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Kosovo

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(Kosovo i Metohija). Repubblica parlamentare indipendentista della Serbia, 10.908 km², 1.820.631 ab. (stima del 2001), 167 ab./km², capitale: Priština.

Territorio

Pur dichiarando unilateralmente la propria indipendenza (2008), la regione, ancora appartenente alla Serbia, viene amministrata di fatto dall'ONU in attuazione della risoluzione n. 1244 del 19 giugno 1999. Nel 2010 erano 72 i Paesi che riconoscevano l'indipendenza. Il territorio, limitato dai monti Žljeb e Kopaonik a N, Goljak a E, Crna Gora e Šar-planina a S e dalle Alpi Albanesi a W, comprende nel settore orientale l'altopiano di Cossovo, percorso dal fiume Sitnica, e in quello occidentale la regione della Metohija, corrispondente al bacino superiore del Drin Bianco. La popolazione kosovara, a partire dagli anni Novanta del Novecento, si è caratterizzata per la forte mobilità causata dagli eventi bellici e dalle precarie condizioni economiche della regione, che hanno determinato una vera e propria diaspora degli abitanti. Si calcola, infatti, che nonostante il gran numero di profughi di origine albanese fuggiti nel 1999 in occasione della guerra della NATO contro Serbia e Montenegro (dei quali non tutti sono rientrati successivamente), gli albanesi costituiscano oltre il 90% della popolazione. La componente serba, al contrario, in seguito agli eventi di quell'anno e a sollevazioni antiserbe da parte della maggioranza albanese (tra cui spiccano gli incidenti del 17 marzo 2004), si è ridotta a poche decine di migliaia di persone; i serbi sono confinati per la maggior parte a N del fiume Ibar, che separa l'area serba di Mitrovica da quella albanese, e nei campi profughi vigilati dalle forze internazionali. La guerra e la successiva amministrazione dell'UNMIK (United Nations Interim Administration Mission in Kosovo) affiancatasi a quella locale albanese, hanno alterato le precedenti strutture produttive della regione, creando un assetto economico e occupazionale affatto nuovo. Infatti, l'UNMIK e le altre organizzazioni internazionali presenti in Kosovo, costituiscono i principali datori di lavoro, offrendo alla popolazione albanese la possibilità di svolgere attività di interpreti, assistenti, segretarie, autisti, mediatori con i gruppi di potere locale; queste occupazioni sono assai meglio retribuite rispetto agli impieghi pubblici nell'amministrazione kosovara e a quelli privati offerti dall'agricoltura, dall'industria e dal settore edilizio. Gli aiuti umanitari internazionali (2,29 miliardi di euro nel 2002) e le rimesse degli emigrati (quasi il 40% del PNL secondo il FMI) integrano, comunque, il sostentamento di buona parte della popolazione. Il settore pubblico nel secondario (kombinat di Trepca) e nei servizi (azienda elettrica, poste e telecomunicazioni, aeroporto di Priština, ferrovie e altre) resta ugualmente ancora attivo nonostante i programmi in atto di privatizzazione delle aziende. Quello privato si sta espandendo nel terziario (imprese di pulizie, commerciali, di trasporto, nei rami assicurativo e immobiliare), mentre l'agricoltura e l'industria ristagnano per carenza di investitori esteri, di capitali interni e soprattutto per la scarsa motivazione a intraprendere queste attività da parte della popolazione. Anche il lavoro dipendente, spesso, per la sua bassa redditività viene rifiutato in favore di un terziario minuto, sovente svolto in settori e con modalità ai limiti della legalità. Risultano ancora più scarse le possibilità occupazionali per le minoranze che non sono di nazione albanese, le quali vengono penalizzate dalla loro limitata mobilità territoriale, specialmente nel caso di chi deve vivere nei campi profughi. In Kosovo, tra una popolazione attiva stimata tra il 55 e il 65% degli abitanti complessivi, nel 2003 si sono registrati 270.000 disoccupati; questi dati, tuttavia, celano una vasta rete di attività “in nero” e illegali gestite da una potente criminalità organizzata, che si avvantaggia del vuoto di potere prodotto dall'inesistenza di autorità pienamente legittimate al controllo del territorio.Dopo la guerra si è avviato un rapido processo di inurbamento per via delle migliori possibilità occupazionali e di sostentamento che le città paiono offrire. Nella sola Priština, la capitale, il numero di abitanti si è incrementato fino ad avvicinarsi a mezzo milione. Altri centri di rilievo sono Prizren, Kosovska Mitrovica (ca. 70.000 ab.), Peć e Đakovica (quasi 70.000 ab.).

Storia

Nell'ambito del generale processo di ridefinizione della struttura politico-istituzionale della ex Federazione Iugoslava, sviluppatosi agli inizi degli anni Novanta, assumevano una specifica rilevanza le vicende che interessavano il Kosovo, dopo l'abolizione da parte della dirigenza serba di quella autonomia approvata nel 1974 dalla Costituzione iugoslava in ragione della particolare composizione etnica della sua popolazione, costituita essenzialmente da Albanesi. Nel luglio 1990, ai sensi di un emendamento alla Costituzione serba, veniva abolito lo status di provincia autonoma del Kosovo e venivano disciolti gli organi istituzionali provinciali (assemblea legislativa, governo). Di tutta risposta, in esilio, alcuni intellettuali kosovari costituivano un'Assemblea kosovara, composta dai deputati di etnia albanese, e un governo ad interim, stanziato a Zagabria (1990), proclamando allo stesso tempo l'indipendenza del Kosovo. Tenutosi poi, nel settembre 1991, tra i Kosovari di etnia albanese un referendum, che portava alla proclamazione unilaterale della Repubblica del Kosovo, riconosciuta immediatamente dall'Albania, il governo centrale di Belgrado sconfessava i risultati del voto e delle successive elezioni presidenziali del maggio 1992, allo scopo di ribadire l'appartenenza della provincia alla Serbia, e ripristinava la vecchia denominazione ufficiale di Kosovo i Methoija (abbreviato in Kosmet), che in albanese era Kosovë. In seconda istanza il Parlamento serbo allontanava i dirigenti albanesi dai vertici dei più importanti complessi industriali kosovari, sostituendoli con Serbi o Montenegrini e, nel tentativo di ridurre la schiacciante maggioranza albanese, approvava un programma di colonizzazione di massa della provincia kosovara da parte di elementi serbi e montenegrini, con significative discriminazioni nei confronti degli Albanesi. Provvedimenti restrittivi, inoltre, venivano adottati anche nel campo dell'istruzione pubblica, come l'abolizione dell'insegnamento in lingua albanese, e soltanto nel settembre 1996 veniva stipulato un accordo per il ripristino del sistema scolastico albanese, che per la sua mancata attuazione faceva riesplodere in Kosovo, a partire dal 1997, le tensioni con i Serbi. Nei primi mesi del 1998, i contrasti tra le due etnie si acutizzavano con l'intervento militare serbo contro le truppe irregolari dell'esercito di liberazione kosovaro (UCK), che dava luogo a una vera e propria guerra civile. Aggravatasi nel corso dell'anno la situazione, il Gruppo di Contatto, formato dai rappresentanti di Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Germania e Italia, imponeva negoziati tra Serbi e Albanesi kosovari, culminati nel marzo 1999 a Rambouillet, con la presentazione di un trattato che prevedeva una forte autonomia del Kosovo all'interno della Repubblica iugoslava e la demilitarizzazione del suo territorio, con maggiori garanzie per gli albanesi; questo veniva però sottoscritto solo dai rappresentanti della delegazione dei Kosovari albanesi, mentre non veniva accettato da parte serba per le limitazioni alla sovranità della Serbia stessa che esso comportava. Falliti, dunque, i contatti diplomatici con il presidente della Repubblica iugoslava Milošević per la mancata ratifica dell'accordo (24 marzo 1999), la NATO pur senza il consenso dell'ONU attaccava la Iugoslavia, bombardandola con massicci raids aerei. In risposta agli attacchi aerei, Milošević intensificava la sua azione di pulizia etnica contro gli albanesi del Kosovo, costringendoli a fuggire in massa in Albania, Macedonia e Montenegro e provocando una gravissima catastrofe umanitaria. L'intervento armato delle forze alleate si concludeva, comunque nel giugno successivo, con l'approvazione da parte della Iugoslavia di un piano di pace per il Kosovo, che prevedeva la fine delle violenze, il ritiro delle forze serbe, il disarmo dell'UCK, la presenza di una forza internazionale coordinata dalla NATO, il ritorno dei profughi e una sostanziale autonomia per la provincia (sotto l'amministrazione ONU). Il territorio kosovaro veniva così diviso in 5 zone poste sotto il controllo di forze militari francesi, britanniche, statunitensi, tedesche, italiane e di un contingente russo. Infine, per la gestione concreta della provincia, nel dicembre 1999, veniva creato un nuovo Consiglio amministrativo provvisorio, formato da tre albanesi, un serbo e quattro membri dell'ONU. Di fatto ma non formalmente indipendente dalla Federazione iugoslava (serbo-montenegrina), il Kosovo assisteva nel dopoguerra al perpetuarsi di violenti scontri tra minoranza serba e albanese, fronteggiati con difficoltà dalle milizie internazionali, e a una lotta per il potere tra la Lega democratica (LDK) e l'UCK. Dominato da quest'ultimo, il governo provvisorio non veniva infatti riconosciuto dalla LDK, che si riteneva unica legittima detentrice di un mandato democratico in conseguenza delle elezioni clandestine svoltesi e vinte plebiscitariamente nel marzo del 1998. Né a risolvere queste tensioni erano sufficienti gli accordi con l'ONU e la NATO, che scioglievano l'esercito di liberazione kosovaro e lo trasformavano in un corpo civile per la ricostruzione del Paese (cui si contrapponeva immediatamente un analogo corpo serbo), e quelli per la formazione dal febbraio 2000 di una struttura amministrativa congiunta tra Nazioni Unite e i principali partiti albanesi. La provincia kosovara pertanto non raggiungeva una sua stabilità, sia per l'incertezza sul futuro statuto e sul destino delle minoranze serbe (che boicottavano le elezioni amministrative dell'autunno 2000), sia per l'aggressiva politica nazionalista dell'UCK, che provocava nuovi incidenti in alcune città del sud della Serbia, abitate da minoranze non albanesi, ed estesa, mediante l'azione militare, in Macedonia, per rivendicare anche qui l'indipendenza dell'etnia albanese. Nel novembre 2001 si tenevano le prime elezioni politiche del dopoguerra, per dare al Kosovo un presidente e un governo, nel quadro di un'autonomia sostanziale prevista dalle Nazioni Unite. Le consultazioni assegnavano la maggioranza dei seggi in Parlamento alla Lega democratica, capeggiata dal moderato Ibrahim Rugova, contrapposta al Partito democratico (PDK) dell'ex leader dell'UCK, Hashim Thaci, e al partito serbo Coalizione per il ritorno, che non riusciva ad avere una buona affermazione per la ridotta partecipazione al voto dei Serbi. Nel marzo 2002 Rugova veniva eletto presidente, mentre Bajram Rexhepi, esponente del Partito democratico, assumeva la carica di capo del governo. Tuttavia i negoziati per dare un nuovo statuto alla provincia proseguivano fra molte incertezze e nel marzo 2004 la violenza interetnica tra serbi e albanesi riesplodeva, costringendo la NATO a rafforzare la sua presenza. Le elezioni legislative dell'ottobre 2004 venivano vinte dalla Lega democratica, ma erano boicottate dalla minoranza serba. In dicembre il Parlamento confermava Rugova alla presidenza e nominava premier Ramush Haradinaj, ex comandante dell'UCK. Nel marzo 2005 Haradinaj si dimetteva in seguito all'accusa di crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale dell'Aja, tanto che in aprile il Parlamento eleggeva primo ministro Bajram Kosumi, membro dell'Alleanza per il futuro del Kosovo. Nel febbraio del 2006 Fatmir Sejdiu veniva eletto dal Parlamento presidente. Dimessosi Kosumi, per lotte di potere interne al suo partito, in marzo veniva nominato premier Agim Ceku, ex capo dell'UCK. Nel novembre 2007 si svolgevano le elezioni legislative, vinte dal PDK di Hashim Thaçi con il 34% contro il 22% dell'LDK. Nel febbraio 2008 il Parlamento proclamava unilateralmente l'indipendenza dalla Serbia e nel 2009 presidente e premier firmavano a Washington un accordo per entrare nel FMI e nella Banca Mondiale. Le nuove elezioni legislative del 2010 confermavano la supremazia del PDK. Nell'aprile del 2011 l'ex capo della polizia Atifete Jahjaga veniva nominata presidente dal parlamento. Le elezioni politiche del 2014 venivano vinte dal PDK e Isa Mustafa (LDK) veniva nominato premier.

Letteratura

L'area albanofona si estende al di là dei confini politici dell'Albania attuale, abbracciando una vasta zona della Serbia, dove nella regione del Kosovo vivono ca. 2 milioni di Albanesi, oltre ad alcune aree della Macedonia (500.000 Albanesi) e del Montenegro (ca. 200.000). L'aspirazione di questa minoranza rimane il ricongiungimento con la confinante Albania, da cui sono divisi solo per calcoli politici delle grandi potenze. Nonostante lo stato di continua persecuzione degli Albanesi ancora residenti nell'area iugoslava, si è sviluppata una feconda letteratura che merita ogni considerazione. A conferma di ciò, basti qualche cenno ai precedenti letterari, che vanno dal Cuneus prophetarum (1685) di P. Bogdani, prima importante opera della letteratura albanese, fino a scrittori come G. Kazazi (1702-1752) e N. Bytyçi (1848-1917), che pongono alla base del loro lavoro un forte accento patriottico in reazione alla dominazione turca. Nella lotta di liberazione, che avrebbe condotto nel 1912 all'indipendenza albanese, il Kosovo ebbe un ruolo importantissimo già dalla fondazione, nel 1878, della Lega di Prizren, baluardo della resistenza contro l'Impero ottomano. Scrittori e intellettuali, come H. Prishtina, I. Boletini, B. Curri, C. S. Gjeçov, organizzarono la resistenza operativa in tutto il Kosovo, dando un rilevante contributo culturale e spesso pagando con la vita il loro impegno. Ma il vero sviluppo della letteratura si ebbe dopo la seconda guerra mondiale. Nacquero riviste (Zani i rinisë, Jeta e re, Rilindja); l'Università di Priština (la capitale del Kosovo) divenne il centro dell'attività artistica e culturale; l'entusiasmo creativo degli autori ne fece, e ne fa tuttora, un mondo culturale in continuo fermento. La poesia, in una prima fase, interpreta le aspirazioni della popolazione albanese del Kosovo. È quindi una poesia ricca di tematiche sociali, attenta alla voce della storia e della tradizione, dove passato e presente sono inscindibili. Ricordiamo E. Mekuli (1916-1993), E. Gjerqeku (n. 1928), D. Mehmeti (1932-1999). Non mancano però poeti legati a esperienze intimistiche ed ermetiche, che compiono un incessante lavoro di ricerca sulla parola (M. Kërveshi, n. 1935; F. Gunga, 1936-1997; A. Shkreli, 1938-1997). Con la generazione successiva si ha un rinnovamento di contenuti che pone al centro l'uomo nel suo isolamento quotidiano. In autori come R. Dedaj (1939-2005), A. Podrimja (n. 1942), B. Musliu (1945-1996), S. Hamiti (n. 1950), la poesia diviene così voce della coscienza e simbolo della sua fragilità. La prosa ha, nei contenuti, uno sviluppo analogo a quello della poesia. Gli scrittori della prima generazione, tra cui S. Hasani (n. 1922), lavorano su tematiche sociali. L'apertura a nuove tematiche significa, per gli scrittori albanesi del Kosovo, una forte spinta verso l'astrazione, guidata dalla volontà di non smarrire i contatti con la realtà. Da qui l'attenzione, da parte di scrittori come I. Sulejmani (1912-1976) e R. Kelmendi (n. 1930), ai piccoli fatti, ai piccoli personaggi e alla loro psicologia, con grande interesse per l'ambiente spesso triste in cui essi si muovono. Menzione a parte merita A. Pashku (1938-1995), sia per l'uso del dialetto ghego nelle forme più ricercate e talvolta ermetiche, sia per il profondo esame cui sottopone gli effetti psicologici delle esperienze umane, presentando situazioni interiori che si pongono ai margini della disintegrazione sociale.

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