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Gandhāra

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Generalità

Regione storica del Pakistan, situata grosso modo nella piana di Peshawar. Satrapia achemenide (sec. VI a. C.), dopo la conquista macedone e vicissitudini varie che lo videro sottomesso ai Maurya (sec. III a. C.), ai Greco-Battriani e ai Śaka-Pahlava, il Gandhāra fu dominato dai Kuṣāṇa fino al sec. III d. C., per passare nelle mani dei Sassanidi e degli Eftaliti (sec. V d. C.). Dopo la conquista Gasnavide fu unito all'Indostan musulmano.

Arte

L'arte del Gandhāra, relativa a un periodo che va dal I sec. a. C. al VI-VII d. C., copre un'area estesa oltre il territorio dell'antica regione da cui prende il nome e si diffonde in tutto l'Afghanistan occidentale, parte dell'Asia Centrale e della valle dell'Indo, con irradiazioni che interessano Cina e Giappone. Vede riuniti, in varie correnti locali, apporti del mondo indiano, iranico, centroasiatico e, soprattutto, ellenistico, da cui la frequente denominazione di “arte greco-buddhistica” (per la scuola francese e tedesca) e di “arte romano-buddhistica” (per la scuola inglese). Anche se tradizionalmente è stato privilegiato dagli studiosi l'aspetto occidentale dell'arte del Gandhāra, essa è da considerarsi innanzitutto un'arte indiana avente come denominatore comune e vero motore il buddhismo, con la presenza, anche se rara, di divinità del pantheon indù. L'arte del Gandhāra è caratterizzata architettonicamente da stūpa, originariamente a pianta circolare (Chatpat, valle dello Swat), che vedono la graduale sostituzione di un plinto quadrato e l'aggiunta di elementi architettonici classici, oltre a un'accentuata tendenza al verticalismo evidenziata dagli ombrelli, che tendono ad assumere un predominio maggiore rispetto agli altri elementi dello stūpa. Se i più antichi monasteri sono privi di difese, lo schema più tardo (apparso nel NW nel I sec. d. C.) è quello delle celle su corte interna protetta da alte mura. Nella produzione scultorea, lo scisto è gradualmente soppiantato da argilla cruda, gesso, stucco. L'arte del Gandhāra condivide con quella di Mathura l'introduzione della immagine antropomorfica del Buddha, la cui rappresentazione, con il progressivo affermarsi del Mahāyāna, lascia sempre meno posto ai rilievi di carattere narrativo, per assumere un aspetto sempre più atemporale e sfociare nel gigantismo tipico della produzione più tarda. Fra i più famosi centri artistici sono da ricordare, in Pakistan, Taxila, Sahri Bahlol, Takht-i-Bahai, Butkara e, in Afghanistan, Haddā, Bamiyan, Tapa Sardār.

Bibliografia

J. Marshall, The Buddhist Art of Gandhāra, Cambridge, 1960; G. Tucci, La via dello Svat, Bari, 1963; M. Bussagli, L'arte del Gandhāra, Torino, 1984; F. Tissot, Gandhāra, Parigi, 1985; L. Nehru, Origins of Gandhāran Style, Oxford, 1989.