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Bèrberi

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Etnologia

Popolazione dell'Africasettentrionale, un tempo diffusa dall'Atlantico all'odierna Libia, frammentata in aree più o meno vaste dal Rif marocchino alla Tunisiameridionale (dove si mantiene piuttosto pura antropologicamente). I Berberi parlano una lingua propria e si fanno comunemente discendere dalle genti mediterranee che popolarono l'Africa settentrionale in epoca protostorica e forse preistorica; si opposero sempre accanitamente ai conquistatori (Cartaginesi, Romani, Vandali, Bizantini, Arabi, Francesi, ecc.) e ciò ha permesso loro di conservare molte delle tradizioni originarie, soprattutto nei gruppi stanziati nell'Atlante. L'economia tradizionale è basata sull'agricoltura; l'allevamento è in genere complementare, fatta eccezione per i Berberi del Rif e di qualche altra zona, che vivono allo stato nomade o seminomade di pastorizia (pecore e, in minor misura, bovini, dromedari, cavalli, capre). In origine i Berberi erano organizzati in clan matrilineari; la plurisecolare influenza araba, introducendo l'Islam, ha trasformato la loro società in senso patriarcale, sebbene restino ancora tracce dell'originaria struttura, per esempio nel collettivismo; la grande famiglia (ikhs, in Marocco; kherruba, in Cabilia) abita in un solo quartiere e più quartieri formano il villaggio retto dal consiglio dei capifamiglia oppure da un'assemblea (ǧamā ʽah in Cabilia); fra i Berberi nomadi si trovano anche cabile di tipo arabo. I vari villaggi sono autonomi ma tra gruppi di essi sussistono forme federative, soprattutto in tempo di guerra. L'abitazione più diffusa è la casa di tipo arabo o di pietra con tetto a due spioventi; tra i nomadi è stata adottata la classica tenda dei Beduini; esistono ancora capanne seminterrate (gurbı) e case collettive in pozzo; in Cabilia sono diffusi i magazzini collettivi fortificati (mahzan), mentre nel Rif, fra i nomadi, esistono centri comunitari fortificati (qṣūr), veri e propri castelli turriti; diffusi fra tutti i villaggi berberi sono i centri cultuali, anche questi fortificati (qaṣbah). Tipico dell'abbigliamento tradizionale è una sorta di cappotto-mantello in lana, tutto di un pezzo (burnūs).

Storia

L'influenza dei Fenici e dei Greci sulle popolazioni indigene fu, salvo che nella zona di Cartagine, praticamente nulla. D'altra parte, caratteristica costante della storia dei Berberi fu la scarsa penetrazione di idee e usi estranei alla popolazione e contemporaneamente la limitata capacità di creare durevoli entità politiche unitarie. Uniche eccezioni furono nel primo caso la penetrazione, in alcune regioni più formale che sostanziale, dell'Islam e nel secondo, oltre agli effimeri regni di Massinissa in Numidia e di Giuba in Mauritania, gli imperi degli Almoravidi e degli Almohadi. Di fronte alla dominazione romana, così come nei confronti di quelle dei Vandali e più tardi dei Bizantini, insorsero il particolarismo e lo spirito di indipendenza dei Berberi che, se da un lato impedivano l'unificazione delle numerosissime tribù se non di fronte a un nemico comune, dall'altro facevano sì che i conquistatori, contro i quali avvennero numerose rivolte, avessero il controllo effettivo di poche e ristrette zone mentre il resto del Paese si manteneva in una situazione di semi-indipendenza. Nella seconda metà del sec. VII ebbero inizio l'invasione e, dopo le prime rivolte, la conquista araba dell'Africa settentrionale, cui seguì un processo di islamizzazione delle popolazioni berbere che non fu però disgiunto dalle consuete manifestazioni di indipendenza sia politica sia religiosa. Ricordiamo a questo proposito la rivolta di Kusayla, un capo berbero che riuscì a costituire, alla fine del sec. VII, un regno che comprendeva Tunisia, Aurès e una parte degli altopiani sopra Costantina e, più tardi, quando cominciò a indebolirsi il potere degli Abbasidi, il fiorire di emirati autonomi, governati da Arabi, ma con popolazione quasi esclusivamente berbera (Rustamidi di Taher in Algeria, Aghlabiti in Tunisia, Idrisiti in Marocco, Barghawata sulla costa atlantica). Sul piano religioso lo spirito di indipendenza dei Berberi è evidenziato dalla loro adesione, contro l'ortodossia islamica, all'eresia kharigita che più tardi abbandonarono per accostarsi agli sciiti. Allo stesso modo essi si erano accostati nei primi tempi del cristianesimo a una serie di dottrine eterodosse tanto che le dispute religiose verificatesi nell'Africa settentrionale nei sec. IV-V furono in realtà guerre tra tribù. Il periodo di adesione alle dottrine sciite coincise con l'appoggio dato dai Berberi ai Fatimiti; questi giunsero per breve tempo (sec. X) a dominare gran parte dell'Africa settentrionale, dove però anche in questo periodo si manifestò l'autonomia di una parte dei Berberi, gli Zenāta, che appoggiarono gli Omayyadi di Spagna. Ritiratisi i Fatimiti in Egitto, l'Africa settentrionale si trasformò in feudo dei gruppi principali: i Ṣanhāǧia e gli Zenāta. Nella seconda metà del sec. XI i Berberi subirono l'invasione dei Hilāl Banū che distrussero l'economia locale e iniziarono un processo di arabizzazione, soprattutto della Tunisia e dell'Algeria, attraverso matrimoni misti e l'imposizione della loro lingua. Dalla situazione di anarchia, intesa come mancanza di un unico potere, i Berberi uscirono grazie al processo di unificazione degli Almoravidi e degli Almohadi, dopo il quale si verificò un nuovo frazionamento: Hafsidi a Tunisi, Abdalwaditi a Tlemcen, Merinidi e più tardi Waṭṭāsidi in Marocco furono i nuovi detentori di potere della zona. La storia dei Berberi diviene poi quella di varie tribù dell'area, alcune delle quali avevano subito e subirono ancora un profondo processo di islamizzazione, mentre altre, solo superficialmente toccate dalla penetrazione musulmana, tornavano alla vita primitiva.