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Jancsó, Miklós

regista cinematografico ungherese (Vác 1921-Budapest 2014). Affermatosi nel 1963 con Sciogliere e legare ovvero Cantata e l'anno successivo con l'ancor più personale Il mio cammino, si impose, alla testa del nuovo cinema magiaro, tra i più lucidi cineasti europei con il trittico I disperati di Sándor (1966), L'armata a cavallo (1967, in coproduzione con l'URSS), Silenzio e grido (1968), tutti dedicati al passato storico, mentre con Venti lucenti (1969), ambientato nei primi anni del socialismo, affrontò criticamente anche il tempo più vicino. Alla luce delle problematiche attuali, con ritmi sempre più coreografici e grande uso del “piano-sequenza”, il suo discorso sul potere continuò rigorosamente in Scirocco d'inverno (1969), Agnus Dei (1971), Salmo rosso (1972, premio della regia al festival di Cannes), Elettra amore mio (1975) e in un gruppo di film o telefilm italiani: La pacifista (1971), La tecnica e il rito (1972), Roma rivuole Cesare (1975), Vizi privati pubbliche virtù (1976), girato in Iugoslavia, vagamente ispirato alla tragedia di Mayerling e popolato di trasgressioni sessuali in funzione di polemica storico-politica. In Ungheria si è poi immerso in grandi affreschi spettacolari: il dittico Rapsodia ungherese (1978-79) e, più interessante sotto il profilo formale, Il cuore del tiranno (1981). Dopo una parentesi televisiva e un film di produzione francese, L'aube (1986), Jancsó è tornato in Ungheria per realizzare inquietanti e confusi drammi politico-esistenziali, tra cui La stagione dei mostri (1987) e L'oroscopo di Gesù Cristo (1989). Nel 1990 ha girato Dio cammina a ritroso e Il valzer del Danubio Blu.

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