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ùstascia

agg. e sm. inv. [sec. XX; dal serbo-croato ustaša, insorto, ribelle]. Di antica origine (era stato applicato agli oppositori del regime turco), il termine fu usato da A. Pavelić per indicare i membri della sua organizzazione separatista e di estrema destra, fondata nell'ottobre 1928. Dopo che il re Alessandro impose alla Iugoslavia un regime quasi dittatoriale, accentuando il predominio dell'elemento serbo (1929), Pavelić e altri capi abbandonarono il Paese e cercarono la protezione dell'Italia e dell'Ungheria. Nell'ottobre 1934 gli ustasci eliminarono il re a Marsiglia. Dopo il crollo iugoslavo (aprile 1941), il governo del nuovo Stato indipendente della Croazia fu esercitato da Pavelić e dagli ustasci, che copiavano l'organizzazione nazista e fascista, infierendo crudelmente sugli ebrei, sui serbi e su quanti non accettavano la loro egemonia. Le vittorie degli Alleati e di Tito (maggio 1945) costrinsero Pavelić a ritirarsi in Austria con le sue forze residue. Durante la crisi che ha portato alla dissoluzione della Iugoslavia (1991) hanno fatto la loro ricomparsa reparti di volontari ultranazionalisti ustasci, che hanno combattuto con grande ferocia nelle file dell'esercito croato, specie in Slavonia.

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