questo modo in Asia Minore una prepotente aristocrazia militare, in urto col governo centrale socialmente più avanzato, cui si aggiunse un conflitto fra Greci e Armeni che esaurì i due popoli. Nel sec. XI i Turchi Selgiuchidi vinsero e catturarono l'imperatore Romano IV (1071), dilagando poi in Anatolia; essi fondarono il Sultanato di Konya nel centro della penisola; ma, indeboliti da lotte interne, dovettero adattarsi a convivere con Stati cristiani, come l'Impero di Nicea (sec. XIII) , dove sembrò rivivere il più sano spirito ellenistico, l'Impero di Trebisonda (sec. XIII-XV), il Regno della Piccola Armenia (sec. XI-XIV). Scomparso l'Impero di Nicea, nessuna forza fu più disponibile per respingere la robusta pressione di una nuova popolazione, gli Ottomani, che alla fine del sec. XIV aveva completamente conquistato l'Asia Minore. Sconfitti nei primi anni del sec. XV dagli eserciti di Tamerlano (Ankara, 1402), gli Ottomani ricostruirono, alla morte del conquistatore, il loro Impero eurasiatico in cui l'Asia Minore era ormai soltanto una provincia. Il crollo dell'Impero Ottomano, al termine della prima guerra mondiale, fa coincidere, o quasi, l'Asia Minore con la nuova Turchia, divenuta ben presto una repubblica sotto la guida di Kemāl Atatürk; il Trattato di Sèvres (1920) aveva infatti mutilato duramente la Turchia in Asia Minore, togliendole l'Armenia (indipendente), il Kurdistan (autonomo), il territorio di Smirne e le isole dell'Egeo (passate alla Grecia), ma in due anni Atatürk riuscì a ristabilire la sovranità turca su tutta l'Anatolia, battendo i Greci e occupando Smirne. La Pace di Losanna (1923), che sanzionava questa nuova situazione, faceva coincidere la storia dell'Asia Minore con quella della Turchia.

Religioni

Nel primitivo substrato religioso degli antichi popoli asianici è presente in generale l'elemento dei ritmi stagionali, a cui fa seguito l'ammissione di un principio vitale della vegetazione, che si qualifica come energia produttrice. Esso coinvolge anche gli astri (Sole, Luna) in quanto regolatori della vita vegetale e dei ritmi stagionali, venerati in coppia divina, composta da un dio che abita le alte cime, alimenta le sorgenti, manda la pioggia e la tempesta; e dalla sua paredra, la Grande Madre, che presiede alla prolificità familiare, alla riproduzione degli animali e alla crescita dei cereali. In un secondo tempo questa coppia iniziale si disgregò in una miriade di divinità minori, ognuna personificante un aspetto del mito primordiale e raggruppantesi intorno alle due divinità come famiglia o corte, dove le affinità con aspetti religiosi propri agli Indeuropei e la loro ricomparsa nelle religioni semitiche fanno pensare che simili concezioni non siano originali, ma piuttosto il frutto di fasi complesse di sviluppo, una fusione di elementi propri a culture pastorali-agricole. Ne fa testimonianza la presenza del “grande dio”, venerato come divinità delle montagne e della pioggia (Hadad-Adad-Tešup), spogliato dei suoi attributi solari e astrali e tendente a trasformarsi in dio fecondatore del ciclo agricolo, quindi fatto oggetto di culto anche dalle popolazioni agricole. Una connessione con questi primi elementi si trova nella religione dei Sumeri, dove un epiteto frequente del dio era quello di “sovrano delle alture” e (nel culto di Enlil) il tempio era costituito da una collinetta eretta in mezzo alla pianura. Prevalgono in questa regione gli dei protettori delle singole città. In processo di tempo alcune divinità emersero sulle altre per il contributo dato dai loro templi e dai loro sacerdoti allo sviluppo della religione: è il caso di Ea di Eridu, di Enlil di Nippur, di Anu di Uruk, nominati assieme come la triade originaria. Gli Accadi attinsero largamente al pantheon sumerico e concentrarono il loro culto sulla nuova triade Sin, Šamaš e Ištar, gli dei sumeri del Sole e della Luna, cambiati solo di nome. A Babilonia la nuova dinastia elevò a massima divinità il dio locale Marduk. Nell'estesa mitologia babilonese spiccano l'epopea cosmogonica dell'Enūma elīsh e l'Epopea di Gilgamesh in cui è riferita anche la versione babilonese del diluvio. Aspetto religioso non meno importante fu a Babilonia l'arte divinatoria, in cui entravano anche i fenomeni astronomici e meteorologici con caratteri di auguri. Tributari dei Sumeri furono anche gli Assiri, che ebbero come dio principale Aššur, dio della guerra, a cui s'accompagnava Ištar. Alcuni autori ritengono che Marduk esprima il concetto del dio unico, ma le sue molteplici attribuzioni divine sono piuttosto una sovrastruttura di potenza che un limpido concetto dell'unità di Dio, quale invece troviamo nello Yahwèh ebraico, vera idea madre di tutto l'evolversi di questa religione (vedi Israele). Accanto allo yahwehismo si deve collocare per importanza lo zoroastrismo, fondato sul concetto di un perenne conflitto contro le potenze maligne e la certezza della vittoria finale del Bene sul Male, per cui la salvezza dell'uomo è nel partecipare a questa lotta schierato con i seguaci del Bene. Zoroastro eleverà questo magma religioso a religione superiore, invitando gli uomini a scegliere la via della verità e della bontà, a seguire Ahura Mazdā. Dopo il sommovimento generale dell'Asia Minore causato dalle imprese di Alessandro Magno, i suoi successori, per dare una struttura unitaria ai loro domini, si avvalsero della filosofia del tempo e delle religioni orientali: lo stoicismo infatti insegnava che il Logos divino anima tutti gli uomini qualificandoli con ciò stesso come eguali. Unico e immanente al mondo e a tutti gli esseri, il Logos era così alla base di un panteismo suscitatore di un vero sentimento religioso. Tale dottrina trovava però seguaci solo fra gli spiriti dediti alla meditazione; il popolo continuava a rivolgersi alle divinità antiche e all'astrologia, bramoso di conoscere il suo destino. E per vincere il fatalismo fidava nella magia, nella speranza di cambiare il fato avverso. L'immanenza del divino porta a riconoscerlo nei reggitori dei popoli: Macedoni, Greci e Asiatici si prostrano davanti al divino Alessandro e per la stessa ragione divinizzeranno i Seleucidi e, più tardi, Augusto. Generale era infatti l'esigenza della pace e di un'ordinata convivenza sociale e in molte regioni l'ordine portato dall'imperatore Augusto fu alla base del suo culto. Su questo terreno cadde, dopo la morte di Augusto, il seme ferace del cristianesimo, che vi fu diffuso dagli apostoli Giovanni, Paolo e Filippo e ben presto sorsero le chiese di Smirne, Pergamo, Sardi, Filadelfia, Tiatira, Efeso, Laodicea, Tralli, Magnesia, Antiochia, Iconio, Listri, Derbe. La diffusione della Buona Parola dalle città investì presto le campagne con un successo pronto quanto vasto, al punto che Plinio il Giovane, scrivendone a Traiano, lamentava il vuoto e il silenzio dei templi degli dei. La persecuzione di Domiziano, l'insidia sottile degli gnostici, l'eresia di Marcione e di Montano molestarono la vita delle giovani comunità cristiane, ma non ne scossero la fede e i sinodi della Frigia iniziarono una nuova avanzata del cristianesimo. Nel sec. II era già stata evangelizzata anche la Cappadocia e verso la fine del secolo la sua capitale, Antiochia, aveva già un proprio vescovo. Alla fine del sec. III la Chiesa dell'Asia Minore era diffusa su quasi tutto il territorio e presentava un'organizzazione e una gerarchia molto perfezionate. La conquista araba portò all'islamizzazione di gran parte di questa regione, ma in essa isole di cristianesimo seppero resistere alle più dure traversie e mantenere intatto il patrimonio della propria fede, specialmente in Siria, nel Libano e in Persia. Oggi l'Asia Minore forma un vicariato apostolico, dipendente dall'arcivescovo di Smirne.

Bibliografia

G. Furlani, Mesopotamia e Asia Minore e S. Mazzarino, Asia anteriore ellenistico-romana, in “Le Civiltà dell'Oriente”, vol. I, Roma, 1956; M. Philips Price, Storia della Turchia, Bologna, 1958; T. Talbot Rice, I Selgiukidi, Milano, 1969; K. Bittei, Gli Ittiti, Milano, 1983; L. Boffo, I re ellenistici e i centri religiosi dell'Asia Minore, Firenze, 1985.