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Khomeini, āyatollāh Rūhollah

capo religioso dei musulmani di rito sciita e uomo politico iraniano (Khomein 1900-Qom 1989). Studiò alla scuola teologica di Qom, importante centro di studi degli sciiti duodecimani, dove successivamente insegnò. Arrestato nel 1963 durante le sommosse contro la riforma agricola voluta dallo scià Moḥammad Reẓā Pahlavī, venne liberato nel 1964. Esule in Turchia (1964-65), in Iraq (dove si stabilì a Najaf, città santa degli sciiti, dal 1965 al 1978) e in Francia (a Neauphlé-le-Château, dal 1978 al 1979), continuò una intensa propaganda politica contro il regime dello scià. Capo incontrastato dei tradizionalisti sciiti iraniani, dall'esilio francese condusse la fase finale della rivoluzione islamica, che culminò con la fuga dello scià da Teheran e il ritorno di Khomeini in Iran, accolto trionfalmente il 1º febbraio 1979. Con la nuova Costituzione del 1979, egli diventava faghih (capo religioso) a vita e accentrava nelle sue mani anche il potere politico. Nel confuso periodo che seguiva, Khomeini restava il leader indiscusso del Movimento islamico, ne manteneva saldamente la guida, liquidando non solo gli oppositori, ma anche i “moderati” come l'ex presidente Bani Sadr (rifugiatosi a Parigi nel luglio del 1981). Guida storica del fondamentalismo islamico, Khomeini, oltre a restaurare nel suo Paese la legislazione coranica, sviluppò una politica internazionale di rigetto delle influenze americana e sovietica e di polemica verso gli altri regimi arabi allo scopo di determinare il primato iraniano nella regione. In questo quadro va anche collocata la sanguinosa guerra con l'Iraq (1980-88). Pur se in posizione più defilata dal 1984 e gravemente ammalato dal 1987, Khomeini continuò a svolgere sino alla morte un ruolo di primo piano nella vita iraniana e nel mondo musulmano. Tra gli ultimi suoi atti destò scalpore la condanna a morte lanciata contro lo scrittore indiano Salman Rushdie, considerato blasfemo per il contenuto del libro Versetti satanici.

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