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Dybbuq

dramma in quattro atti di S. An-ski, scritto in russo nel 1914 e rappresentato il 9 dicembre 1920 a Varsavia nella traduzione in yiddish dello stesso autore. Fu poi tradotto in ebraico da C. N. Bialik e presentato a Mosca nel 1922, per la regia di Vachtangov, dalla compagnia dell'Habimà, che lo presentò poi, per decenni, in tutto il mondo. Il dybbuq (propr., aderenza) è secondo la dottrina chassidica lo spirito di una persona morta senza aver svolto il proprio compito e può prendere dimora nel corpo di un'altra persona. Nel dramma, il dybbuq di uno studente povero morto d'amore si impadronisce della ragazza di questi, che, sacrificata per un matrimonio d'interesse, non giunge però alle nozze: esorcizzata da un rabbino, muore anch'essa e va a congiungersi in spirito con l'amato. È una vicenda romantica intrisa di materiale folcloristico di grande suggestione, attraverso la quale si giunge a un atto di fiducia nell'uomo. Ne trasse un'opera lirica L. Rocca su libretto di R. Simoni (Teatro alla Scala, 1934).

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