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Bòsnia ed Erzegòvina

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(Bosna i Hercegovina ). Stato della Penisola Balcanica (51.209 km²). Capitale: Sarajevo. Divisione amministrativa: Federazione croato-musulmana (FCM), ripartita in 10 cantoni, e Repubblica serba, costituita da 7 regioni. Popolazione: 4.377.033 ab. (stima 2009). Lingua: bosniaco, serbo e croato (ufficiali). Religione: musulmani sunniti (43%), ortodossi (29,9%), cattolici (18%), altri (9,1%). Unità monetaria: marco convertibile (legato da un cambio fisso all'euro). Indice di sviluppo umano: 0,812 (76° posto). Confini: Serbia (E) e Croazia (NW-S). Membro di: CEFTA, EBRD, ONU e OSCE, associato UE.

Generalità

Il territorio della Bosnia ed Erzegovina, nel cuore della regione balcanica occidentale, comprende a N la Bosnia propriamente detta, attraversata da una serie di affluenti della Sava e dunque appartenente al bacino danubiano, e a S l'Erzegovina, inclusa nello spartiacque mediterraneo. Entrambe le regioni sono prevalentemente montuose, anche se la prima, maggiormente ricca d'acqua, è in gran parte coperta di boschi, mentre la seconda appare più arida. Il Paese deriva il nome dalle due regioni storiche che lo compongono: la Bosnia dall'omonimo fiume che ne attraversa gran parte del territorio, l'Erzegovina da herceg (in serbo “duca”), avendo avuto un periodo di autonomia come ducato nel sec. XV. La Bosnia ed Erzegovina si è caratterizzata nei secoli per l'omogeneità etnica della popolazione, di origine slava e accomunata dalla medesima lingua, contrapposta a una differenziazione religiosa, data la compresenza di islamismo, cristianesimo ortodosso, cattolicesimo e – fino agli anni Quaranta del sec. XX – giudaismo. A una Bosnia indipendente nel Medioevo, sono seguite la plurisecolare dominazione turco-ottomana durata dal sec. XV al 1878, quella asburgica per una quarantina d'anni fino al 1918, l'integrazione della regione nella monarchia serba di Belgrado, successivamente nello Stato croato ustascia negli anni della seconda guerra mondiale, e poi nella Iugoslavia federale dal 1945 al 1992, anno della proclamazione di indipendenza. Quello stesso anno, in concomitanza con il riconoscimento internazionale della Bosnia ed Erzegovina come Stato sovrano, tra le varie componenti nazionali e religiose del Paese è scoppiata una guerra a cui hanno partecipato indirettamente i Paesi confinanti e che ha visto gli interventi dell'ONU, della NATO e poi l'azione degli Stati Uniti che ha imposto la cessazione del conflitto nel 1995. È seguita una pace di compromesso con la quale, lasciandosi invariati i confini esterni del Paese, sono avvenute una riconfigurazione istituzionale dello Stato e una nuova partizione del territorio tra le entità belligeranti. Già ai tempi della Iugoslavia, la Bosnia ed Erzegovina era tra le Repubbliche economicamente più arretrate. Successivamente, il passaggio da un'economia pianificata al libero mercato, le distruzioni belliche degli anni 1992-1995 e la scarsa funzionalità dell'organizzazione spaziale del dopoguerra, hanno impedito – nonostante gli aiuti internazionali – il rilancio economico del Paese, che è tra i più poveri d'Europa. Infatti le attività produttive, crollate durante il conflitto, non hanno ripreso quota nel decennio seguente a causa sia del venir meno del sistema in cui la Bosnia integrava la propria economia con le altre Repubbliche della federazione iugoslava, sia anche delle barriere protettive che impediscono la libera circolazione delle merci bosniache nel territorio dell'UE. Le conseguenze di questa situazione sono bassissimi redditi pro-capite, alto tasso di disoccupazione, sviluppo di un'economia “nera” per buona parte controllata dalla criminalità organizzata, nonché una propensione all'emigrazione all'estero in cerca di migliori condizioni di vita. Le componenti croata e serba della popolazione sentono rispettivamente la Croazia e la Serbia come le proprie autentiche nazioni di appartenenza, stabilendo pertanto relazioni preferenziali con questi Paesi; l'insieme degli abitanti, a prescindere dalle identità nazionali, aspira a un'integrazione della Bosnia ed Erzegovina nell'UE, anche se al 2005 non si sono ancora avviate le trattative per una sua associazione, passo preliminare per un ingresso a pieno titolo.

Lo Stato

Già Repubblica federata nell'ambito della Federazione iugoslava, ha proclamato la propria indipendenza nel 1992, atto che è all'origine dello scontro tra le tre etnie presenti sul territorio per il controllo dello Stato, degenerato in una delle guerre più cruente avvenute in territorio europeo nel sec. XX. Con l'accordo di Dayton (1995) il Paese ha sancito la propria integrità in una nuova e originale forma di unità politico-territoriale: Stato unico diviso in due entità, ciascuna dotata di un proprio Parlamento e governo, l'una croato-musulmana (Federazione croato-musulmana, 51% del territorio), l'altra serba (Republika Srpska, 48% ca. del territorio), oltre al distretto di Brčko nella Bosnia nordorientale, già assegnato alla Repubblica serba e diventato autonomo nel 1999 in seguito a un arbitrato internazionale. La Federazione croato-musulmana è guidata da un presidente e un vicepresidente alternativamente croato e musulmano; il potere legislativo spetta al Parlamento, composto da Camera dei rappresentanti (140 membri) e Camera popolare (74 membri). Anche la Repubblica serba è guidata da un presidente e un vicepresidente, e l'Assemblea nazionale è composta da 140 membri. La presidenza centrale della repubblica è formata da 3 membri, eletti a suffragio universale per due anni, in rappresentanza delle tre etnie (un musulmano, un serbo, un croato); presiede per primo, colui che ha ottenuto la maggioranza dei voti, poi a rotazione ogni 8 mesi. Il Parlamento centrale è formato da due Camere: la Camera dei rappresentanti (42 deputati eletti a suffragio diretto, per due terzi croato-musulmani e per un terzo serbi), con sede a Sarajevo, e la Camera del popolo (5 delegati per ogni etnia), che si riunisce a Lukavica. L'esecutivo centrale è formato da un Consiglio dei ministri, nominato dalla presidenza; alla sua guida vi sono due co-primi ministri (musulmano e serbo), affiancati da un vice primo ministro (croato). Nel dicembre 1997, in seguito alle pressioni del Consiglio internazionale per il rispetto degli accordi di Dayton, i rappresentanti delle tre etnie hanno firmato un accordo sul passaporto comune bosniaco, sulla cittadinanza e sul funzionamento del Consiglio dei ministri. Il territorio della Federazione è ripartito in dieci cantoni, ciascuno con propria costituzione e organizzazione amministrativa, divisi a loro volta in 85 municipalità complessive: Unsko-Sanski (1), Tuzlanski (3), Zeničko-Dobojski (4), Bosansko-Podrinjski (5) e Sarajevo (9) che sono bosgnacchi, Posavski (2), Zapadno-Hercegovački (8) e Herceg-Bosanski (10) croati, Srednjobosanski (6) ed Hercegovačko-Neretvanski (7) che sono misti bosgnacchi e croati. La repubblica serba consta di 7 regioni, suddivise in 64 municipalità: Banja Luka, Doboj, Bijeljina, Vlasenica, Sokolac, Srbinje (ex Foča), Trebinje. Il sistema giudiziario, in via di adattamento ai parametri europei, non è ancora definitivamente strutturato. L'unica forza armata presente è l'esercito, organizzato autonomamente da ciascuna delle due entità. La Bosnia ed Erzegovina, dapprima sotto il controllo militare NATO, dal 2 dicembre 2004 viene presidiata da contingenti dell'UE (EUFOR - Forza di stabilizzazione europea) e da un Alto rappresentante della comunità internazionale. La scuola dell'obbligo dura 11 anni, ripartita nel ciclo elementare (8 anni) e medio. Il tasso di analfabestismo nel 2008 era del 2,4%.

Territorio: geografia fisica

Il territorio, che si estende nel settore sudorientale dell'Europa, è prevalentemente montuoso, caratterizzato peculiarmente non tanto dall'altitudine dei singoli rilievi quanto dalla loro estrema asprezza e grande estensione; digrada a N verso la valle della Sava; comprende a W estesi altopiani carsici e le Alpi Dinariche, mentre la parte centrale è occupata da massicci e catene del sistema dinarico, le cui cime superano sovente i 2000 m (Ploča, 2228 m; Vranica, 2107 m). A S il rilievo è costituito da altopiani carsici, solcati da numerosi e vasti polja (depressioni pianeggianti di genesi carsica) orientati da SW a NE. La regione bosniaca è caratterizzata dalla presenza di numerosi corsi d'acqua che drenano i rilievi dell'area centromeridionale del Paese e scorrono verso N. I principali (Drina, Bosna – il suo bacino idrografico è molto esteso, corrisponde alla parte centrale del Paese e dà nome a tutta la regione –, Vrbas, Una) sono tutti tributari di destra della Sava (affluente del Danubio il cui percorso delimita gran parte del confine settentrionale del Paese). Il territorio dell'Erzegovina, invece, alimenta le acque di collettori che sfociano nel Mare Adriatico, il più esteso dei quali è il fiume Neretva (Narenta) che prima di raggiungere il mare, dopo avere attraversato Mostar, forma una piccola piana alluvionale situata per buona parte in territorio croato. Poco più a S della foce del fiume si trova l'unico lembo costiero della Bosnia. Il clima, di tipo continentale con influssi mediterranei, è caratterizzato da elevate escursioni annue della temperatura e da abbondanti precipitazioni, che variano dai 1000 ai 2500 mm annui. Gli inverni sono rigidi e lunghi, le estati relat. brevi ma abbastanza calde. Le forti differenze di altitudine del Paese, la presenza di depressioni chiuse e di versanti a diversa esposizione determinano differenze climatiche notevoli tra un luogo e l'altro e confinano le attività umane nelle depressioni di origine carsica.

Territorio: geografia umana

In Bosnia ed Erzegovina il processo di ricomposizione della identità etnico-sociale dello Stato si è sviluppato nel corso di quasi cinque anni di guerra, conclusisi con gli accordi di Dayton (21 novembre 1995). La nuova aggregazione amministrativa ha le sue basi nelle operazioni di pulizia etnica messe in atto nel corso del conflitto, che hanno determinato una più netta divisione territoriale fra quelle etnie che prima vivevano integrate, anche se, ovviamente, in alcune aree era predominante la presenza dell'una o dell'altra. Gli abitanti musulmani della Bosnia ed Erzegovina erano maggioritari a S di Sarajevo, nella fascia di territorio tra Mostar e il fiume Lim, e anche nella zona di Tuzla e a W di Banja Luka; a W di Sarajevo vivevano insieme ai serbi, mentre condividevano con i croati la zona che si stendeva a E di questa città, divenuta un'isola multireligiosa. In totale, i musulmani rispetto all'intera popolazione erano quasi la metà. I croati erano, invece, predominanti fra gli abitanti della parte occidentale del Paese (Alpi Dinariche), della bassa valle della Neretva, oltre che a settentrione in Posavina vicino al confine con la Croazia. I serbi avevano la prevalenza nelle restanti parti della Bosnia ed Erzegovina, ossia oltre la metà del territorio. In occasione del censimento del 1991, il 5,5% degli ab. non volendosi riconoscere in alcuna delle tre nazioni costitutive, si era dichiarato iugoslavo; la restante popolazione era costituita per lo più da Rom, ebrei (soprattutto a Sarajevo), e poi ungheresi e romeni, concentrati nelle zone di confine con la Vojvodina e, infine, ruteni. I dati relativi alla popolazione riguardanti il periodo successivo alla guerra, frutto soltanto di stime non essendosi più svolto da allora un censimento generale, possono risultare condizionati dall'incertezza sul numero dei rientri dei rifugiati nelle località di residenza pre bellica, ma sono comunque utili a fornire un quadro generale. Una stima del 2000 valutava la popolazione pari a ca. 3.972.000 ab. e quindi notevolmente inferiore a quella registrata dal censimento del 1991 (4.377.033 ab.). Tale decremento è imputabile agli sconvolgimenti portati dalla guerra civile: si calcola che, tra il 1992 e il 1995, oltre a esserci stati più o meno 260.000 morti per cause belliche, ca. 2.100.000 persone siano state costrette a lasciare le loro residenze e a rifugiarsi in Croazia, in Iugoslavia e in molti Paesi stranieri. Dal 1998 tali profughi hanno cominciato a rientrare in patria, anche se molti hanno preferito risiedere stabilmente all'estero. Nel 1999, in seguito ai bombardamenti della NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia, si è avuto un consistente afflusso di rifugiati (80.000 persone): albanesi dal Kosovo, musulmani verso la Federazione, serbi verso la Repubblica serba. Il problema dei profughi rappresenta uno dei nodi sociali più gravi in Bosnia ed Erzegovina, con implicazioni economiche e giuridiche assai consistenti. Il Paese è caratterizzato da una bassa densità demografica (75 ab. km²), un tasso di fecondità (1,2 nel 2008) allineato sui valori dell'Europa economicamente avanzata, oltre che da una forte dispersione abitativa, con una popolazione urbana del 48% (2008), percentuale tra le più basse d'Europa. Nel 1991 vi erano 38 città con oltre 10.000 ab., mentre in seguito la struttura insediativa è cambiata radicalmente. Molte città (tra cui Sarajevo stessa e Tuzla) che fungevano da poli regionali, hanno perduto il proprio hinterland tradizionale, assegnato all'altra entità costitutiva dello Stato. Esso, infatti, dopo il 1995 è stato tagliato da confini interni sulla base della situazione militare esistente al momento della firma degli accordi, e non su esigenze di ordine funzionale. Capitale della Bosnia ed Erzegovina, nonché della Federazione, nonché dell'etnia croato-musulmana, è la città di Sarajevo, la cui popolazione, al censimento del 1991, ammontava a oltre 400.000 ab., mentre successivamente è discesa a 304.065 (stima 2007). La città, durante il conflitto del 1992-95, ha subìto gravissimi danni sia a livello strutturale sia per la perdita di fondamentali testimonianze della sua memoria storica: esempio ne è la distruzione della Biblioteca nazionale. Tuttavia dopo la guerra, beneficiando di assistenza internazionale in misura molto maggiore rispetto alle altre località dello Stato, è stata in gran parte ricostruita e rinnovata. Seconda città del Paese è Banja Luka, capitale della Repubblica serba, seguita da altri centri urbani, tutti di dimensioni inferiori ai 100.000 ab., tra cui i più importanti sono Zenica, Tuzla e Mostar, conosciuta anche per il suo antico ponte bombardato nella guerra del 1992-95 e poi ricostruito nel 2004 grazie a finanziamenti internazionali.

Territorio: ambiente

La natura montuosa del territorio, l'estensione dei boschi (42,7% della superficie totale) e la scarsa densità demografica hanno mantenuto nella Bosnia ed Erzegovina ampie aree ancora ricche di biodiversità. L'ambiente viene tutelato da un ministero ad hoc operante a livello federale. Ai due parchi nazionali “storici” di Sutjeska e Kozara, dopo il 2000 si è aggiunto quello di Hutovo Blato nel S dell'Erzegovina a pochi chilometri da Capljina. Il primo è il più antico della Bosnia ed Erzegovina; esteso per 175 km², include il monte Maglić (2386 m), la vetta più alta del Paese alla frontiera con il Montenegro. Il parco Sutjeska, così denominato dal fiume omonimo ricco di canyon, contiene una tra le ultime foreste primarie d'Europa. Dotato di infrastrutture turistiche, viene raggiunto per praticarvi escursioni guidate, alpinismo, sport invernali e pesca sportiva. Il parco di Kozara istituito nel 1967, si trova nella Repubblica serba tra i fiumi Sava, Sana e Vrbas; la sua superficie a protezione totale è di 33,75 km² ed è anch'esso una nota località turistica. Adiacente a questo vi è un'area di 180 km² destinata alla caccia regolamentata di cervi, lepri, cinghiali, volpi, martore, fagiani e anatre selvatiche. Il parco nazionale di Hutovo Blato copre una superficie di 74,11 km². Il suo lago è l'habitat naturale per 240 specie di uccelli, di cui è pssibile seguire i movimenti con safari fotografici. Inoltre, in Bosnia ed Erzegovina vi sono i due parchi naturali regionali di Jahorina e di Trebeno, oltre a varie altre località soggette a specifiche forme di tutela (oasi avifaunistiche, riserve naturali ecc.). Tutta la Bosnia ed Erzegovina è a grande rischio sismico, ma il problema più grave del suo territorio è quello delle mine inesplose rimaste dopo la guerra nel terreno bosniaco. Dal 1996 al 2005 le vittime di incidenti con mine sono state più di 1500 e dopo nove anni di bonifica almeno il 4% del territorio è ancora a rischio. Solo lo 0,8% del Paese è tutelato sotto forma di aree protette.

Economia

Quando la Bosnia ed Erzegovina era una repubblica della Iugoslavia, la sua economia era integrata in ambito federale e rispondeva alle esigenze dell'intero Paese. Durante il regime passato si erano compiuti notevoli sforzi per la sua industrializzazione, sia per poterne sfruttare le abbondanti materie prime, sia per attenuare la distanza che la separava dalle altre Repubbliche economicamente più avanzate, sia per la sua posizione strategica. La Bosnia ed Erzegovina, infatti, priva di frontiere esterne, avrebbe potuto assicurare la produzione anche qualora la Iugoslavia fosse stata invasa, e questa caratteristica l'aveva resa il luogo più adatto della federazione per collocarvi le fabbriche di armi. Tuttavia, nonostante tali iniziative, la produttività pro-capite del Paese non aveva superato mai il 70% della media iugoslava. La sua economia, dalla nascita come Stato sovrano fino al 2005, è stata condizionata dagli sconvolgimenti provocati dalla guerra. Fondamentali sono gli aiuti economici stanziati da organismi internazionali, come l'UE, la Banca Mondiale e il PIC (Peace Implementation Council). L'agricoltura è nel complesso poco produttiva, anche per la grande frammentazione della proprietà fondiaria. Nelle valli e nelle pianure settentrionali si coltivano cereali. Rilevanti sono le attività pastorali e lo sfruttamento delle risorse forestali. Le risorse minerarie comprendono carbone e lignite (Zenica, Kakanj, Banovići), bauxite (Monstar, Jajce, Bosanka Krupa), oro, amianto, salgemma, minerali di ferro (Ljubija, Vareš), rame (Gornij Vakuf), piombo e zinco. Le industrie sono attive nei comparti siderurgico (Zenica, Vareš), metallurgico (Travnik), meccanico, elettronico, del legno (Sarajevo, Banja Luka), della carta (Vareš), del cemento, tessile, chimico (Tuzla) e alimentare (Brčko). Il 26 febbraio 1998 è ripreso il traffico commerciale tra le due entità della Bosnia ed Erzegovina e i Paesi confinanti, ma sostanzialmente le relazioni economiche dell'entità croato-musulmana rimangono orientate verso la Croazia e i Paesi centro-europei, mentre quelle dell'entità serba verso la Federazione di Serbia e Montenegro. Grava sul Paese, oltre al problema dell'emigrazione, una percentuale alta di disoccupazione: stimata nel 2009 intorno al 24,1%, ; la popolazione in grado di permetterselo preferisce quindi abbandonare lo Stato cercando migliori condizioni di lavoro e di vita all'estero, causando di fatto un grave depauperamento del migliore capitale umano del Paese, dal momento che solitamente riescono ad andarsene i più giovani – in genere di condizione socio-culturale elevata – che non riescono a ottenere in patria un'occupazione adeguata alle loro aspirazioni. La ripresa post-bellica, che comunque è avvenuta visto che nel 1995 il PIL pro-capite era ridotto quasi a zero, ha subìto una fase di rallentamento al volgere del millennio; nel 2009 la variazione del PIL è stata del -3,4%, con una ricchezza prodotta per ab. di 4.279 $ USA. In particolare, la ripresa agricola non ha dato i risultati auspicati a causa dell'inurbamento di buona parte della popolazione rurale, che preferisce trasferirsi nelle città – dove subentra nelle residenze di chi ha abbandonato il Paese o si è trasferito nell'altra entità – non riuscendo a trarre sostentamento dalla sola coltivazione dei campi; infatti, le aziende agricole private, eccessivamente frazionate, non sono in grado di dare luogo a una produzione attuata con metodi moderni che possa reggere alla concorrenza nel libero mercato. Di conseguenza, dal punto di vista alimentare il Paese non è autosufficiente. Anche la produzione manifatturiera è inferiore al valore delle merci importate, tanto che il debito estero complessivo ha superato i due miliardi e mezzo di dollari e il bilancio dello Stato rimane in deficit. Nell'immediato dopoguerra, con il supporto degli aiuti internazionali si è puntato principalmente al rilancio dell'industria leggera produttrice di beni di consumo necessari alla popolazione allora stremata dal conflitto. Successivamente, avviando le privatizzazioni delle aziende di Stato, si è cercato di ripristinare l'apparato produttivo dell'industria pesante, anche se scarseggiano le risorse per gli opportuni investimenti, che solo gruppi economici stranieri possono garantire. Questi ultimi, tuttavia, di fronte alla perdurante instabilità politica che non dà certezze per il futuro, si sono rivelati restii a impegnarsi a fondo. Un passo avanti decisivo, comunque, si è compiuto nel 1998 quando è stata liberalizzata la circolazione delle persone e delle merci tra le due entità dello Stato, trasferendo contestualmente al governo centrale ogni competenza in materia fiscale. La maggior parte delle comunicazioni avviene sulle strade (21.846 km di cui 14.020 asfaltati al 2001), ripristinate e ammodernate dopo la guerra; mancano le autostrade, eccetto pochi chilometri intorno alla capitale, e non va dimenticato che parte del territorio è inagibile per la presenza di mine e di altri residuati bellici. È invece quasi inesistente il traffico ferroviario, nonostante la riattivazione di molte linee danneggiate durante la guerra. L'aeroporto principale si trova a Sarajevo, mentre è a Mostar uno scalo secondario. Il turismo, grande risorsa ancora sottoutilizzata che adeguatamente valorizzata (potendo avvalersi di una natura poco contaminata e di un eccellente patrimonio storico e artistico) contribuirebbe a risanare l'economia, costituisce un fenomeno di rilievo soltanto a Sarajevo, a Mostar e nei suoi dintorni, oltre che nei parchi nazionali.

Storia

Lo Stato è costituito da due regioni storiche, la Bosnia e l'Erzegovina, legate da un comune filo conduttore. Entrambe – prima di assumere tali denominazioni che risalgono al Medioevo – appartennero alla provincia romana di Dalmazia, furono comprese nell'Impero d'Occidente e poi, dopo l'occupazione dei Goti (476) e la riconquista, passarono a far parte dell'Impero d'Oriente(530). Slavizzate tra i sec. VII e VIII, la Bosnia e l'Erzegovina entrarono nell'orbita di dinastie slave. La prima già nel 1102 era banato indipendente, legato da vassallaggio (dal 1120) al re d'Ungheria cui appartenne direttamente a partire dal 1250. Dopo un periodo di lotte tra i conti cui il suo territorio era stato affidato, alla fine del sec. XIV la Bosnia ed Erzegovina fu annessa a un regno indipendente che, sotto Tvrtko I, comprendeva un vasto territorio includente i domini del regno serbo in dissoluzione e quindi anche l'Erzegovina. Nella seconda metà del sec. XV la Bosnia (1463) e l'Erzegovina (1482) furono conquistate dai Turchi ai quali rimasero fino al 1878 quando, nel Congresso di Berlino, si stabilì che fossero date in amministrazione all'Austria-Ungheria, rimanendo però salvo il diritto di sovranità turca sul territorio. Nel 1908 l'Austria procedette unilateralmente all'annessione. Ciò procurò una situazione densa di tensioni da cui scaturì l'assassinio dell'erede al trono dell'impero asburgico, l'arciduca Francesco Ferdinando, da parte di un giovane serbo-bosniaco membro di un'associazione nazionalista, avvenuto a Sarajevo il 28 giugno 1914. Nel 1918, la Bosnia e l'Erzegovina furono integrate nel Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, che nel 1929 cambierà nome in Regno di Iugoslavia; durante la seconda guerra mondiale vennero invase da truppe italo-tedesche, anche se formalmente furono annesse alla Croazia, Stato fantoccio a regime ustascia creato dai nazi-fascisti. Principale teatro operativo della resistenza partigiana, dal 1945 è diventata una delle sei Repubbliche costitutive della Iugoslavia Federale socialista fondata da Tito, leader comunista durante la lotta contro le forze di occupazione italo-tedesche e contro i nazionalisti anticomunisti interni. Nell'ottobre 1991, sull'onda delle rivendicazioni nazionalistiche che, a partire dalla secessione di Croazia e Slovenia, avevano sconvolto la Iugoslavia, il Parlamento della Bosnia ed Erzegovina votò unilateralmente l'indipendenza. Ma tale decisione, raggiunta con l'accordo di musulmani e croati e sancita dal referendum popolare del 29 febbraio 1992, fu violentemente contestata dai serbi – terza grande etnia presente nella regione – che il 7 aprile 1992 (contemporaneamente al riconoscimento internazionale del nuovo Stato) proclamavano l'indipendenza della Repubblica serba di Bosnia, uscendo dalla presidenza federale di Sarajevo e dando avvio a una lunga e sanguinosa guerra civile. Si ripeteva lo scenario del conflitto etnico che già aveva opposto croati e serbi in Croazia, questa volta complicato e amplificato dalla presenza della componente musulmana. La capitale Sarajevo e i più importanti centri, abitati prevalentemente da popolazione musulmana, venivano stretti in una morsa dai combattenti serbo-bosniaci. Il blocco dei rifornimenti e i bombardamenti lasciarono Sarajevo isolata dal resto del mondo per ca. tre anni, fino alla conclusione della guerra. Sul resto del territorio prima i serbi e successivamente anche le altre componenti nazionali attuarono la pratica della cosiddetta “pulizia etnica”, consistente nell'eliminazione fisica o nell'espulsione di tutti gli appartenenti a etnie differenti dalla propria, allo scopo di raggiungere l'omogeneità abitativa. Né l'invio in Bosnia dei caschi blu dell'ONU, né l'embargo contro la Iugoslavia sostenitrice della componente serba e neppure i piani di pace presentati a più riprese dalle organizzazioni internazionali si rivelarono sufficienti a far cessare il conflitto. Al contrario, i progetti di pacificazione che comportavano una divisione etnica del territorio innescarono un'ulteriore recrudescenza del conflitto, scatenatosi anche tra le due entità bosniaco-musulmana e croata, che almeno formalmente fino ai primi mesi del 1993 erano alleate. Anche all'interno del fronte musulmano si verificarono divisioni, concretizzatesi in una momentanea secessione della regione di Bihac in Bosnia nordoccidentale dal governo di Sarajevo, che portò a una nuova guerra interna tra musulmani, mentre tutte le proposte di soluzione prospettate in sede internazionale caddero una dopo l'altra. Nei primi due mesi del 1994 ulteriori atrocità si verificarono a Sarajevo dove le bombe degli assedianti colpivano bambini, persone in fila davanti ai negozi, gente all'interno di un mercato. L'ondata di proteste internazionali portò la NATO a intimare un ultimatum per il ritiro delle postazioni serbo-bosniache intorno a Sarajevo. La morsa intorno alla capitale bosniaca si allentò anche per una tregua concordata tra i combattenti delle due parti, ma il conflitto, nonostante alcuni raid NATO, continuò furioso. Dopo alcuni mesi di relativa calma, nell'estate del 1995 le ostilità si riaccesero con un attacco dei serbi alle città enclaves musulmane rimaste nella Bosnia orientale, nonostante fossero state dichiarate zone protette dall'ONU e poste sotto la sua tutela. Il massacro più grave avvenne l'11 luglio in quella di Srebrenica, presidiata dai caschi blu olandesi che nulla fecero per fermare l'uccisione di ca. 8000 civili in fuga verso le zone sotto il controllo musulmano. Tuttavia, questo eccidio, autorizzato dal generale Mladić comandante dell'esercito serbo-bosniaco, determinò il punto di svolta decisivo alla risoluzione della guerra. Il governo statunitense, sollecitato dall'opinione pubblica interna che chiedeva misure per far cessare carneficine come quella giudicate prive di senso, si impose sui belligeranti costringendoli a una pace sottoscritta a Dayton (in Ohio, USA), il 21 novembre dello stesso anno. Gli accordi, che ridisegnavano la geografia istituzionale della repubblica, vennero ratificati a Parigi il mese successivo per dare l'impressione che anche i Paesi europei avessero svolto un ruolo nella pacificazione. In ottemperanza alle clausole di pace, il 14 settembre 1996 si tennero le prime elezioni, sotto la supervisione internazionale. I tre maggiori partiti etnici, l'SDA musulmano, l'HDE croato e l'SDS serbo ottennero la maggioranza dei consensi e i loro rispettivi leader, il musulmano Izetbegović, il croato Zubak e il serbo Krajisnik vennero eletti alla presidenza collegiale . Malgrado i dubbi avanzati da più parti sulla correttezza dei risultati, la carica di presidente della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina fu assunta dal musulmano Izetbegović. Nel gennaio del 1997 la Camera dei deputati aprì i suoi lavori eleggendo due co-primi ministri della Repubblica, Boro Bosić (SDS) e Haris Silajdžić del Partito per la Bosnia ed Erzegovina (SBiH). Nel 1996 l'IFOR venne sostituita dalla SFOR (Stabilization Force) che, pur sotto il patrocinio della NATO, vide diminuire il coinvolgimento degli Stati Uniti a favore di una maggiore presenza di truppe europee. Con l'intento di far rispettare più rigidamente gli accordi di Dayton e di favorire la crescita democratica della Bosnia ed Erzegovina, nel novembre 1997 si riunì a Sarajevo l'ottavo vertice dell'InCE (Iniziativa Centro-Europea), cui parteciparono 16 capi di governo e delegazioni della Comunità Europea, della NATO e dell'OSCE. Agli inizi del 1998, la nuova Repubblica serba e quella Federale Iugoslava firmarono l'accordo dei “legami speciali”, che avrebbero garantito una solida cooperazione commerciale, rafforzata dalla clausola militare di non aggressione. Malgrado ciò, furono proprio le elezioni presidenziali e legislative (del 13 settembre 1998) a rappresentare la più importante novità della politica bosniaca, premiando i tre partiti nazionalisti: il Partito di azione democratica (SDA), l'Unione democratica croata (HDZ) e il Partito democratico serbo (SDS). Per l'elezione del capo di Stato il maggior numero di voti andò nuovamente al musulmano Alija Izetbegović del Partito di azione democratica, ma, in base a un accordo di rotazione, la carica venne attribuita al serbo Zivko Radišić, riconfermato nel 2000. Nel frattempo, nella Repubblica serba di Bosnia nascevano forti contrasti tra i moderati e i sostenitori del presidente ultranazionalista Nikolola Poplasen. Questi, eletto a sorpresa nel settembre 1998 e destituito nel 1999 dall'alto rappresentante dell'ONU, fu accusato di ostacolare il processo di pace, in quanto si era rifiutato di riconfermare il democratico Milorad Dodik, primo ministro uscente, il solo in grado di ottenere una maggioranza in Parlamento della Repubblica serba; ripercussioni sul complesso quadro politico interno ebbero anche la disfatta militare inflitta alla Serbia dalla NATO al momento della guerra scoppiata in Kosovo nel 1999, la morte del presidente croato Tudjman nello stesso anno, la fine, in Iugoslavia, del regime di Milošević nell'ottobre del 2000 e la vittoria elettorale della coalizione social-democratica-liberale alle elezioni legislative e presidenziali in Croazia del 2000. Frattanto, invece, un arbitrato internazionale stabiliva che la città di Brčko, posta dagli accordi di Dayton sotto l'amministrazione provvisoria serbo-bosniaca, venisse trasformata in un distretto autonomo e interetnico, governato da un'autorità multietnica sotto la sorveglianza della comunità internazionale. Nell'ottobre 2000, a un mese dalle elezioni politiche, Izetbegović per motivi di salute si ritirò anticipatamente dalla presidenza collegiale, conservando comunque la leadership del partito fino alle nuove consultazioni elettorali che riconfermarono l'affermazione dei partiti nazionalisti a base etnica; la carica di presidente venne affidata al musulmano Zivko Radisiċ. Nessun cambiamento si registrò nella tornata elettorale dell'ottobre 2002, in cui i partiti nazionalisti ottennero ancora la maggioranza dei voti. Nel 2004 il primo ministro serbo bosniaco Dragan Mikerevic annunciò le sue dimissioni, in segno di protesta contro le sanzioni dell'autorità internazionale inflitte alla repubblica serba per la mancata collaborazione con il Tribunale penale internazionale al fine di catturare i criminali di guerra serbi ricercati. Nell'ottobre dello stesso anno il serbo Borislav Paravać venne eletto alla presidenza della repubblica; gli altri membri della presidenza a rotazione sono stati il croato Dragan Čović e il bosgnacco Sulejman Tihić. Il 2 dicembre avveniva il passaggio di consegne tra NATO e UE alla guida della forza militare internazionale. Alla fine del 2006 si svolgevano le consultazioni per eleggere i tre membri della presidenza e il Parlamento. Il voto premiava i partiti moderati; risultavano eletti alla presidenza Haris Silajdzic per la comunità bosniaca, il socialdemocratico Nebojša Radmanović per quella serba e Željko Komšić per quella croata. Successivamente Nikola Špirić veniva eletto dal Parlamento primo ministro. Nell'ottobre del 2010 veniva eletto alla presidenza collegiale il moderato Bakir Izetbegović, figlio di Alija, per i bosniaci; sia per i croati sia per i serbi venivano riconfermate le cariche del 2006: Komšić e Radmanović. Nel 2011 la presidenza tripartita nominava il croato Vjekoslav Bevanda nuovo premier.

Cultura: generalità

La vita culturale del Paese è cresciuta sempre strettamente legata a quella delle popolazioni slave della vicina Serbia, sia nel corso del Medioevo, sia negli anni successivi alla fine dell'Impero ottomano. È stato solo con lo scoppio della guerra civile che una convivenza in apparenza priva di grosse diversificazioni si è risolta in feroce contrapposizione anche culturale, creando un sentimento di orgogliosa appartenenza all'identità bosniaca proprio in quanto separata da quella serba e croata. Gli anni del conflitto, con il lungo e doloroso assedio di Sarajevo, hanno segnato in modo incancellabile l'esperienza di due generazioni di intellettuali; dopo gli accordi di Dayton (1995), le condizioni economiche e politiche non hanno permesso per molto tempo che la vita culturale del Paese si assestasse su standard paragonabili a quelli europei. Tuttavia, la Bosnia ed Erzegovina possiede grandi risorse intellettuali, che l'esperienza della guerra e in parte quella dell'esilio, forzato o scelto in prima persona, hanno paradossalmente reso più vive; la resistenza intellettuale, anzi, è stata motivo d'orgoglio negli anni del conflitto ed è alla base della capacità di ripresa mostrata dal Paese negli anni successivi. In Bosnia ed Erzegovina ci sono quattro sedi universitarie: oltre che nella capitale, a Tuzla, Mostar e Banja Luka. A Sarajevo si svolge fin dal 1994 un importante festival cinematografico, il Sarajevo Film festival, che è stato per anni l'unico legame della città assediata con il mondo esterno. Nel 2005, infine, la città vecchia e il ponte di Mostar, parzialmente ricostruiti dopo la distruzione avvenuta nel corso della guerra civile, sono stati proclamati dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità, oltre che per il loro valore artistico, anche in quanto simbolo della capacità di convivenza tra culture ed etnie differenti. § Per Spettacolo e Tradizioni vedi anche la voce Iugoslavia (ex Stato europeo).

Cultura: tradizioni

Il lungo conflitto che ha travolto la Bosnia ed Erzegovina e dissolto od obbligato all'emigrazione interna intere comunità non poteva non incidere negativamente sulla diffusione e il mantenimento di alcune tradizioni, legate, per esempio, alla musica o alla danza. Un tempo, il patrimonio di danze popolari della Bosnia ed Erzegovina era il più ricco e forse il meno noto della ex Iugoslavia; attualmente, il repertorio è mantenuto in vita dai gruppi folcloristici che nella Iugoslavia socialista godevano di ricche sovvenzioni statali, e che hanno attraversato un grave periodo di incertezza economica negli anni successivi al conflitto. Data l'articolata composizione etnica della popolazione della Bosnia ed Erzegovina, le principali feste religiose sono sia cattoliche e ortodosse, sia musulmane: tra queste ultime spiccano il Bajram e il Kurban Bajram, un periodo di tre giorni che si ripete due volte all'anno, secondo il calendario lunare, durante il quale le scuole sono chiuse, si organizzano visite a tutti i membri delle famiglie e si prepara il baklava, dolce tipico della cucina turca e balcanica (una sfoglia ripiena e coperta di sciroppo di zucchero e miele). Purtroppo, lo spirito di tolleranza religiosa che un tempo portava tutti i bosniaci a celebrare le feste religiose delle varie comunità si è dissolto negli anni della guerra, distrutto come le moschee, le sinagoghe e le chiese colpite dall'odio interetnico. Si è mantenuta, ma anche questa tende a scomparire, la cosiddetta Bosanska Korrida, che vede una grande folla assistere a un combattimento fra tori. § La cucina è simile a quella degli altri Paesi dei Balcani, ricca di influenze orientali giunte con la dominazione ottomana: sono diffusi ovunque il kebab, il bosanski lonac, piatto simile a uno stufato nel quale la carne di montone è mescolata a cavolo e paprica, il burek, una torta composta da strati di formaggio e carne, e la pida, una specie di piadina ripiena di carne trita.

Cultura: letteratura

La letteratura bosniaca in quanto tale nasce per contrapposizione alle identità serba e croata con la dissoluzione della ex Iugoslava. Come lo stesso bosniaco, è più un'entità sociologica e politica che linguistica: prima della guerra in Bosnia ed Erzegovina non si era mai utilizzata l'espressione “lingua bosniaca”, e anche il termine “bosniaco” risulta comparire per la prima volta in un documento degli accordi di Dayton. Un tempo, infatti, tra la lingua della Bosnia ed Erzegovina e il serbo non venivano in genere percepite, dagli stessi parlanti, differenze realmente significative. Il primo documento scritto della zona risale al 1189, ed è una lettera redatta utilizzando l'alfabeto cirillico; altri testi medievali ecclesiastici in alfabeto cirillico sono conservati in una ventina di manoscritti. Il maggior corpus scrittorio del Medioevo della Bosnia ed Erzegovina è tuttavia inciso sulle migliaia di lapidi sepolcrali delle chiese e dei cimiteri del territorio (stecci). A partire dal Cinquecento, la dominazione ottomana diffuse nella regione la cultura araba: una certa produzione letteraria slava venne anzi scritta in caratteri arabi (alhamiado). Solo con il romanticismo del pieno Ottocento anche in Bosnia si avviò una certa coscienza nazionalista, che indusse alcuni ricercatori a documentare e a raccogliere le tradizioni orali e leggendarie della regione. Nel Novecento, gli scrittori nati in territorio bosniaco, come Ivo Andriċ, sono sempre stati considerati autori della letteratura serbo-croata, una categoria che prima dell'odio interetnico comprendeva naturalmente anche la lingua e le opere della Bosnia ed Erzegovina; solo con la disgregazione della ex Iugoslavia e, soprattutto, con la guerra civile, si è avviato un processo di radicalizzazione delle identità che si è tradotto in scelta di campo anche linguistica e letteraria. Non tutti gli intellettuali di nascita bosniaca, tuttavia, condividono questo nazionalismo di fondo, come nel caso dello scrittore Predrag Matvejević (n. 1932), nato a Mostar ma da anni residente in Italia, autore di saggi (Breviario mediterraneo, 2004) e opere di narrativa che in parte riflettono sull'improvvisa esplosione di un mondo che sembrava assestato nella sua pacifica convivenza. Rivendicano la propria identità bosniaca, e quindi non-serba né tantomeno croata, sia pure con toni pacati scevri da retorica nazionalista e con sincera adesione al laicismo della cultura, il poeta Izet Sarajlić (1930-2002), autore di una trentina di raccolte, tra le quali spiccano Il libro degli addii e Diario di guerra di Sarajevo, il narratore e drammaturgo Abdullah Sidran (n. 1948), e il drammaturgo e saggista Dzevad Karasahan (n. 1953) – tutti portati in modo diverso a riflettere sul destino di Sarajevo e sulla fine della capacità di convivenza che aveva caratterizzato un tempo la vita della loro amatissima Bosnia – e il poeta Marko Vesović, serbo-bosniaco (n. 1945).

Cultura: arte

Nonostante si possano individuare alcune tracce di una penetrazione di forme architettoniche occidentali, di cui l'esempio più significativo è costituito dalla basilica benedettina di Trebinje, in Bosnia e in Erzegovina non si sviluppò, nel periodo medievale, una significativa architettura monumentale cristiana. A partire dal sec. XII si affermò invece nella regione la religione bogomila, di ispirazione manichea, che diede vita a un'espressione artistica autoctona di straordinaria originalità. Di particolare interesse a questo proposito sono i rilievi che adornano le stele e i sarcofagi delle necropoli bogomile, di Radimlje e Boljuni in particolare, con disegni geometrizzanti e scene di vita quotidiana. Della civiltà bogomila restano inoltre pregevolissimi manoscritti miniati su pergamena. § Dalla fine del sec. XV la regione cadde sotto il dominio turco e vi rimase fino al 1878. Di questi quattro secoli rimangono importanti esempi di edilizia civile, come mercati, bagni e ponti, grandi moschee, fra le quali si segnalano in particolare Begova Džamija e Ali Pašma Džamja a Sarajevo, e Ferhadija Džamija a Banja Luka. § Nel corso del conflitto che dal 1992 al 1995 ha insanguinato la Bosnia ed Erzegovina proclamatasi Repubblica indipendente, alle enormi perdite di vite umane si sono aggiunte distruzioni di monumenti e di opere d'arte insostituibili, come è avvenuto con il bombardamento della città vecchia di Sarajevo o la distruzione dell'antico ponte turco di Mostar. Dopo la fine del conflitto, pur con le precarie condizioni della vita di pace, a Sarajevo, un tempo città colta e culturalmente movimentata, è ripresa una certa attività artistica d'avanguardia, che ha messo in contatto gli artisti delle generazioni più giovani con lo scenario internazionale. Questo rapporto tra Sarajevo, la Bosnia e l'arte contemporanea non si è interrotto nemmeno con la scelta, da parte di alcuni di questi artisti, di un volontario esilio in altre nazioni europee. Tra i nomi più recenti vanno ricordati Anur (n. 1971), che si definisce “un operatore della comunicazione”, invitato a rappresentare la Bosnia ed Erzegovina alla 49a Biennale di Venezia, e le video-artiste Sejla Kamerić (n. 1976) ed Edina Husanović (n. 1975).

Cultura: musica

La musica colta trovò il suo luogo di diffusione soprattutto nelle chiese cattoliche e nelle moschee; musicista di una certa importanza fu F. Bosanac (Franciscus Bossinensis), attivo nel sec. XVI. L'occupazione austriaca del 1878 portò a un miglioramento della vita musicale. A Sarajevo nel 1881 si tenne il primo concerto e nel 1900 fu aperta la prima scuola di musica. Il Teatro Nazionale sorse a Banja Luka nel 1930 e l'Opera di Sarajevo fu fondata nel 1946; da essa, due anni più tardi, nacque l'Orchestra Filarmonica. La formazione musicale e musicologica ha il suo fulcro nell'Accademia Musicale, fondata nel 1955. Fra i compositori contemporanei si ricordano J. Majer (1888-1965) e J. Pleciti (1901-1961). § Il canto popolare caratteristico è l'ojkanje (lamento), diffuso anche in Croazia e in altre regioni limitrofe; consiste in un canto a 2 voci con alternanza di trilli. Le popolazioni musulmane intonano canti riservati ai soli uomini molto diffusi anche nelle città, dove un tempo erano eseguiti nei ritrovi pubblici con accompagnamento di fisarmonica. In Bosnia ed Erzegovina, soprattutto nelle zone rurali, è ancora molto ascoltata e diffusa la musica di tradizione popolare come la sevdalinka, un genere vocale con accompagnamento di firsarmonica o pochi altri strumenti, che ha fortemente subìto l'influsso della musica turca: tra gli interpreti sono da segnalare Safet Isović (n. 1936) e Himzo Polovina (1927-1986), uno psichiatra che è stato tra i più acclamati esecutori di questo genere di canzoni popolari. Anche la tradizione musicale ha subìto il contraccolpo della guerra civile, e attualmente l'ascolto della sevdalinka è limitato alle generazioni più anziane e non urbanizzate. Dal 1960 all'inizio degli anni Novanta, la capitale è stata l'epicentro della cosiddetta “scuola di pop-rock di Sarajevo”, che ha dato avvio alla diffusione del rock in tutto il territorio della Iugoslavia. Solo con la fine della guerra la produzione musicale bosniaca si è affacciata sulla scena internazionale, principalmente sulla spinta dei film di Emir Kusturica, il quale si è avvalso per le colonne sonore delle sue opere soprattutto del musicista Goran Bregović (n. 1950), star del rock iugoslavo già a partire dagli anni Settanta. La musica di Bregović mescola i ritmi degli ottoni tzigani, le polifonie popolari di origine bulgara a elementi del rock internazionale. Ugualmente nota in Bosnia ed Erzegovina, la band Zabranjeno pušenje, che negli anni Ottanta cominciò a mescolare il garage rock a sonorità e ritmi folk tradizionali; dopo la guerra, con il nome di No smoking Orchestra parte della band ha inciso la colonna sonora del film di Kusturica Gatto nero, gatto bianco.

Cultura: cinema

Se il cineasta bosniaco più noto è indubbiamente Emir Kusturica (n. 1954), il quale ha tuttavia scelto da lungo tempo di vivere parte dell'anno lontano dai Balcani, la tradizione cinematografica della Bosnia ed Erzegovina, negli anni successivi agli accordi di Dayton, ha conosciuto un momento di grande vivacità. Ai registi è stato affidato il compito non solo di far conoscere alla comunità internazionale gli orrori del conflitto, ma di riflettere sulle cause e sui motivi che possono al contrario far sperare nel ritorno di una pacifica convivenza interetnica. Tra i nomi dei registi bosniaci più significativi sono da segnalare Danis Tanović (n. 1967) che ha vinto l'Oscar per No man’s Land (2001), amaro reportage narrativo sui giorni del disastro, e soprattutto Pjer Zalica (n. 1964), autore di Benvenuto Mr. President (2003), noto documentarista di Sarajevo che fu tra i membri più attivi del SaGA (Sarajevo Group of Authors), gruppo di intellettuali, poeti e artisti fondato nel 1990 dal regista Ademir Kenović (n. 1950), negli anni dell'assedio. Lo stesso Kenović, insieme a Zelica e ad altri, è stato autore di MGM Sarajevo, un lungo documentario sull'assedio e la guerra civile realizzato nel 1992-94, e del toccante Il cerchio perfetto (1997), il primo film girato in Bosnia ed Erzegovina dopo la fine della guerra. Va infine ricordato il nome di Srdan Vuletić (n. 1971), autore di Estate nella valle dorata (2003).

Bibliografia

K. Patsch, Bosnien und die Herzegowina in römischer Zeit, Sarajevo, 1911; F. Katzer, Geologie Bosniens und der Herzegovina, Sarajevo, 1925; P. F. Sugar, Industrialization of Bosnia-Herzegovina 1878-1918, Seattle, 1963; A. Duce, La crisi bosniaca del 1908, Milano, 1977.