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Cortes

sf. pl. spagnolo. Assemblee politiche consultive spagnole, formate, a partire dalla fine del Medioevo, dai rappresentanti di tre “stati” o “bracci”: nobiltà, clero e borghesia cittadina (“procuratori”). Il re le convocava, le presiedeva, si faceva riconoscere o “giurare” da esse, ne esaudiva o meno le richieste e a esse doveva chiedere i sussidi straordinari, per esempio in occasione di guerre. Non ebbero quasi mai poteri legislativi, ma a volte i sovrani sottomisero leggi importanti alla loro approvazione. Esistettero, in teoria, fino a tutto il sec. XVIII, sempre con la loro struttura medievale e separate per i vari regni che costituivano la Spagna (Castiglia, Aragona, Navarra, Catalogna e Valencia), ma i monarchi più autoritari, e in particolare i Borbone, non le convocarono quasi mai, annullando in pratica ogni loro facoltà. Solo a partire dal 1808 (con le famose Cortes di Cádice che diedero alla Spagna la sua prima costituzione democratica), le Cortes furono, seppure con varie vicende, un Parlamento nel senso moderno. Riunite in una sola camera con la proclamazione della repubblica, le Cortes mantennero tale assetto anche dopo la riforma costituzionale del 1942; data la struttura autoritaria dello Stato spagnolo, esse non poterono però essere considerate un Parlamento in quanto i “procuratori” erano designati dal governo, dai municipi e corporazioni, e solo in minima parte “eletti” dai capi famiglia. Con la nuova Costituzione del 1978, alle Cortes è affidata la funzione legislativa e i membri vengono eletti a suffragio universale e diretto. § Analoghe furono le Cortes portoghesi, assemblee consultive di origine medievale (documenti del 1229 e del 1254 le chiamano anche “concilio generale” e “curia plena”), e quelle sorte, dopo la conquista spagnola e portoghese, nelle colonie americane.

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