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Guicciardini, Francésco

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La vita

Uomo di Stato, scrittore politico e storico (Firenze 1483-Arcetri 1540). Di nobile famiglia, dopo avere intrapreso l'esercizio dell'avvocatura, scoprì la propria vocazione politica. Nominato nel 1511 ambasciatore presso Ferdinando il Cattolico, rimase in Spagna fino al 1514; tornato in patria, passò al servizio della Curia; governatore di Modena, Reggio nell'Emilia e Parma, fu commissario dell'esercito pontificio nella guerra contro la Francia; presidente della Romagna (1523-25), ebbe la fiducia del papa Clemente VII, che lo nominò luogotenente generale dell'esercito pontificio. Dopo il sacco di Roma, si ritirò in dispettoso ozio nella sua villa di Finocchieto. Prevalsi a Firenze gli Arrabbiati, Guicciardini subì la confisca dei beni, ma ottenne in compenso la carica di vicelegato di Bologna. Caduta la Repubblica fiorentina (1530) e tornati i Medici, fu consigliere del duca Alessandro, dopo la cui uccisione si adoperò perché gli succedesse Cosimo I de' Medici, il quale però lo mise in disparte. Si ritirò allora nella sua villa di Arcetri.

Le opere

Fin dalla prima opera, le Storie fiorentine (1509), che abbracciano gli avvenimenti dal 1378 al 1509, Guicciardini rivela il suo genio di storico; pur manifestando la sua propensione per il partito degli ottimati, egli non è mai fazioso e sa intrecciare l'interesse politico con quello storiografico. Con il Discorso di Logrogno (1512), Guicciardini supera i suoi limiti di uomo di parte e diviene l'ideologo del “buon governo”, proponendo una completa ristrutturazione dello Stato fiorentino. Tale tematica politica è ripresa, con più scaltrita metodologia, nel Dialogo del reggimento di Firenze (iniziato nel 1521 e condotto a termine nel 1525), in cui, dopo aver criticato sia lo Stato mediceo sia il governo popolare, Guicciardini propone una repubblica aristocratica di “savi”, sul modello di quella veneziana. Dalla spregiudicata ricerca della verità, che è l'esito più alto del Dialogo, è animata anche la Consolatoria (1527), mentre non più che uno sfogo dell'animo amareggiato sono l'Oratio accusatoria e l'Oratio defensoria, anch'esse del 1527. Sempre nello stesso anno Guicciardini diede inizio a un'altra opera storica, le Cose fiorentine, rimasta inedita fino al 1945: l'opera, che comprende gli avvenimenti dal 1375 al 1441, è interessante perché segna il prevalere dell'interesse storiografico, quasi a colmare il vuoto del forzato ozio politico. Le Considerazioni sui Discorsi del Machiavelli (1528) costituiscono infatti la conclusione della meditazione politica guicciardiniana: allo sviscerato amore per le “regole” del grande amico, Guicciardini contrappone il suo empirismo, il suo rifiuto di attribuire a Roma antica una validità esemplare per la realtà presente; pur esercitando il suo mirabile acume nelle singole osservazioni, Guicciardini non riesce però a organizzare le sue convinzioni in un equilibrio dialettico tra teoria e prassi e ripiega sulla saggezza spicciola e quotidiana. Ma proprio da questo stato d'animo nasce la redazione definitiva (1530) dei Ricordi; uscito definitivamente dalla mischia, lo scrittore ridefinisce con distacco una realtà nella quale non può più intervenire ed è in questo carattere puramente teorico di alta e severa meditazione che consiste, per il lettore moderno, il fascino delle massime guicciardiniane. In una prosa nuda e solenne, Guicciardini enuncia i suoi celebri miti: la “discrezione”, scettica e disincantata capacità di osservare la mutevolezza delle situazioni e di adattarsi a esse; il “particulare”, inteso non come volgare ricerca di beni economici, ma come realizzazione piena della propria personalità; l'“onore”, cioè il senso della dignità personale, che non si disgiunge però, in Guicciardini, da un inguaribile scetticismo nei confronti della virtù dell'uomo. La conversione definitiva di Guicciardini dalla politica alla storia è segnata dalla Storia d'Italia (1537-40): una volta caduta ogni possibilità d'intervento per modificare la realtà, non rimane che l'indagine retrospettiva sulla realtà stessa, che diventa necessariamente l'indagine del fallimento della classe degli ottimati, cui Guicciardini apparteneva. Di qui nasce quel tono di alta e solenne tristezza che, non meno dei Ricordi, caratterizza il capolavoro. Galleria di ritratti disegnati con mano sapiente e intrecciati a stupende orazioni nelle quali giunge al suo culmine l'eloquenza cinquecentesca, cadenzata da un periodare ampio e maestoso, che riecheggia il canone stilistico ciceroniano, la Storia del Guicciardini è opera fondamentale di critica storica, che segna la nascita della moderna storiografia, e, nello stesso tempo, è grande opera d'arte, per l'acutezza psicologica con cui è indagata a fondo, fin nelle pieghe più riposte, l'anima dell'uomo.

U. Spirito, Machiavelli e Guicciardini, Firenze, 1944; M. Fubini, Studi sulla letteratura del Rinascimento, Firenze, 1947; V. De Caprariis, Francesco Guicciardini. Dalla politica alla storia, Bari, 1950; R. Ramat, Il Guicciardini e la tragedia d'Italia, Firenze, 1953; R. Ridolfi, Vita di Francesco Guicciardini, Roma, 1960; D. Cantimori, Francesco Guicciardini, in E. Cecchi, N. Sapegno, Storia della letteratura italiana, Milano, 1966; G. Getto, Immagini e problemi di letteratura italiana, Milano, 1966; M. Palumbo, Francesco Guicciardini, Napoli, 1988.