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Fèdra

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Mitologia

(greco Pháidra; latino Phaedra), personaggio della mitologia e della letteratura classica. Figlia di Minosse e di Pasifae, fu rapita da Teseo con la sorella Arianna e fatta sua sposa ad Atene. Lì conobbe Ippolito, figlio di Teseo e di Ippolita regina delle Amazzoni, se ne innamorò e di fronte alle sue ripulse si uccise, accusando però Ippolito presso Teseo. Anche Ippolito, maledetto dal padre, morì. Il mito di Fedra fu frequentemente rappresentato nell'arte greca (Polignoto lo dipinse nella Lesche dei Cnidi a Delfi) e soprattutto in quella romana, che lo derivò dall'Ippolito incoronato di Euripide (una scena è forse riprodotta in una pittura su marmo di Ercolano), da pitture di età ellenistica e anche da rilievi coregici. Interessanti sono gli stucchi della Domus Aurea e della basilica sotterranea presso Porta Maggiore a Roma, alcune pitture pompeiane, i mosaici di Salona e di Antiochia e soprattutto i sarcofagi, tra cui eccellono quelli di Agrigento e di San Pietroburgo.

Teatro e musica

Il mito è stato ripreso, con poche varianti, in una serie di numerose tragedie dall'antichità a oggi. Sofocle scrisse una Fedra poi andata perduta; Euripide un Ippolito velato, pure andato perduto, e un Ippolito incoronato, giunto fino a noi; Seneca, che seguì il modello euripideo, una Fedra che a sua volta influenzò altre versioni dei sec. XVI e XVII: l'Hippolyte di R. Garnier (1573), il capolavoro di J. RacinePhèdre (1677), la Phèdre et Hippolyte di J. Pradon (1677), che fu sostenuta, ma con poca fortuna, dai nemici di Racine. Seguirono, nell'Ottocento, varie interpretazioni di autori decadenti, fra i quali A. Ch. Swinburne con il poemetto drammatico Phaedra (1866), quindi, con una tragedia omonima G. D'Annunzio (1909). Ma l'opera più alta fra quelle ispirate al mito è considerata la Fedra di Racine, tragedia in 5 atti in versi presentata il 1° gennaio 1677 al parigino Hôtel de Bourgogne, considerata il capolavoro del poeta. Qui la vicenda si fa più complessa, affacciando i temi della colpa, della predestinazione e della grazia in senso cristiano e giansenistico. L'amore vissuto come avvenimento terribile, che non teme di divenire incestuoso, è legato alla confessione di un'anima turbata dalle passioni, al tormento che redime il personaggio e lo fa simbolo della miseria umana. Tra le interpretazioni più famose si ricordano quelle di Adrienne Lecouvreur (1717), Mademoiselle Clairon (1743), Rachel (1843), Sarah Bernhardt (1893), Marguerite Jamois (1940, regia di G. Baty), Marie Bell (1942, regia di J.-L. Barrault), María Casarés (1957, regia di J. Vilar). Fuori di Francia le rappresentazioni furono poche: si può citare per l'Italia quella del 1957 a Milano nella traduzione di Ungaretti, protagonista Diana Torrieri, regista C. Pavolini. § Anche numerosi compositori trassero ispirazione dalla mitica vicenda: Ch. W. Gluck (1745), G. Paisiello (1787), G. S. Mayr (1820), I. Pizzetti (1915; tramite la Fedra di D'Annunzio) con opere musicali; J. Massenet (1900) e A. Honegger (1926) con musiche di scena.