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Kaváfis, Konstantínos

poeta greco (Alessandria d'Egitto 1863-1933). Educato in Inghilterra e a Costantinopoli, visse dal 1885 nella città natale che, con la sua storia millenaria e le sue mescolanze di civiltà, impressionò fortemente il suo spirito. Dal 1907 visse in solitudine, attendendo esclusivamente alla poesia. L'immagine dello scrittore, tra i maggiori del Novecento, è consegnata a un corpus di 154 poesie, pubblicate in fogli volanti, via via raccolti in fascicoli (prima ed. in volume, postuma, 1935). Le sue liriche sono epigrammatiche, brevi, essenziali e scevre da ogni tipo di sentimentalismo, attraversate invece da una sottile venatura ironica e fortemente permeate dalla concezione aristocratica della poesia, intesa come mezzo di nobilitazione e di riscatto dalla miseria e dalla depravazione umana. La poesia di Kaváfis è un canto della memoria, che nasce dall'austera e tremante distillazione d'un passato biografico e storico. Un motivo centrale di condanna è indotto dalla consapevolezza della caducità e dell'assenza di scampo. Qui il debito verso Omero è enorme: essi hanno in comune il grande amore per l'uomo e la consapevolezza dell'elementare ma fondamentale verità del destino comune a tutti: “l'irrevocabile sventura della morte”. Nonostante la suggestione dell'avventura e delle maschere di virtù, l'uomo si rinchiude, rinunciatario, entro mura d'esilio: ovviamente, l'esperienza d'amori vietati, contro cui si ergono i divieti e le condanne del moralismo, acuisce il senso d'isolamento. Non perciò il poeta rinuncia a evocare il suo mondo erotico, ché anzi la vita del corpo palpita nel verso con fierezza impavida. La bellezza efebica, scoperta con gioia in un dipinto, in una moneta, in una statua, nell'ombra di uno specchio, e soprattutto riveduta, a distanza di tempo, nella nudità balenante, nella febbrile accensione d'incontri furtivi, riempie la memoria e la poesia. Una gran parte delle liriche di Kaváfis è ispirata alla storia, in particolare dell'età ellenistico-romana e dell'età bizantina. Nelle pieghe delle narrazioni ufficiali (attenta e curiosa è la sua erudizione), egli sceglie fatti e personaggi in cui s'incarnano problemi esistenziali e ne coglie, senza retorica classicistica, le risonanze extratemporali e paradigmatiche. Sia il mondo dei sentimenti privati sia quello delle occasioni desunte dal mito o dalla storia sono finalizzati da Kaváfis alla trasfigurazione poetica. L'“ambito dell'arte” è il senso ultimo dell'intera sua vita. Alla catarsi formale, cioè alla realizzazione espressiva, egli dedicò un macerante e pudico impegno, trovando le vie d'un canto senza confronti. La sua opera va considerata, come ben vide G. Seferis, un unico e unitario work in progress suggellato dalla morte. Tutti i tentativi di riferirla a moduli o modelli contemporanei sono falliti. Il che conferma l'assolutezza della sua arte.

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