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Azorín

pseudonimo dello scrittore spagnolo José Martínez Ruiz (Monóvar, Alicante, 1874-Madrid 1967). Già allievo degli scolopi a Yecla, studiò legge a Valenza e a Madrid, senza laurearsi; preferì dedicarsi subito al giornalismo militante, difendendo ideali rivoluzionari e anarchici. A Madrid dal 1896, fu il principale animatore di un gruppo di giovani scrittori che egli stesso, circa un ventennio più tardi, definì con fortunata espressione “Generazione del '98”, collaborando a riviste e giornali (sempre più di destra, fino al monarchico ABC) e pubblicando numerosi libri. Fra il 1907 e il 1916 fu cinque volte deputato e due volte sottosegretario alla Pubblica Istruzione; ma poi abbandonò la politica per dedicarsi interamente alla letteratura, assumendo lo pseudonimo di Azorín (letteralmente “piccolo astore”), che era stato in origine il protagonista di un suo romanzo (1903). Fin dal primo libro della maturità, El alma castellana (1900), oggetto della sottile e appassionata indagine di Azorín fu la Spagna, in tutte le sue dimensioni: passato storico di drammatica decadenza, paesaggi – dall'austera Castiglia (Castilla, 1912) alla Mancha (La ruta de Don Quijote, 1905), al natio Levante, sfondo della bella trilogia narrativa, in gran parte autobiografica, La voluntad, 1902; Antonio Azorín, 1903; e Las confesiones de un pequeño filósofo, 1904 –; villaggi che sono senza storia (Los pueblos, 1905) e città troppo cariche di storia (Valencia, 1942, e Madrid, 1943); scrittori famosi (Clásicos y modernos, 1913; Al margen de los clásicos, 1915; Rivas y Larra, 1916; Los dos Luises, 1920; De Granada a Castelar, 1922; Los Quinteros, 1925; Lope en silueta, 1935; Con permiso de los cervantistas, 1948); biografie immaginarie (El licenciado Vidriera, 1915, ispirata all'omonimo personaggio cervantino; Tomás Rueda, 1941) e rievocazioni d'inconfondibile taglio personale (Tiempos y cosas, 1945; Memorias inmemoriales, 1941; Pensando en España, 1948). Migliaia di pagine, nel complesso, e non una sola che non porti il segno di un'intensa passione spagnola al disotto del nitore dello stile, fatto di notazioni impressionistiche squisitamente calibrate e sempre teso alla più difficile semplicità. Nella narrativa (opere principali, oltre alla citata trilogia: Don Juan, 1922; Doña Inés, 1925; Félix Vargas, 1928; El escritor, 1942; La isla sin aurora, 1944) e nel teatro (Old Spain, 1926; Brandy, mucho Brandy, 1927; Lo invisible, 1927; Angelita, 1930) Azorín non si preoccupò di raccontare o rappresentare una vicenda realistica, ma solo di delineare stati d'animo e di suggerire rarefatte atmosfere interiori; e se i risultati sono discontinui e in genere di scarsa presa immediata, l'arte dello scrittore è sempre raffinata e sagace. Benché ancorato alla temperie modernista, Azorín resta uno dei maggiori prosatori del Novecento ispanico.

M. C. Rand, Castilla en Azorín, Madrid, 1958; J. M. Martínez Cachero, Las novales de Azorín, Madrid, 1960; M. Tudela, Azorín, Madrid, 1969.