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Armènia (regione)

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Generalità

Regione storica e geografica (ca. 140.000 km²) dell'Asia sudoccidentale, limitata dalla depressione pontico-transcaspica a N, da quella mesopotamica a S, dall'alto corso dell'Eufrate a W e dalla depressione del lago di Urmia a E. Dal punto di vista morfologico è un vasto altopiano steppico, detto anche Acrocoro Armeno, alto in media 1600-1800 m, circondato da elevate catene, aspre e incise da profonde gole (Ponto Orientale, Piccolo Caucaso, Tauro armeno) e occupato nella sua sezione centrale da una distesa lavica sovrastata da coni vulcanici e culminante a 5165 m nel monte Ararat. La regione è incisa da numerosi corsi d'acqua, tra cui i rami sorgentiferi dell'Eufrate (Karasu e Murat) e dai fiumi Aras, Kura e Çoruh; tra i bacini endoreici i più vasti sono quelli dei laghi di Van e Sevan. L'Armenia ha clima continentale, con inverni lunghi e rigidi ed estati calde e secche; le precipitazioni sono scarse (200-700 mm annui) in quanto le catene marginali costringono i venti umidi provenienti dal mare a condensare la loro umidità sui versanti esterni: ne deriva un arido paesaggio caratterizzato da specie xerofile, mentre distese boschive occupano le aree montuose più irrorate. La popolazione, che ammonta a ca. 5 milioni di persone, è composta per l'85% da Armeni (agricoltori sedentari, di religione cristiana), con minoranze di Curdi (pastori nomadi musulmani), Persiani, Turchi, Tatari, Russi, Circassi, Georgiani, dediti all'agricoltura nei fondivalle e all'allevamento del bestiame nelle zone montane. Politicamente la regione è divisa fra lo Stato omonimo (già repubblica dell'URSS divenuta Stato sovrano nel 1991), la Turchia (ca. 4/5) e l'Iran; centri principali sono Erzurum (Turchia), Jerevan e Kumayri (Armenia).

Storia

L'Armenia, abitata sin da tempi remoti, dovette chiamarsi (III e II millennio a. C.) Subartu; è probabile che Sumeri, Accadi, Babilonesi e più tardi (fine del II millennio) Assiri si siano interessati alla regione e l'abbiano persino occupata. Sede del Regno di Urartu dal sec. X al VII a. C., l'Armenia fu difesa e forse unificata dai Chaldi Urarṭu coi quali si fusero nel sec. VII a. C. gli Armeni indeuropei. Alla fine del sec. VI cadde sotto il dominio persiano cui seguirono la conquista di Alessandro Magno e la dominazione dei suoi successori. Al principio del sec. I a. C. "Per la cartina storica sino alla fine del sec. XIX vedi pg. 445 del 2° volume." "Per la cartina storica sino alla fine del XIX secolo vedi il lemma del 2° volume." , crollato il Regno di Siria, l'Armenia fu coinvolta nelle guerre tra Mitridate VI e Roma. Successivamente il re Tigrane, genero di Mitridate, intraprese una vigorosa politica di espansione contro la quale Roma finì con l'instaurare (66 a. C.), dopo le campagne di Lucullo (69 a. C.) e di Pompeo, un controllo diretto sulla regione contro la quale premevano anche i Persiani. Nella prima età imperiale, l'Armenia seppe abilmente destreggiarsi tra i potenti vicini, Romani e Persiani, e cercò, con scarso successo, di riottenere l'indipendenza, fino a quando Traiano la trasformò in provincia romana; nel 387 d. C. finì in parte sotto il controllo di Bisanzio e in parte sotto quello dei Persiani. Nel sec. VII i domini dell'Impero bizantino furono minacciati dall'invasione araba che si consolidò e continuò ad allargarsi anche nel secolo successivo. A capo del Paese conquistato vi era un governatore musulmano contro il quale gli Armeni si ribellarono verso il 780, fecero della città di Ani la loro roccaforte e, sotto la valorosa dinastia dei Bagratidi, ressero per quasi tre secoli alla pressione degli Arabi, dei Turchi Selgiuchidi sopravvenuti dall'est e infine dei Bizantini tornati a riaffermare gli antichi diritti. Nacque e si rafforzò in quell'epoca la feudalità armena, arroccata in potenti castelli, pronta a combattere gli invasori ma anche divisa da ostinate rivalità. Così, nonostante una certa supremazia dei Bagratidi di Ani (giunti intorno al Mille a un alto livello di civiltà), l'Armenia fu dilaniata dalla prepotenza di grandi e piccoli signori. Ani, città stupenda, famosa per i suoi edifici religiosi, fu presa e devastata dal selgiuchide Alp Arslān nel 1064. Nel 1320 un terremoto la distrusse definitivamente: gli abitanti si dispersero allora, emigrando verso altri Paesi come la Polonia o la Moldavia. Mentre l'Armenia soggetta ai Bagratidi (detta anche Grande Armenia) cadeva nelle mani dei Turchi, un altro Stato armeno, detto Nuova Armenia o più comunemente Piccola Armenia, nasceva in Cilicia ed era destinato a durare ca. tre secoli (1080-1375). Caduto il Regno della Piccola Armenia, la popolazione rimase soggetta ai Turchi e ai Persiani, vani furono tutti i tentativi rivolti a ottenere l'aiuto del papa, dello zar, dell'imperatore, di principi tedeschi. Alla fine del sec. XVIII la Russia occupò le terre a W del Caspio, nel 1828 si impossessò di Jerevan e di Ečmiadzin, centro religioso e culturale dell'antica Armenia. La sorte peggiore toccò agli Armeni rimasti sotto il dominio ottomano; questi dopo il 1860 si ribellarono ripetutamente chiedendo condizioni meno oppressive; il governo del sultano rispose con orribili massacri (1894-96) che suscitarono lo sdegno, purtroppo infruttuoso, dell'Europa. La situazione non migliorò con l'avvento al potere dei Giovani Turchi: questi infatti, nel loro nazionalismo esasperato, vollero distruggere la nazione armena; le stragi del 1909 e degli anni 1915-20 raggiunsero lo scopo: ben pochi Armeni rimasero in Turchia, almeno 600.000 emigrarono in diverse parti del mondo (Siria, Egitto, Romania, Bulgaria e altri Paesi d'Europa, America e Asia). Nel 1918 "Per la cartina storica dall'indipendenza alla fusione con l'URSS vedi il lemma del 2° volume." "Per la cartina storica dall'indipendenza alla fusione con l'U.R.S.S. vedi pg. 445 del 2° volume." una parte della regione armena si dichiarò indipendente dalla Turchia e da allora gravitò nell'orbita russa, divenendo nel 1921 Repubblica Socialista Sovietica dell'Armenia (capitale Jerevan). Autonoma dal 1936, essa ha conservato lingua e cultura proprie esercitando un certo influsso sugli Armeni sparsi nel mondo. È divenuta Stato sovrano nel 1991, in seguito alla disgregazione dell'URSS. Benché abbia raggiunto una stabilità politica e per certi versi anche economica sconosciuta alla gran parte delle altre repubbliche dell'ex Unione Sovietica, non è ancora riuscita a raggiungere un equilibrio democratico. Gli effetti di un annoso conflitto con l'Azerbaigian a proposito del Nagorno-Karabah sono rimasti tutto sommato limitati, mentre le maggiori difficoltà derivano dai contrasti interni.

Arte

L'arte della regione nel periodo di Urarṭu si trova in rapporto di stretta dipendenza dalle tradizioni iconografiche e stilistiche dell'Assiria. L'architettura presenta forme innovative che si svilupperanno nell'arte achemenide: vengono introdotti sia l'impiego su vasta scala della colonna come elemento portante e decorativo, sia il tempio elevato su podio all'interno di un cortile peristilio, sia l'apadana. Resti di pitture parietali attestano una produzione parallela per tecnica e motivi a quella assira. Assai originale è la metallurgia, arte nella quale gli Urartei eccellevano. Dal sec. III a. C. al III d. C. l'Armenia è in stretto contatto col mondo culturale ellenistico. Un'arte autonoma del popolo armeno inizia con una prima fase che si apre con la cristianizzazione (fine sec. II- sec. IV) e si conclude alla fine del sec. VII con la conquista araba. Molto frequenti sono i contatti con l'Impero bizantino e con le popolazioni del Caucaso, costituendo un tramite culturale vivissimo. In architettura prevalgono dapprima le forme basilicali, con chiese a una o a tre navate (basilica di Kasał, del sec. IV, a tre navate con volte e abside; chiesa di Agarak, a una navata) mentre nei sec. VI e VII si affermano le chiese a pianta centrale con cupola. Si va dai tipi semplici (Lmbat, chiesa di Kamravor Aštarak) a quelli più complessi a croce iscritta con quattro absidi e cupola su tamburo poligonale (Hripʽsime, 618) o a tetraconco con peribolo esterno rotondo (resti della chiesa di Zvartnocʽ, 641-61). Le chiese sono talvolta decorate con sculture e con affreschi. Per quanto non sia dimostrabile una discendenza diretta dall'arte armena dell'architettura medievale dell'Occidente, tuttavia sia la concezione spaziale sia le strutture portanti presentano interessanti analogie con l'architettura romanica e gotica. Dopo la cesura rappresentata dalla conquista araba e con la formazione del Regno indipendente d'Armenia, che ha per capitale Ani, l'arte armena conosce una splendida ripresa (sec. IX-XI). Sorgono numerosi centri fortificati (Lori Berd, Amberd) e grandi complessi conventuali (Sanhain, Tʽatev, Hałpat, Ahpat, ecc.). Si erigono chiese sontuose (cattedrale di Ani e chiesa di Gagik, dell'architetto Trdat) spesso decorate da affreschi monumentali (Ałtʽamar, Sanahim, Tʽatev), e da cicli scultorei (chiesa di Ałtʽamar, inizi del sec. X). Fioriscono la miniatura e le arti applicate (stoffe, tappeti, ceramiche). Lo sviluppo artistico continua anche dopo la conquista del Paese da parte dei Turchi Selgiuchidi, specie per quanto riguarda la pittura e la miniatura. Tra la fine del sec. XI e il XIV acquista particolare importanza la Cilicia: a Sis, Ajas, Lambron e in altri centri della regione si innalzano edifici nella più schietta tradizione armena. Nel Trecento le incursioni dei Mongoli causano un arresto nell'attività edilizia, mentre continuano a essere coltivate la pittura e la miniatura (scuola di Van). Nei sec. XVII e XVIII la tradizione sopravvive senza originalità, finché con il progressivo assorbimento da parte della Russia (1828) penetrano il neoclassicismo e le correnti artistiche occidentali.

Letteratura

Nella storia della letteratura armena si possono distinguere tre periodi fondamentali, costituiti da un'età aurea (sec. V) a cui seguirono, dopo lunghi periodi di decadenza, due epoche di rinascita letteraria, la prima nei sec. XII-XIII (età d'argento) e l'altra a opera del movimento mechitarista (1700-1850). Quella armena è una letteratura essenzialmente ecclesiastica, a carattere fortemente nazionale, espressione di un popolo che ha duramente lottato durante tutta la sua storia per mantenere la propria indipendenza. Della letteratura popolare di epoca pagana sono stati conservati solamente pochi frammenti tramite gli storici cristiani. La letteratura ebbe inizio nel sec. V, dopo l'invenzione dell'alfabeto armeno, con la traduzione della Bibbia e dei testi sacri, che, come si è visto, servì a porre le basi della lingua letteraria armena. A essa seguirono numerose traduzioni di opere ecclesiastiche e di opere filosofiche classiche dal siriaco prima e poi direttamente dal greco. Particolare rilievo assunsero nel quadro della produzione originale le opere di storia, il genere che ebbe maggior sviluppo nella letteratura armena. La serie degli storici si apre con Agatangelo (sec. V), autore di una storia dell'introduzione del cristianesimo in Armenia e con Fausto di Bisanzio, che scrisse una storia dell'Armenia dal 316 al 387, continuata fino al 485 da Lazzaro di P'arpi. Due altri grandi storici armeni furono Mosè di Chorene (sec. IX), autore di una vasta Storia degli Armeni dall'inizio del mondo alla caduta degli Arsacidi (428) ed Eliseo, che nella sua Storia di San Vardan e della guerra degli Armeni contro i Persiani descrive la lotta condotta fra il 449 e il 451 dal popolo armeno, guidato dall'eroico generale Vardan, contro l'imperatore sassanide Yezdegerd II. Oltre alle opere di storia, in questo periodo si ebbe anche una notevole produzione religiosa e filosofica dovuta a scrittori come Giovanni Mandakuni ed Eznik di Kolb. Nel periodo di decadenza che seguì (sec. VI-XI), spiccano di nuovo gli storici, come Mosè di Kalankatu, Sebco Vescovo e il katholikós Giovanni VI che hanno lasciato vivide testimonianze di quell'epoca tormentata in cui gli Armeni subirono a più riprese l'invasione araba. Intanto, a partire dal sec. X, intorno ai monasteri si andava preparando la prima rinascita culturale armena, che ebbe un grande precursore nel poeta e teologo mistico Gregorio di Narek, mentre grazie a Gregorio Pahlavuni (sec. XI), traduttore di Platone, rinascevano gli studi classici, in un'epoca tormentata che trovava eco nel cronista Aristakes di Laskivert, il “Geremia dell'Armenia”, che descrisse la furia devastatrice dell'invasione dei Turchi Selgiuchidi. Nel sec. XIII la rinascita letteraria armena raggiunse la sua massima fioritura per opera di un piccolo gruppo di ecclesiastici raccolti intorno alla figura del katholikós Nerses IV, teologo, poeta e musico, e a Mechitar Gosh, il compilatore del Corpus iuris armeno. Contemporaneamente si aveva lo sviluppo di una poesia popolare armena, destinata a dare molto più tardi poeti di un certo rilievo, come Harut'iun (sec. XVIII). Dopo il sec. XIII ci fu di nuovo un lungo periodo di decadenza letteraria, mentre in campo storico si ebbero personalità di grande rilievo, come Matteo di Edessa, Samuele di Ani e Vardapet Vardan, fonti preziose per la storia delle Crociate e per quella persiana e ottomana. L'armeno moderno, che si formò nel sec. XVIII sulla base del medio-armeno, è costituito da due varianti dialettali, l'armeno orientale (parlato nelle zone caucasiche e nelle colonie persianee indiane) e l'armeno occidentale (diffuso in Anatolia e nelle colonie europee). Importante caratteristica della letteratura armena moderna è quella di essere una letteratura di emigrazione: infatti è nata e si è sviluppata all'estero, là dove nel corso dei secoli si erano venute costituendo le colonie più attive e popolose (Costantinopoli, Iblis, Vienna, Venezia e Mosca). La seconda rinascita culturale armena (1700-1850) ebbe come centri propulsori Venezia e Vienna grazie all'opera di Mechitar di Sebaste e dei suoi continuatori. La letteratura armena in lingua moderna (dal 1850 in poi), estranea alle influenze religiose, fu caratterizzata da forti sentimenti patriottici specie nel romanzo, che attraverso i filoni realistico e sociale si è venuto gradualmente a sostituire, nel ruolo di identificazione della coscienza nazionale, al genere storico assai praticato in precedenza. La promulgazione della Costituzione Ottomana aprì un periodo estremamente vivace e ricco di iniziative culturali, chiuso tuttavia tragicamente dalle stragi del 1914-15, che determinarono la diaspora e il definitivo abbandono delle province dell'Armenia anatolica. Dopo il 1921, anno in cui l'Armenia caucasica entrò a far parte dell'URSS, la produzione letteraria si considera tradizionalmente divisa in letteratura della diaspora e letteratura armeno-sovietica. La letteratura dell'Armenia sovietica non ha praticamente rapporto con quella della diaspora, mentre ha risentito da vicino delle vicende e degli orientamenti della cultura russa, conoscendo un primo periodo di avanguardia futurista cui ha fatto seguito un secondo momento di realismo socialista. Allo stesso modo i radicali cambiamenti avvenuti dalla metà degli anni Ottanta fino alla sua disgregazione (1991) in tutta l'Unione Sovietica si sono fatti avvertire anche nel campo della cultura armena. Tra gli esponenti della letteratura armeno-sovietica va ricordato J. Čarenc (1897-1937). La letteratura armena della diaspora è caratterizzata invece da una estrema frammentazione dei centri culturali, frutto delle persecuzioni dell'inizio del sec. XX che hanno prodotto la disgregazione del tessuto connettivo letterario, cosicché la produzione contemporanea, benché ricca e feconda, si presenta priva di caratteri unitari e di una sua linea di sviluppo, risentendo della molteplicità degli ambienti culturali in cui si è inserita. Inoltre molti autori della seconda e terza generazione hanno scelto di scrivere nella lingua del Paese che ormai era il loro, come gli americani W. SaroyanSurmelian e Michael Arlen jr. e i francesi H. Troyat e A. Adamov. Della produzione degli anni Ottanta si ricordano i romanzi Un pugnale in questo giardino, La saga degli armeni (1981) di Vahe Katcha, Ararat (1985) di D. M. Thomas, Il miniaturista (1985), Disobbedire (1986) e Lontano dal Bitz (1988) di M. Melkonian, e infine Il cielo era nero sull'Eufrate (1988) di J. der Alexanian. Nello stesso periodo per la poesia si è segnalata la raccolta di versi Qualcuno, qualcosa (1986) di Vahe Godel.

Musica

Nonostante lo smembramento politico del Paese è rimasta viva la tradizione del canto religioso armeno. Esso viene studiato con particolare interesse per l'antichità della Chiesa armena: la formazione del repertorio risale al sec. V; i primi manoscritti sono del sec. XII e si presentano in una notazione neumatica tuttora non decifrabile con sicurezza. Vi si è potuto riconoscere solo un rapporto con la notazione bizantina ecfonetica, né d'altra parte si può pensare di giungere a un'interpretazione precisa perché i neumi avevano la funzione di aiutare la memoria del cantore. Solo alla fine del sec. XVIII il repertorio fu riformato e scritto in modo sicuramente interpretabile: Babà Hampartzum conferì ad alcuni neumi antichi significati precisi (diversi da quelli originari) e trascrisse così numerosi canti. Esso può dunque essere conosciuto attraverso testi recenti e attraverso la pratica liturgica nelle chiese armene. Si tratta di un canto monodico che presenta numerosi punti di contatto con altre tradizioni orientali (sono sicure infiltrazioni turche) nella presenza, per esempio, di microintervalli inferiori al semitono. La teoria parla di otto modi e li fa derivare da quelli del canto bizantino, ma il loro carattere e la loro funzione si rivelano sostanzialmente diversi da quelli dei modi bizantini e gregoriani.

Per la geografia

J.-P. Alem, L'Arménie, Parigi, 1962; S. der Nersessian, Armenians, New York, 1970; G. Taylor, Armenian Lands, New York, 1980.

Per la storia

T. Mommsen, Römische Geschichte, vol. V, Berlino, 1885; J. de Morgan, Histoire du peuple arménien, Parigi-Nancy, 1919; J. Smith, Armenia, in “Le civiltà dell'Oriente”, vol. I, Roma, 1956; B. B. Piotrovskij, Il regno di Van Urartu, Roma, 1966; M. Salvini, Nairi e Ur(u)arti, Roma, 1967; G. Labat, Histoire de la Petite Arménie, Liegi, 1978.

Per l'etnografia

A. A. Baškanov, Cinquante siècles d'evolution ethnique autour de la Mer Noire, Parigi, 1937; S. A. Tokarev, Ethnografja a narodov SSSR, Mosca, 1958 (trad. it.: Popoli e costumi, Bari, 1969).

Per la letteratura

H. Thorossian, Histoire de la littérature arménienne dès origines jusqu'à nos jours, Parigi, 1951; K. Sarkissian, Introduction à la littérature arménienne chrétienne, in “Le Monde non chrétien”, 69, Parigi, 1964.

Per l'arte

Z. Hofrichter, Armenische Teppiche, Vienna, 1937; G. Tschubinaschwili, Armeni, centri e tradizioni, in “Enciclopedia Universale dell'Arte”, vol. I, Novara, 1980; S. der Nersessian, L'art arménien, Parigi, 1977; F. Formenton, Il tappeto orientale, Milano, 1984; A. Alpago Novello, Gli Armeni, Milano, 1986; J. M. Thierry, P. Donabédian, Les arts arméniens, Parigi, 1987; P. Cuneo e altri, Architettura armena dal IV al XIX secolo, Roma, 1988.