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Decàmeron

(dal greco déka hēmérai, dieci giornate), raccolta di cento novelle di G. Boccaccio, composta fra il 1349 e il 1351. Dopo aver dedicato, nel Proemio, la sua opera alle donne, per consolarle dei dolori d'amore, Boccaccio descrive, nell'introduzione alla prima giornata, la terribile pestilenza abbattutasi su Firenze nel 1348 e la disgregazione sociale che ne è derivata. Per sottrarsi al contagio e riallacciare i legami sociali vivendo secondo un ideale di borghese “saviezza”, una brigata di sette fanciulle (Pampinea, Filomena, Lauretta, Emilia, Elissa, Fiammetta e Neifile) e di tre giovani (Panfilo, Filostrato e Dioneo) lascia la città e si rifugia in una villa di campagna (probabilmente l'attuale villa Palmieri): nella salubre aria collinare, i giovani sollevano il loro spirito turbato da tante morti di parenti e amici raccontando novelle secondo il tema fissato ogni giorno dal re o dalla regina che, eletti fra di loro, presiederanno alle riunioni. Alla fine di ogni giornata, i giovani intrecciano danze, intonando a turno ballate fresche e leggiadre. È questa la cornice, che non risponde solo a scopi architettonici e decorativi, ma ha una sua consistenza artistica, risolvendosi nella celebrazione, di schietto gusto umanistico, di una serena vita contemplativa, sullo sfondo della campagna idillica. Nella prima giornata, pur mancando un tema prefissato, è introdotto il motivo, centrale nel Decameron, dell'arte del vivere, che s'incarna in ser Ciappelletto, eroe negativo dell'inganno, i cui beffardi funerali sono anche le esequie del Medioevo. La seconda giornata, che offre il mosso quadro degli uomini trastullo della fortuna, è dominata (nelle novelle di Landolfo Rufolo, di madonna Beritola e di Alatiel) dalla presenza del mare, mutevole e imprevedibile come i casi umani; a esso si contrappone lo spazio angusto, ma formicolante di vita, della Napoli dei bassifondi nella novella di Andreuccio da Perugia, il giovane mercante sprovveduto e ingenuo che nel giro di una notte impara l'arte di vivere ingannando i professionisti del furto. Nella terza giornata, dalla novella di Masetto da Lamporecchio a quella di Alibech, si dispiega gioiosamente la commedia della carne, rappresentata dal narratore come rivendicazione della sanità dei diritti dell'istinto sessuale e soprattutto come celebrazione del trionfo dell'intelligenza sulla fortuna. L'amore non è però per Boccaccio solo impulso sessuale, ma anche passione: ed ecco le grandi avventure passionali e tragiche della quarta giornata, dalla potenza drammatica, degna di Shakespeare, del monologo di Ghismonda, alla concentrata e silenziosa alienazione amorosa di Lisabetta da Messina, dalla cronaca di due poveri amanti, Simona e Pasquino, che mostrano come l'amore tragico non sia privilegio delle più elevate classi sociali, alla cupa vicenda, immersa in un ambiente aristocratico e medievale, di Guglielmo Rossiglione. Il tema dell'amore, non più tragico, ma felice, domina anche la quinta giornata, che ha i suoi poli artistici nella novella di Nastagio degli Onesti (dove è rovesciato il concetto tradizionale dell'inferno, che diviene il luogo di punizione delle donne insensibili alla passione amorosa) e in quella di Federigo degli Alberighi, il nobile cavaliere che per amore si riduce in miseria ma, dopo il matrimonio, diviene “miglior massaio” dei suoi beni: la visione “cortese” della vita, incentrata sulla magnanimità disinteressata, si concilia qui con la visione “borghese”, che esalta l'intraprendenza e l'accortezza negli affari. Argomento della sesta giornata sono i bei motti, la cui veloce schermaglia trapassa dall'arguzia di Cisti fornaio, che attesta come lo spirito non sia privilegio di classe, alla sfrontatezza di Chichibìo, che mostra come anche un povero diavolo possa salvarsi, con una brillante battuta, dall'ira di un signorotto feudale; e dalla superiorità intellettuale e aristocratica di Guido Cavalcanti, che ha fatto della cultura il grado più elevato del saper vivere, alla beffarda mistificazione di frate Cipolla, eroe dell'arte di far danaro alle spalle degli sciocchi. Come logico sviluppo di quest'ultimo motivo seguono, nella settima giornata, le beffe escogitate dalle mogli per nascondere il loro adulterio e punire i mariti gelosi e, nell'ottava giornata, i quadri pungenti e ridanciani dell'umana sciocchezza, che ha in Calandrino la sua immortale personificazione. Dopo la pausa della nona giornata, la cui libertà tematica si risolve in effetti in un festoso commiato dal tema della beffa, si giunge all'epilogo sublime e fiabesco della decima giornata, che celebra l'ideale della magnificenza, in cui si distinguono parimenti nobili come il vecchio Natan e borghesi come messer Torello, ma anche masnadieri cavallereschi come Ghino di Tacco e oscure donne del popolo, come Ghiselda. Nella conclusione dell'opera Boccaccio, riprendendo l'autodifesa già iniziata nell'introduzione alla quarta giornata, afferma la purezza dei suoi intenti di scrittore e dichiara che la sua opera scandalizzerà solo qualche “pinzochera”: troppo alti sono in realtà gli ideali di etica borghese celebrati nel Decameron, perché se ne possano isolare e accentuare solo le doti di licenziosità e di spregiudicatezza. Per la concezione della realtà come costruzione dell'uomo, per la celebrazione della cultura e dell'intelligenza al di sopra di ogni valore, per la spregiudicata rappresentazione della classe borghese in ascesa, il Decameron, pur radicato, sotto il profilo contenutistico, nell'humus medievale, prelude direttamente, nel suo spirito informatore, alla splendida fioritura del Rinascimento.

Bibliografia

A. Chiari, Indagini e letture, Firenze, 1954; V. Branca, Boccaccio medievale, Firenze, 1956; G. Getto, Vita di forme e forme di vita nel “Decameron”, Torino, 1958; N. Sapegno, Prefazione al Boccaccio, in “Pagine di storia letteraria”, Palermo, 1960; V. Branca, P. G. Ricci, Un autografo del Decameron, Padova, 1962; M. P. Giardini, Tradizioni popolari nel “Decameron”, Firenze, 1964; A. Moravia, L'uomo come fine, Milano, 1964; M. Baratto, Realtà e stile del Decameron, Venezia, 1970; G. Barberi Squarotti, Potere della parola. Studi sul Decameron, Napoli, 1983.