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Dimitrov, Georgi

uomo politico bulgaro (Radomir 1882-Mosca 1949). Ebbe parte notevole nell'organizzazione della azione sindacale del suo Paese; si oppose alla partecipazione della Bulgaria alla prima guerra mondiale e accolse con entusiasmo la rivoluzione bolscevica. Membro dell'esecutivo dell'Internazionale Comunista, nel 1923 assunse il comando del Comitato Rivoluzionario inteso a rovesciare il governo. Fallita l'insurrezione, fu costretto all'esilio. Nel 1933, a Berlino, fu accusato di complicità per l'incendio del Reichstag, ma riuscì durante il processo a dimostrare la sua innocenza e, da imputato, si trasformò in accusatore rovesciando l'accusa sui nazisti stessi. Nel 1934 poté raggiungere Mosca, grazie all'interessamento sovietico; ottenuta la carica di segretario generale del Comintern, si adoperò per l'applicazione della politica dei Fronti popolari, stabilita al VII Congresso dell'Internazionale. Nel 1944 venne insignito dell'Ordine di Lenin; lo stesso anno fece ritorno in Bulgaria, dove per sua iniziativa si svolse, nel 1946, il referendum che fece della Bulgaria una repubblica popolare di tipo comunista. Dopo le elezioni, assunse la carica di presidente del Consiglio e quindi, fino alla morte, di presidente della Repubblica Popolare bulgara. Fedele alle direttive di Stalin, fu per questo in conflitto con Tito, allorché questi si staccò dal Cremlino. Il suo progetto di federazione balcanica, a lungo caldeggiato, trovò (1948) ostile l'Unione Sovietica e altri Paesi comunisti.

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