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Jacobi, Friedrich Heinrich

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Biografia

Filosofo tedesco (Düsseldorf 1743-Monaco 1819). Si accostò alla filosofia durante un soggiorno a Ginevra (1760-62) e ritornato in Germania si dedicò allo studio di Kant e Spinoza. Tra il 1775 e il 1781 pubblicò i due romanzi Allwill's Briefsammlung (L'epistolario di Allwill) e Woldemar e conobbe Lessing, che gli confessò di aver aderito allo spinozismo (Über die Lehre des Spinoza. Briefe an Herrn M. Mendelssohn, 1785; Sulla dottrina di Spinoza. Lettera a M. Mendelssohn). Nel 1787 uscì il dialogo David Hume, über den Glauben, oder Idealismus und Realismus (David Hume, sulla fede, o idealismo e realismo), provvisto di un'importantissima appendice, Über den transzendentalen Idealismus (L'idealismo trascendentale), dove Jacobi iniziò la polemica contro il criticismo kantiano. La netta opposizione a questo, in cui egli ravvisava una forma di razionalismo analoga allo spinozismo, si manifestò ancora nella polemica sull'ateismo (Briefe Jacobi an Fichte, 1790; Lettera di Jacobi su Fichte) e nello scritto antikantiano Über das Unternehmen des Kritizismus die Vernunft zu Verstand zu bringen (1801; Sul tentativo del criticismo di riportare la ragione all'intelletto). Trasferitosi nel 1807 a Monaco per presiedere l'Accademia delle Scienze, polemizzò contro Schelling (Von den göttlichen Dingen und ihrer Offenbarung, 1811; Le cose divine e la loro rivelazione). A partire dal 1812 iniziò l'edizione delle sue opere, completata dopo la sua morte nel 1825.

Il pensiero

Pietista fin da giovane, fu sempre accentuata in Jacobi l'attenzione all'interiorità, la contrapposizione della personalità percepita con sentimento e simpatia al formalismo esteriore delle relazioni istituzionalizzate. La necessaria presenza di un oggetto esperito immediatamente, come criterio di ogni conoscenza umana, e la prevalenza quindi del “sentimento” sulla “ragione”, sono aspetti fondamentali delle sue iniziali concezioni filosofiche. Ma se in questa prima concezione di Jacobi la ragione poteva ritrovare una sua funzione all'interno della personalità morale dell'uomo, come facoltà armonizzante e ordinatrice, nella polemica sullo spinozismo di Lessing, Jacobi modificò l'impostazione prima del suo pensiero, ponendo in evidenza l'esito necessariamente meccanicistico di quel processo di costruzione della personalità che dall'organizzazione degli appetiti culmina, attraverso l'elaborazione di principi pratico-razionali, nell'identità della ragione autodeterminantesi. Lasciata a sé, la ragione non può spiegare in alcun modo la libertà dell'uomo, e assunta come principio filosofico conduce necessariamente a sistemi deterministici. In opposizione al sistema della ragione, non rimane che la libertà come fatto non suscettibile di dimostrazione, estraneo a ogni conoscenza mediata; resta l'esperienza diretta di essa nella coscienza morale, la presenza di Dio che parla immediatamente al “cuore” dell'uomo. Non la coscienza, ma la fede pone l'uomo in contatto con le realtà ultime: anzi, questa è premessa condizionante di ogni conoscenza che non voglia esaurirsi nell'esame di semplici rapporti intellettuali. Nella polemica contro Kant, Jacobi ravvisò in lui una filosofia in bilico tra l'affermazione di un fondamento ultimo della conoscenza (la cosa in sé) e la positiva riduzione di tutto il conoscibile a puro fenomeno. Il sistema kantiano gli parve così costretto o a permanere in una contraddizione, o ad assolutizzare l'attività sintetica del soggetto conoscente. Jacobi credette di trovare conferma alla propria critica nello sviluppo dato da Fichte, e ancor più da Schelling, al trascendentalismo kantiano: in questi sistemi il razionalismo si sviluppa in pura e autosufficiente costruzione intellettuale, mediazione concettuale che dissolve ogni realtà nell'autodeterminazione dell'intelligenza. Contro questi esiti, Jacobi esaltò l'originarietà, attestata dall'intuizione, del rapporto con un altro irriducibile, e contrappose la conoscenza intuitiva di questa realtà (ora chiamata, con una modificazione della propria terminologia, “ragione”, organo d'intuizione ricettiva delle “cose divine”, del vero, bello e buono in sé) alla conoscenza dimostrativo-mediata dell'intelletto.

Bibliografia

L. Lévy-Bruhl, La philosophie de Jacobi, Parigi, 1894; O. F. Bollnow, Die Lebensphilosophie Jacobis, Stoccarda, 1933; V. Verra, Jacobi. Dall'illuminismo all'idealismo, Torino, 1963; V. Cisotti, Discorso sui due romanzi di F. H. Jacobi: Allwill e Woldemar, Milano, 1983.

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