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Corneille, Pierre

drammaturgo francese (Rouen 1606-Parigi 1684). Nato da una famiglia borghese (il padre era ispettore delle acque e delle foreste), compì i suoi studi al collegio dei gesuiti di Rouen. Eccellente allievo, specie in latino, si rifece poi sovente alla letteratura antica, sia per gli aspetti declamatori, sia per i temi. Seneca e Lucano furono i suoi autori preferiti. Nel 1628 Corneille cominciò la professione di avvocato reale nella città natale e forse non pensò mai di potersi dedicare al teatro. L'amore per una fanciulla gli ispirò un sonetto e, non è escluso, la stessa commedia Mélite, in cui lo inserì. L'opera, rappresentata prima a Rouen, poi a Parigi nel 1629, ebbe un discreto successo e lo stimolò a dedicarsi al teatro. Nel 1632 scrisse Clitandre ou l'Innocence délivrée e prima del 1635 aveva già al suo attivo altre quattro commedie, nelle quali l'argomento romanzesco è sostenuto da uno stile pieno di vivacità. La sua prima tragedia, Médée, è del 1635. Si era intanto trasferito a Parigi e godeva della protezione di Richelieuu. Faceva parte anzi delle compagnie dei “cinque autori” con Boisrobert, Colletet, L'Estoile e Rotrou, che avevano l'incarico di mettere in versi gli argomenti nati dalla fantasia del cardinale. Ma Corneille, che non ebbe mai la virtù del cortigiano, ben presto perdette le simpatie del protettore, e probabilmente anche le sovvenzioni. Il successo di Médée, in cui l'influsso di Seneca era fin troppo palese, fece da prologo al trionfo che fu poi consacrato dalla sua opera più famosa, Le Cid. Secondo alcuni, la tragedia dovrebbe datarsi 1636, anno in cui Corneille scrisse L'illusion comique; ma documenti venuti alla luce abbastanza recentemente confermano che Le Cid va collocato nel 1637, o che la prima rappresentazione al Théâtre du Marais è del 1637. Tragedia dell'amore e del dovere, rivela, nel conflitto dei sentimenti, la profondità dei caratteri dei protagonisti, in una dinamica teatrale che delle regole aristoteliche osserva, se non l'unità di luogo, rigorosamente quella di tempo. Corneille, in realtà, mal accettava il concetto delle tre unità di luogo, azione, tempo, ma cercò sempre di restarvi fedele, specie all'ultima, poiché, essendo il suo teatro scontro di passioni e dramma della volontà, la sintesi e l'immediato svolgersi degli eventi è essenziale all'incalzare del sentimento, non potendo il furore e la piena dell'animo prolungarsi nel tempo. Le Cid, per il lieto fine che celebra l'amore del protagonista e di Chimène, è da considerarsi tragicommedia, più che pura tragedia, e certo trionfò anche per gli elementi sentimentali di cui è ricca. La fortuna dell'opera sollevò invidie e rimostranze da parte di autori contemporanei (Scudéry e Mairet) e, se non un'invidia da autore, Corneille si attirò un risentimento da protettore da parte del cardinale Richelieu. Oggi si tende a diminuire molto l'astio del ministro verso il fortunato drammaturgo. La cosiddetta “Querelle du Cid” ha la sua documentazione ufficiale nei Sentiments de l'Académie sur le “Cid”, redatti da Chapelain (1638): è però probabile che Richelieu volesse mettere in evidenza i compiti di arbitro della letteratura che l'Accademia da lui fondata (e allora assai criticata) doveva assumersi. L'artista, addolorato, si difese dall'accusa di plagio, ma ne rimase colpito, tanto che non volle più imitare opere altrui e i suoi drammi, dopo Le Cid, si ispireranno solo alla storia. Di carattere fiero, Corneille approfondì le sue doti poetiche con principi critici dei quali fecero fede i suoi discorsi e le sue prefazioni e gli stessi Examens con cui accompagnava la pubblicazione delle opere. La risposta più valida agli attacchi la diede con drammi nuovi. Due in un solo anno (1640): Horace (Orazio) e Cinna. Horace è ancora una volta dramma dell'amore e del dovere, per i sentimenti che legano i duellanti (Orazi e Curiazi) alle donne delle opposte famiglie. Corneille lo dedicò a Richelieu, forse con una parvenza di ironia, forse per dimostrare che le tre “unità” (rispettate) non potevano impedirgli di creare opere egualmente valide. Anche Cinna, ispirata al trattato De clementia di Seneca, ebbe successo. Ma certamente l'opera più alta, dopo Le Cid e anzi, per la critica, il capolavoro in senso assoluto, è Polyeucte (1642), indubbiamente da considerare come il “canone” della tragedia corneliana. La materia è stata fornita a Corneille dallo storico Surius. Polyeucte è il dramma cristiano dell'amore di Dio trionfante sull'amore umano e della vittoria del sentimento religioso che muta in amore un sentimento di lealtà coniugale. Un anno dopo la rappresentazione del suo capolavoro Corneille fece mettere in scena La mort de Pompée e Le menteur, rivelandosi, in quest'ultimo e nella Suite du Menteur, autore comico. È un periodo sommamente fecondo per il poeta, che nel 1644 scrisse e rappresentò Rodogune e, più tardi, Héraclius (1646). La sua fama era ormai grande. Lo elessero all'Accademia (1647), poi scrisse Nicomède (1651). Un anno dopo, la caduta di Pertharite lo colse di sorpresa e lo avvilì. Ritornò a Rouen, dove lavorò alla traduzione dell'Imitazione di Cristo come sollievo dai suoi affanni familiari (sposatosi nel 1640, ebbe figli di cagionevole salute che gli diedero non pochi dolori e che gli premorirono). Si dedicò contemporaneamente alla cura di un'edizione completa delle sue opere. Tornò al teatro solo nel 1659, su invito del soprintendente Fouquet, ed ebbe successo con Edipe. Soggiornando a Parigi, Corneille si avvide appieno che i tempi erano cambiati: la verde giovinezza era passata e, con essa, il regno di Luigi XIII e la suc- cessiva reggenza di Anna d'Austria. Ormai, con Luigi XIV e il nuovo classicismo delle lettere e delle arti, la corte e il pubblico preferivano Quinault e Racine. Un mondo poetico nuovo aveva preso il posto di quello basato, come i grandi modelli dell'antichità, sul contrasto delle passioni: motivo caro a Corneille, la cui tragedia fu definita teatro della volontà e del dovere. Continuò a scrivere, senza più raggiungere, tuttavia, i vertici di Polyeucte e di Cinna. Lo stile di colui che è considerato tra i più grandi poeti di Francia rifulge in tutto il suo vigore anche nelle altre opere: La toison d'or (1661), Sertorius (1662), Sophonisbe (1663), Othon (1664), Agésilas (1666), Attila (1667), Tite et Bérénice (1670), Psyché (1671), Pulchérie (1672), Suréna (1674), con cui concluse la sua attività di drammaturgo allontanandosi per sempre dal teatro; dieci anni dopo morì nell'indifferenza generale. In Corneille, dove sentimento e fierezza sono mostrati come doti insostituibili dell'individualità, fino al sacrificio supremo, e forse più nella retorica che nel suo vero sentimento tragico, la Francia si è spesso rispecchiata, per un'aderenza alla vita psicologica dell'uomo di ogni tempo, fuori da teorie letterarie.

L. Emery, Corneille, Lione, 1962; S. Doubrovsky, Corneille et la dialectique du héros, Parigi, 1963; B. Croce, Ariosto, Shakespeare e Corneille, Bari, 1968; A. Stegmann, L'héroisme cornélien. Genèse et signification, 2 voll., Parigi, 1968; B. Dort, Corneille dramaturge, Parigi, 1972; G. Pocock, Corneille and Racine, Problems of Tragic Form, Cambridge, 1973; H. Verhoeff, Les comédies de Corneille. Une psycholecture, Parigi, 1979; E. Paratore, Studi su Corneille, Roma, 1983; M. Prigent, Le héros et l'Ètat dans les tragédies de Pierre Corneille, Parigi, 1986.

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