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guerre combattute tra le truppe italiane e quelle etiopiche in conseguenza della politica italiana di espansione coloniale in Africa.

Prima guerra italo-etiopica

Premesse alla guerra furono i tentativi di espansione italiana in Africa operati a cominciare dal 1869 con l'acquisto della baia di Assab, interrotti dopo la sconfitta di Dogali e proseguiti a partire dal 1889, quando alla morte del negus Giovanni IV, l'Italia, seguendo l'indirizzo espansionistico del suo primo ministro Crispi, intervenne nelle contese sorte tra i vari ras appoggiando Menelik II in cambio del riconoscimento dei possedimenti italiani sul Mar Rosso (Trattato di Uccialli, 1889) eretti nel 1890 a colonia di Eritrea. Una prima indiretta reazione di Menelik contro le pretese italiane di imporre un protettorato all'Etiopia (in base a una controversa interpretazione del Trattato di Uccialli), consistette nell'aizzare contro l'Eritrea italiana la rivolta dei Dervisci (battuti ad Agordat nel 1893), ma quando il generale Baratieri, spinto dal primo ministro Crispi, occupò il Tigrè, si giunse a una rottura tra Italia ed Etiopia (1895). Le ostilità iniziarono il 7 dicembre 1895; il concentramento di tutto l'esercito abissino diede a Menelik una superiorità schiacciante, di cui i comandi italiani non si resero conto a sufficienza; i presidi avanzati di Toselli ad Amba Alagi (dicembre 1895) e di Galliano a Macallè (gennaio 1896) furono quindi travolti dagli Abissini. Il 1º marzo 1896 anche una dimostrazione offensiva del generale Baratieri si risolse in un disastro: nella pianura di Adua 16.000 tra ascari e soldati italiani furono sorpresi e massacrati da 70.000 Abissini. La sconfitta provocò la caduta del governo Crispi. Il generale Baldissera, inviato in Africa, ristabilì la situazione in Eritrea sbloccando Adigrat e Kassala assediate. Il conflitto con l'Etiopia determinò la rinuncia a un'ulteriore espansione in Africa orientale, sancita dalla Pace di Addis Abeba (26 ottobre 1896).

Seconda guerra italo-etiopica

L'aggressione italiana all'Etiopia maturò nel corso del 1934 come tentativo di rilanciare il prestigio del regime fascista, scosso dalle conseguenze della crisi economica mondiale, con un grosso successo internazionale. L'incidente di frontiera di Ual-Ual (dicembre 1934) segnò l'inizio di una mobilitazione propagandistica, cui fece seguito l'inizio dei preparativi militari sotto la responsabilità del generale De Bono, già ministro delle Colonie ed esponente fascista, nominato alto commissario italiano in Africa orientale nel gennaio 1935. L'ostilità della Società delle Nazioni e dell'opinione pubblica internazionale, preoccupata per la difesa di un Paese minore come l'Etiopia, ottenne solo l'effetto di accelerare la preparazione italiana, condotta con eccezionale larghezza di mezzi per impulso dello stesso Mussolini. Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane varcarono il confine con l'Abissinia, senza dichiarazione di guerra; la Società delle Nazioni accusò pertanto l'Italia di aggressione e chiese a tutti i governi di adottare sanzioni economiche che ne ostacolassero il commercio internazionale. Queste misure, più di effetto che di sostanza (non fu proibita la vendita all'Italia delle materie prime più importanti, come ferro, carbone e soprattutto petrolio, né fu limitato l'uso del canale di Suez), suscitarono largo sdegno. Il fascismo ne approfittò per chiedere in dono oro per la patria e una forte maggioranza di Italiani, dalla famiglia reale al filosofo antifascista Croce, aderì alla richiesta. L'esito delle operazioni in Africa orientale non era dubbio, specie dopo la sostituzione dell'inesperto De Bono con il maresciallo Badoglio, massimo esponente delle forze armate (novembre 1935). Per l'esercito italiano, favorito da una superiorità tecnica e numerica, l'ostacolo principale era dato dalla difficoltà del terreno, che esigeva l'apertura di strade con grande dispendio di tempo e mezzi. L'avanzata italiana non incontrò opposizioni fino a Macallè (novembre 1935), poi dovette arrestarsi per difficoltà logistiche. Ne approfittarono gli Abissini, che tra dicembre e gennaio presero di fianco le truppe italiane attraverso l'aspro Tembien e nello Scirè, con alcuni successi locali. A cominciare dal febbraio 1936, tuttavia, le difficoltà logistiche furono risolte e Badoglio poté prendere l'iniziativa con le battaglie del Tembien e dell'Endertà, che portarono alla disfatta delle armate abissine. Contemporaneamente il generale Graziani, dalla Somalia, aveva ottenuto un brillante successo a Neghelli. Sfruttando il vantaggio ottenuto, Badoglio avanzò rapidamente, batté a Mai Ceu, sul lago Ascianghi, l'ultima armata abissina comandata dall'imperatore Ḥāylasellāsē I e marciò sulla capitale Addis Abeba, occupata il 5 maggio 1936. Nel frattempo le truppe di Graziani raggiungevano Harar. Il 9 maggio 1936 Mussolini annunciò la fine della guerra e la costituzione dell'Impero italiano d'Etiopia, sotto lo scettro di Vittorio Emanuele III e la responsabilità diretta di Badoglio, viceré d'Etiopia, presto sostituito da Graziani. La proclamazione unilaterale fu accettata dalla Società delle Nazioni e via via riconosciuta dai vari governi, mentre Ḥāylasellāsē I trovava asilo in Gran Bretagna. Una dura guerriglia, mai domata malgrado l'impiego di metodi e armi brutali, si oppose alla dominazione italiana fino alla resa del 1941 dinanzi agli eserciti inglesi e ai partigiani abissini.

Bibliografia

Per la prima guerra italo-etiopica

Ufficio storico dell'esercito, Storia militare della colonia eritrea, Roma, 1934; R. Ciasca, Storia coloniale dell'Italia contemporanea, Milano, 1940; R. Battaglia, La prima guerra d'Africa, Torino, 1958; G. Perticone, La politica coloniale dell'Italia negli atti, documenti e discussioni parlamentari, Roma, 1965.

Per la seconda guerra italo-etiopica

P. Badoglio, La guerra d'Etiopia, Milano, 1936; E. De Bono, La preparazione e le prime operazioni, Roma, 1936; R. Graziani, Il fronte sud, Milano, 1938; A. Del Boca, La guerra d'Abissinia 1935-41, Milano, 1965; G. Salvemini, Preludio alla seconda guerra mondiale, Milano, 1967; G. W. Baer, La guerra italo-etiopica e la crisi dell'equilibrio europeo, Bari, 1970.