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Ajanta

villaggio (ca. 4000 ab.) dell'India centroccidentale, nella sezione settentrionale dello Stato federato di Maharashtra, ai piedi dei monti omonimi, 75 km a N di Jalna. Nelle vicinanze del villaggio (8 km a NW) si trova il complesso monumentale che da esso prende nome. § Le pitture del complesso buddhista di Ajanta (una trentina tra santuari e monasteri – vihara e caitya – scavati nella roccia dal sec. I a. C. al VII d. C. ) vennero scoperte nel 1817 e rese note attraverso copie nel 1866 a Londra (Crystal Palace). Si ispirano a raffigurazioni di passate incarnazioni di Buddha (Jātaka) e a episodi della sua ultima testimonianza (avadāna). Il ciclo di Ajanta, che è il più alto esempio di pittura indiana (e al quale molto devono altri complessi: Bagh, Gwalior, Sigirya, Sittannavāsal), fu eseguito dal sec. II al VII, partecipando così, negli esempi più antichi (grotte 9-10), alla fase migliore di Amaravati (sec. II-III) e quindi dell'arte gupta e, più attivamente, di quella post-gupta (sec. VI-VIII). Le pitture di una decina di grotte di questo periodo ne rivelano le caratteristiche: la predilezione per la sobrietà coloristica e per le grandi composizioni, rese con eccezionale ritmo narrativo. La tecnica indiana (e asiatica in genere) della pittura murale dispone i colori a “secco”, cioè su una superficie asciutta composta da un fondo preparato con terra impastata sul quale viene steso uno strato di calcare fine. Anche per le pitture rupestri di Ajanta è stato seguito il medesimo procedimento, che è quello contenuto nel trattato Visnudharmottara scritto, basandosi su più antiche tradizioni, tra i sec. VII e VIII. Il processo di pittura murale comprendeva prima l'esecuzione del disegno, specie di abbozzo, poi la stesura della tinta di fondo, quindi la distribuzione dei diversi colori, e infine venivano ritoccati i contorni e regolati i contrasti tonali. D'alta qualità è la decorazione scolpita, distribuita col fine di integrare quella pittorica.

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