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Albèrti, León Battista

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Biografia

Architetto, letterato e poeta italiano (Genova 1404-Roma 1472). Figlio naturale di Lorenzo Benedetto, che, esiliato da Firenze, si era trasferito a Venezia, Alberti studiò a Padova (con Gasparino Barzizza) e a Bologna, dove nel 1428 ottenne la laurea in diritto canonico; durante quel periodo estese la sua conoscenza delle scienze fisiche e matematiche mentre, approfonditi gli studi umanistici, scriveva le prime opere di argomento letterario e filosofico-morale. Dopo essere stato a Firenze, a Bologna e a Ferrara, ottenne nel 1432 l'ufficio di abbreviatore apostolico a Roma. Nel 1441 a Firenze aveva promosso un pubblico concorso di poesia italiana, il cosiddetto certame coronario, ed egli stesso partecipò alla gara presentando un dialogo sull'amicizia (che diventa il IV libro del trattato Della famiglia). Grande creatore di forme, eccellente scrittore latino e tra i migliori prosatori del Quattrocento in lingua italiana, la sua ricca produzione letteraria è una lunga riflessione sulla virtù, sulla fortuna e sulla ricerca dell'equilibrio e della misura in una direzione fondamentalmente sociale e pratica. Da qui l'originalità del suo umanesimo sempre teso al concreto, cui sottende l'esperienza dolorosa della sua giovinezza e un sofferto e vissuto concetto della capacità dell'uomo e dei doveri umani. È questa una dimensione che probabilmente sottrae Alberti all'immagine ottimistica e olimpica dell'uomo universale del Rinascimento, per conferirgli un rilievo drammatico e severo.

Il letterato

La dolorosa vitalità e l'amarezza di Alberti, riscontrabili nella mordacità della satira (entro l'impianto del dialogo lucianeo), sono presenti soprattutto nelle opere in latino: il Philodoxeos (1424), una commedia giovanile di imitazione terenziana; il trattato De commodis litterarum atque incommodis, dove la letteratura è posta ancora solo come tregua e fuga di fronte all'urgere delle oppressioni materiali; i 17 dialoghi lucianei delle bizzarre Intercoenales (Intercenali); e il Momus o De principe, romanzo allegorico-satirico dall'inventiva vivace, scritto intorno al 1443, che tuttavia lascia aperto lo spiraglio a una palingenesi morale. Di tale dolorosa vitalità e amarezza è già spia il misoginismo delle opere giovanili in volgare: il dialogo Deifira, sul tema dei contrasti d'amore, e il trattato Ecatomfilea, una specie di ars amandi. Complessivamente è nei successivi scritti in volgare che va facendosi infine luce un ideale di virtù più conciliato e sciolto dal rigorismo stoicizzante e, a parte il Teogenio (1434 o 1435), che è opera ancora giovanile, improntata a un aspro disprezzo dei beni terreni, i quattro libri Della famiglia (1437-41), il trattato Della tranquillità dell'animo (1442) e i tre libri De iciarchia (1470; Del governo della casa), che discorrono rispettivamente dell'educazione dei figli e dell'economia domestica, del modo di far fronte alle pene della vita e del governo della famiglia e dello Stato, si aprono a un sereno equilibrio. La ricerca dell'equilibrio e della misura si conclude così positivamente, incentrata nell'esaltazione del vincolo familiare e nella proposta della cultura non più come rifugio e separata salvezza, ma come libera e creatrice indagine e, insieme, strumento di socialità. Intorno a questo tema Alberti sviluppa le sue concezioni pedagogiche. Con lui il pensiero educativo si libera definitivamente di ogni residuo medievale e, accanto agli studi, egli esalta un'educazione virile in cui l'attività e l'esercizio fisico abbiano larga parte. In accordo con la concezione rinascimentale, Alberti sostiene che l'uomo è responsabile del suo destino. Alla luce di altri testi tecnici e teorici, è possibile allora cogliere una perfetta saldatura tra l'ordine morale e quello ricercato, mediante le matematiche, nell'opera dell'architetto: essi non sono altro che l'analogo della stessa armonia naturale che l'arte deve imitare e l'uomo realizzare attraverso la misura della sua azione.

L'architetto

L'Alberti giunse tardi all'architettura, come conseguenza della sua preparazione umanistica, filosofica e matematica. L'interesse per l'antichità classica lo portò, durante il soggiorno a Roma al servizio di B. Molin, a misurare, con strumenti da lui stesso creati, i monumenti antichi che poi descrisse nella Descriptio urbis Romae (1434), il primo sistematico tentativo di messa a punto dell'aspetto di Roma antica. Riscontrando nelle antiche costruzioni la proporzionalità fra le parti e il tutto, arrivò a concepire l'architettura come progettazione, arte liberale quindi e non arte meccanica, poiché richiedeva composizione proporzionale e modulare per giungere a un'armonia razionale. Questo rigore di pensiero gli consentì, arrivando a Firenze nel 1434, di comprendere il rinnovamento dell'arte fiorentina di cui riconobbe i massimi esponenti in Brunelleschi, Donatello e Masaccio. Descrisse per la prima volta il metodo prospettico nel suo De pictura (1435), dedicato a Brunelleschi, spiegando la costruzione geometrica della piramide visiva costruita con punto centrico e punto di distanza. La sua vasta cultura (si occupò anche di scultura, cui avrebbe dedicato nel 1464 il breve trattato De Statua) lo rese ricercato presso le corti del Quattrocento: il raffinato letterato compì così le sue prime opere di architettura. A Ferrara progettò l'Arco del Cavallo (su cui poggia la statua equestre di Nicolò III d'Este) e il campanile della cattedrale. Di nuovo a Roma con Niccolò V, il papa convinto della conciliazione fra umanesimo e cristianesimo, fu incaricato del riordino urbanistico della città e del restauro di S. Maria Maggiore, S. Stefano Rotondo, S. Teodoro. A Roma scrisse il trattato in 10 libri De re aedificatoria (1452), un Vitruvio moderno, in cui si occupa dell'aspetto urbanistico della città del Quattrocento, dei suoi edifici e della loro tipologia e distribuzione, degli ordini e dei materiali da costruzione. La città, armonizzando forme e funzioni, deve rispecchiare in sé l'armonia dell'universo. Nel frattempo (1450) per Sigismondo Malatesta progettò il rivestimento con nuove strutture della chiesa gotica di S. Francesco a Rimini, che divenne il Tempio Malatestiano , trionfale sepoltura di Sigismondo, di Isotta e della loro corte: ispirandosi alla classicità, Alberti impostò sui fianchi un monumentale ordine di pilastri e archi, scanditi da netti profili e ancorati a un compatto piedistallo, finemente decorato; in facciata fuse tale motivo con quello pure romano dell'arco trionfale a tre fornici ornati da semicolonne. Non fu realizzata la parte terminale della chiesa, prevista come grande rotonda sormontata da un'enorme cupola. Alberti ricevette incarichi importanti dalla famiglia fiorentina dei Rucellai: il completamento della facciata di S. Maria Novella e il palazzo Rucellai. In quest'ultimo la facciata si presenta come un piano suddiviso orizzontalmente da tre marcapiani e verticalmente da lesene a ordini sovrapposti dorico, ionico e corinzio, inquadranti una serie regolare di bifore. Gli ordini sovrapposti secondo la sintassi classica non hanno nessuna funzione portante, ma solo funzione di spartizione armonica con finalità prospettiche. Anche nella facciata di S. Maria Novella Alberti risolve l'insieme con una proporzione geometrica: non rinnegando la parte medievale, già costruita, riprende il motivo tradizionale della tarsia bianca e verde e lo regolarizza impostando la sua spartizione sul modulo geometrico della forma quadrata; in un quadrato è anche iscrivibile la facciata dell'edificio. Dal 1459 la sua attività si svolse soprattutto a Mantova, con la chiesa a pianta centrale di S. Sebastiano (iniziata nel 1460) e quella a pianta longitudinale di S. Andrea (iniziata nel 1470). Per S. Sebastiano Alberti aveva progettato, su un alto basamento a gradini che realizzava il suo ideale di edificio sacro isolato, un prospetto a muro pieno con cinque porte e cinque lesene giganti culminanti in un timpano triangolare. Successivamente eliminò la seconda e quinta lesena valorizzando la presenza del “muro” come massa, continuata poi nel portico e nell'interno dell'edificio. Riprese tale soluzione in S. Andrea, dove il prospetto è spartito da quattro lesene giganti, lasciando aperto al centro il profondo vuoto d'ingresso coperto da volta a botte. Internamente il vano longitudinale termina con un richiamo alla centralità nella perfetta equivalenza dei due bracci del transetto e di quello del presbiterio. Dello spazio delle tre navate Alberti enfatizza quello centrale, coprendolo con un'ampia volta a botte cassettonata, che scarica su un robusto partito di muro compatto aperto a intervalli ritmici negli alti arconi delle cappelle, che sostituiscono le navate laterali Se anche, come vuole Sanpaolesi, Brunelleschi l'aveva preceduto, in S. Spirito, nel motivo della volta a botte, la soluzione albertiana è totalmente diversa ed esprime una nuova interpretazione della classicità, che farà ampiamente sentire il suo influsso sull'architettura del Rinascimento.

Bibliografia

A. Venturi, Storia dell'arte italiana, VIII, I, Milano, 1923; P. H. Michel, Un idéal humain au Xe siécle. La pensée de Leon Battista Alberti, Parigi, 1930; M. L. Gengaro, Leon Battista Alberti teorico e architetto del Rinascimento, Milano, 1939; E. Garin, Filosofi italiani del '400, Firenze, 1942; G. C. Argan, voce in “Dizionario biografico degli italiani”, Roma, 1960; B. Zevi, voce in “Enciclopedia Universale dell'Arte”, Novara, 1980; P. Marolda, Crisi e conflitto in Leon Battista Alberti, Roma, 1988.