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ànfora

sf. [sec. XIV; dal greco amphoréus, recipiente che si può portare da due parti, tramite il latino amphŏra]. Vaso in terracotta con due manichi ad ansa e collo stretto. Nella Roma antica fu usata anche come misura di capacità (corrispondente a ca. 25 l) e di volume (ca. 25 dm3). § Presso i Greci era destinata alla conservazione di vino, olio, grano, pesci in salamoia. Le più antiche anfore di terracotta grezza sono sia panciute sia ovoidali e hanno piede appuntito per l'infissione in appositi sostegni; spesso recano iscrizioni relative al contenuto e al peso. Le anfore figurate (sec. VI-IV a. C.) hanno piede largo e presentano diverse varietà di forme e decorazione. L'anfora detta nicostenica (fine sec. VI a. C.), dal vasaio attico Nicostene, imita sofisticate forme metalliche; l'anfora nolana è piuttosto snella, con anse costolate o a treccia e decorazione limitata a una o due figure per lato. Le anfore panatenaiche, così chiamate perché, ripiene di olio del monte Imetto, costituivano il premio per i vincitori delle gare omonime, recano su un lato la rappresentazione della gara vinta, sull'altro la figura di Atena tra due colonnine sormontate da galli. § L'anfora si ritrova anche nella primitiva arte cristiana. Raffigurazioni sono state ritrovate nel cimitero di Callisto, in cui fra l'altro c'è un frammento di epitaffio con la raffigurazione di un vascello su cui si trovano due anfore e che porta a prua una colomba con un ramo di olivo nel becco. Sembra che l'anfora fosse simbolo del corpo che ospita l'anima e la grazia, personificata nello Spirito Santo. Lattanzio, per esempio, definisce i cristiani “vasi dello Spirito Santo”. § Per quanto riguarda l'epigrafia, vedi instrumentum domesticum.

Autori Vari, Recherches sur les amphores romaines, Coll. de l'Ècole française de Rome, Roma, 1972; L. Criscuolo, Bolli d'anfora greci e romani, Bologna, 1982.

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