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Arnaldo da Bréscia

riformatore religioso (m. 1155). Nato forse a Brescia, dal 1115 fu allievo di Abelardo a Parigi. Tornato in Italia, iniziò gli attacchi contro la mondanità della Chiesa. Affermava che la confessione dovesse esser fatta non a un sacerdote, ma tra i fedeli stessi, vicendevolmente; che i sacramenti amministrati da un sacerdote in stato di peccato erano privi di valore; che gli ecclesiastici non dovevano possedere ricchezze né essere investiti di alcuna autorità politica (con il che veniva messo in causa il potere temporale dei papi). Avendo guidato l'opposizione contro il vescovo Manfredo di Brescia, fu chiamato da Innocenzo II a Roma e condannato all'esilio nel 1139. Si recò di nuovo in Francia, dove nel 1141 fu condannato assieme ad Abelardo dal Concilio di Sens. Malgrado la condanna, Arnaldo da Brescia tenne lezioni di teologia morale a Parigi. Espulso dalla Francia per ordine di Luigi VII su richiesta di Bernardo di Chiaravalle, si recò prima a Zurigo e poi in Boemia. Frattanto nel 1143 era scoppiata a Roma una rivoluzione tendente a eliminare il potere temporale dei papi e a instaurare la repubblica: era stato eletto il Senato e un patricius. Nel 1145 Arnaldo da Brescia raggiunse Roma e appoggiò decisamente la repubblica; fu perciò scomunicato da Eugenio III il 15 luglio 1148. Catturato da Federico I Barbarossa, che perseguiva in quel momento una politica di pace con il papato e si era accordato con Adriano IV, fu consegnato al prefetto dell'Urbe, che lo fece condannare a morte: fu impiccato e arso e le sue ceneri furono disperse nel Tevere (19 giugno 1155). La sua opera fu continuata dai seguaci, detti arnaldisti. § Arnaldo da Brescia fu assunto da G. B. Niccolini a protagonista della sua migliore tragedia, scritta nel 1843 in chiave repubblicana e ghibellina.