regione dell'Italia centrale, 17.232 km², 5.870.451 ab. (stima 2013), 341 ab./km², capoluogo di regione: Roma. Comuni: 378. Province: Frosinone, Latina, Rieti, Roma, Viterbo. Confini: Toscana (NW), Umbria e Marche (N), Abruzzo e Molise (E), Campania (SE), mar Tirreno (SW, 361,5 km di costa). ;

Generalità

Entro i limiti attuali la regione non ha una ben precisa unità geografica e i confini con le regioni vicine sono quasi interamente non appoggiati a elementi naturali; essa è costituita, piuttosto, da una successione irregolare di subregioni, che partecipano sia dell'Appennino Centrale sia dell'Antiappennino tirrenico, come pure della fascia pianeggiante costiera. Queste caratteristiche la rendono una realtà ricchissima di paesaggi diversi, che vanno dalle cime appenniniche ai lunghi litorali tirrenici e dalle pianure pontine alle numerose formazioni collinari. La sua posizione centrale nella Penisola ne fa un nodo essenziale per i movimenti NS che hanno da decenni caratterizzato molte dinamiche evolutive del nostro Paese. Via terra ha una collocazione quasi equidistante rispetto agli estremi del territorio nazionale, e via acqua anche rispetto alle due isole maggiori. Pur essendo una regione tirrenica, i suoi confini orientali, con le Marche e l'Abruzzo, distano meno di 50 km dalla costa adriatica. La continuità culturale e geomorfologica, a N con le fasce meridionali di Toscana e Umbria e a S con il settentrione campano, ne fanno uno degli ideali anelli di congiunzione tra Centro e Suditalia non solo in senso geometrico. Basterebbero queste considerazioni per sottolineare l'importanza della regione, ma va ovviamente ricordato che al suo interno sorge la capitale italiana, che, se ha accentuato la centralità in senso funzionale della regione, ha anche attratto tutti i flussi di merci, individui e capitali, così come l'attenzione da parte degli abitanti delle altre regioni d'Italia; ha accentrato su di sé la maggior parte delle dotazioni e dei servizi, lasciandone relativamente privi gli altri capoluoghi di provincia. Il nome Lazio riprende quello antico Latium, documentato dal sec. VI a. C., che designò in un primo tempo la zona compresa tra il corso terminale del Tevere e il promontorio del Circeo, con a E le pendici degli Appennini e il corso del Trero (odierno Sacco). Quest'area fu denominata Latium vetus; Latium adjectum, invece, fu chiamato il territorio a SE della precedente zona fino al Liri, via via conquistato dai Romani.

Territorio: morfologia

Procedendo da NW verso SE e considerando in un secondo momento la regione appenninica dell'interno, si nota alla destra del Tevere la presenza di tre ben definiti gruppi montuosi di origine vulcanica: i monti Volsini, Cimini e Sabatini, i cui crateri principali sono occupati, rispettivamente, dai laghi di Bolsena, di Vico e di Bracciano. Questi rilievi digradano mollemente a NE verso la valle del Tevere e a SW fino a una fascia costiera pianeggiante, più o meno ampia, denominata Maremma Laziale, interrotta all'altezza di Civitavecchia dai monti della Tolfa, massiccio calcareo-argilloso con antichi apparati vulcanici ormai smantellati dall'erosione. Alla Maremma Laziale si allaccia verso SE la Campagna Romana, vasta zona debolmente ondulata o pianeggiante attraversata dal Tevere. Essa è limitata a SE e a E dai vulcanici Colli Albani (o Laziali) e dai monti Prenestini, cui succedono, sempre verso SE, i rilievi calcarei dei monti Simbruini, Ernici, della Meta e le Mainarde, che fanno parte dell'Appennino Abruzzese, e i rilievi, pure calcarei, antiappenninici dei monti Lepini, Ausoni e Aurunci, separati dall'Appennino vero e proprio dall'ampia vallata parallela al sistema appenninico percorsa dai fiumi Sacco (Ciociaria) e Liri. Ai piedi di quest'ultimo allineamento montuoso si stende lungo la costa una fascia di pianure direttamente collegata alla Campagna Romana: l'Agro Pontino, un tempo paludoso e ora bonificato, la piana di Fondi e la pianura costiera tra Gaeta e il basso corso del fiume Garigliano. Se si risale la valle del Tevere dalla Campagna Romana, si passa nella regione di colline arenacee e marnose della Sabina. Tra i monti Sabini e i Reatini si apre l'ampia conca di Rieti, alla quale succedono verso l'interno le altre conche di Leonessa e di Amatrice e verso SE l'aperta valle del fiume Salto (Cicolano). Le coste sono in prevalenza basse e pianeggianti, e presentano lunghe falcature tese tra alcuni promontori costituiti da rilievi isolati un tempo insulari (monte Circeo) o dall'estremità di dorsali montuose o dal delta stesso del Tevere. Al Lazio appartiene l'arcipelago delle Ponziane (o Pontine). Le isole principali sono Ponza (35 km dal promontorio del Circeo) e la più lontana Ventotene. Neppure dal punto di vista idrografico il Lazio presenta un'unità regionale. Il suo maggior fiume, il Tevere, proviene dall'Umbria ed è orientato dapprima verso SE, entro una valle parallela al sistema appenninico, per poi piegare a SW attraverso la Campagna Romana. Al Tevere tributano vari corsi d'acqua, tra i quali il Velino (con i suoi affluenti Salto e Turano), tramite la Nera, e l'Aniene. Un andamento simile a quello del Tevere presentano pure il Sacco e il Liri, il cui corso si sviluppa entro solchi vallivi alternativamente longitudinali e trasversali. Altri fiumi minori infine, quali la Fiora, la Marta e l'Arrone, scendono direttamente al mare con un corso relativamente breve. La regione tributa interamente al mar Tirreno, se si eccettua la conca di Amatrice, attraversata dal fiume Tronto che scende al mare Adriatico. Tra i bacini lacustri, oltre ai tre già citati, sono pure da segnalare quelli di Albano e di Nemi, che occupano le caldere formatesi in due apparati vulcanici spenti nei Colli Albani.

Territorio: clima

Il clima è per la più ampia parte della regione temperato, ma spesso rilevanti sono le differenze di temperatura e di umidità tra la fascia costiera, soggetta agli influssi marittimi, e le zone più elevate dell'interno, dove più accentuate sono le escursioni termiche e più abbondanti le precipitazioni, che d'inverno assumono spesso, sulle vette più alte, carattere nevoso . Nella regione definita dai Colli Albani si delinea una significativa variazione climatica rispetto al vicino Agro Romano, con estati tendenzialmente più miti e discreti tassi di precipitazione comunque in linea con le medie regionali. Come tutte le grandi metropoli anche Roma è caratterizzata da un microclima tipicamente urbano, che presenta elevati tassi di umidità estivi e una leggera differenza di temperatura rispetto all'intorno a causa dell'effetto di cappa svolto dai gas climalteranti di produzione urbana. Tuttavia, la vicinanza con il litorale e con i rilievi albani garantiscono un effetto mitigante rispetto a questo processo di alterazione del clima.

Territorio: demografia

I ritmi di crescita registrati in Lazio negli ultimi decenni del sec. XX si sono allineati perfettamente alla media italiana: il movimento naturale è solo di poco negativo e i flussi migratori, in precedenza assai pronunciati verso l'area metropolitana e verso quella pontina, rappresentano sempre un apporto positivo. Con una densità media di 342 ab./km² il Lazio si pone al terzo posto tra le regioni italiane dopo la Campania e la Lombardia; ma il dato rispecchia solo parzialmente la reale situazione dell'addensamento demografico, per la presenza squilibrante di Roma, nel cui territorio comunale, di vaste proporzioni, si concentra la metà dell'intera popolazione laziale. Tuttavia, la crescita vertiginosa che aveva caratterizzato l'agglomerazione romana ha subito alla fine del sec. XX un'inversione di tendenza. Per quanto riguarda le altre province laziali, Viterbo e Rieti (Alto Lazio), dopo un periodo di regresso demografico si sono assestate – negli anni Settanta – su una consistenza pari all'8,6% del totale regionale, mentre le province di Latina e Frosinone (Basso Lazio) hanno mostrato ritmi di crescita superiori alla media regionale. La crescita demografica è proseguita negli ultimi anni del sec. XX, ma a ritmi estremamente blandi. Accanto alla dinamica naturale, quella migratoria figura come più consistente (in termini assoluti), ma, qui più che altrove, è anche difficilmente determinabile e soprattutto non permanente. Varie aree del Lazio, in effetti (e non le sole città né tanto meno la sola Roma), hanno visto affluire negli anni Novanta immigrati da paesi extracomunitari. Comunque, è possibile stimare almeno l'apporto demografico migratorio ufficiale, che corrisponde al 4,7% della popolazione residente, una percentuale notevolmente superiore alla media nazionale. Si è invece ridotta, da tempo e definitivamente, l'importanza dei flussi immigratori interni, e specialmente di quelli indirizzati alle grandi città: la situazione di Roma a questo proposito appare rivelatrice, giacché la sua popolazione, anziché crescere sia pure a ritmi modesti, registra una diminuzione continua e abbastanza marcata. Alla contrazione della popolazione nel capoluogo, quindi, ha fatto riscontro una ridistribuzione diffusa sull'intero territorio regionale, a cominciare dalle aree più prossime alla città, così come è accaduto anche nel caso degli altri capoluoghi provinciali. Questo nuovo modello distributivo ha infatti privilegiato, in particolare, i piccoli e medi centri, quando non addirittura l'insediamento in aree rurali, comunque a breve distanza dalla capitale.

Territorio: struttura urbana e vie di comunicazione

Nonostante il sopraccitato decremento demografico della capitale, l'area del comune di Roma rimane il fulcro insediativo di gran lunga più importante della regione. Anzi, la sperequazione demografica fra Roma e gli altri capoluoghi di provincia è al tempo stesso causa ed effetto della fortissima polarizzazione sulla capitale, che riveste (oltre alle ovvie egemonie politiche nazionali) un ruolo di primo attore in tutti i rapporti con gli altri centri della regione (e di regioni limitrofe come l'Umbria, l'Abruzzo, il Molise) e un ruolo assolutamente preminente come erogatrice di servizi di rango elevato. Così l'area urbana romana fornisce a tutti i centri regionali un'ampia varietà di servizi (aeroporti, vie di comunicazione, servizi alle imprese, servizi turistici, sport ecc.), soprattutto rari (specializzazioni mediche, ricerca scientifica, fiere specializzate, centri di produzione culturale, istruzione superiore). Centri urbani di secondo livello, in grado comunque di fornire servizi al territorio circostante, sono gli altri quattro capoluoghi provinciali e poi, soprattutto, Civitavecchia, Cassino e la conurbazione Formia-Gaeta. La localizzazione geografica del Lazio e il suo retaggio storico ne fanno da sempre una regione attraversata da importantissime vie di comunicazione; anche in questo caso la fortissima polarizzazione rende molto più agevoli le comunicazioni in senso radiale che in senso trasversale, cioè dal centro alla periferia e viceversa piuttosto che da un punto all'altro della periferia. Dalla capitale hanno origine le principali strade statali italiane (numerate dall'1 all'8), che ricalcano il tracciato delle antiche vie consolari romane.Il centro della regione è un crocevia essenziale anche del trasporto autostradale e ferroviario: da qui parte la A24 che conduce al di là degli Appennini alla costa adriatica; qui giunge dal Nord la A1, che, dopo esser passata intorno alla città di Roma come Grande Raccordo Anulare (A90), prosegue verso Napoli; e qui giunge da Civitavecchia la A12. Sulle stesse direttrici partono anche le ferrovie che percorrono gli stessi fondamentali assi di trasporto. Per quanto riguarda l'evoluzione dell'insieme delle infrastrutture di trasporto e comunicazione, gli anni Novanta del Novecento hanno fatto registrare l'apertura della linea ferroviaria ad alta velocità tra Roma e Firenze, completata, poi, con la tratta Roma-Napoli (2009); sul versante della viabilità stradale, il parziale ampliamento del Grande Raccordo Anulare a sei corsie di marcia e l'entrata in servizio del raccordo autostradale Fiano-San Cesareo lungo l'autostrada A1; per quanto riguarda il trasporto aereo, il potenziamento e il vasto ammodernamento dell'Aeroporto Internazionale “Leonardo da Vinci” di Fiumicino, che è il maggiore aeroporto italiano per volume di traffico. In molti di questi casi, pur trattandosi di interventi che hanno interessato essenzialmente l'area romana, dato il ruolo di crocevia di questa città, le ricadute positive hanno interessato tutto il sistema dei trasporti italiano.Gli unici porti commerciali del litorale laziale sono Civitavecchia e Gaeta, attivi soprattutto come porti passeggeri, il primo in particolare per il traffico diretto verso la Sardegna. Hanno un modesto traffico merci, soprattutto per il settore petrolifero.

Territorio: ambiente

Con il 23,1% di superficie protetta, il Lazio si pone fra le regioni più attente alla tutela del territorio. Questo, per la sua morfologia, presenta in alcune zone montane rischi idrogeologici (frane, alluvioni) soprattutto a causa del carattere torrentizio di alcuni corsi d'acqua. La montagna appenninica denota anche un elevato grado di sismicità. I due principali laghi della regione (Bolsena e Bracciano) e il fiume Tevere in ampie sezioni sono caratterizzati da alti tassi di inquinamento idrico. Il paesaggio del Lazio presenta diversi aspetti interessanti e pittoreschi, tutti valorizzati da una fitta rete di parchi e riserve naturali. Laghi e rilievi vulcanici, litorali sabbiosi cosparsi di stagni, montagne e pianure, foreste e pinete caratterizzano le numerose aree protette, cui va aggiunta anche quella marina delle Secche di Tor Paterno, ricca di vita animale e vegetale. Sono compresi nel territorio regionale del Lazio il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise, al confine con le altre due regioni; il Parco Nazionale del Circeo, uno dei primi istituiti in Italia, che tutela un'importantissima zona litoranea cui si è aggiunta anche l'isola di Zannone; e il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, che si estende anche nelle vicine Marche e Abruzzo.Fra i parchi regionali di particolare interesse sono il Parco Regionale dei Monti Aurunci e quello dei Monti Simbruini. Il primo presenta una significativa ricchezza di specie floreali ed endemismi, il secondo è fra i più estesi della regione, con cime che superano i 2000 m, ricco di grotte, di acque e di boschi.La natura collinare e montuosa di un'ampia parte dell'entroterra laziale ha determinato l'istituzione di numerose comunità montane a presidio e valorizzazione del territorio. Fra di esse la Comunità Montana Castelli Romani e Prenestini assume un significato particolare per il valore storico e il peso turistico delle località che vi sono incluse, quali Rocca Priora, Palestrina e Rocca di Papa; si trova, inoltre, nel principale territorio di produzione di alcuni dei più importanti prodotti gastronomici della regione. Anche la Comunità Montana Alta Tuscia Laziale a N del lago di Bolsena abbraccia un comprensorio molto ricco di reperti storici del periodo etrusco e romano e di significative opere architettoniche del Rinascimento.

Economia: generalità

Le caratteristiche dell'economia laziale risentono marcatamente della peculiare evoluzione storico-politica della regione, tendendo a identificarsi con la forte polarizzazione dello sviluppo indotta dalle tradizionali funzioni di capitale detenute da Roma all'interno di strutture statali fortemente centralizzate. Espressione più significativa ne è l'articolazione della rete viaria, in cui lo squilibrio a favore di Roma è evidentissimo. Nel quadro della tripartizione della regione laziale riconducibile alle differenti dinamiche di crescita realizzate (area metropolitana di Roma; Alto Lazio e Reatino, a più fitto reticolo insediativo e dalla tradizionale vocazione agricola; Basso Lazio, partecipe dell'industrializzazione generata dalla Cassa del Mezzogiorno lungo l'asse Roma-Latina e nella valle del fiume Sacco, verso Frosinone), si è peraltro consolidato, nel secondo dopoguerra, un fenomeno tipico dell'intera Italia centromeridionale. La crescita economica, oltre che nella capitale, si è concentrata, infatti, nelle zone litoranee, attivando processi migratori dall'entroterra (e dall'intero Sud) che hanno trovato corrispondenza nell'accentuazione degli squilibri territoriali. Tali squilibri riflettono, del resto, la posizione mediana del Lazio nella realtà nazionale: così il reddito pro capite di Roma è equiparabile a quello delle metropoli settentrionali, quello delle aree costiere pianeggianti è simile a quello delle zone meno forti del Nord (ovvero leggermente superiore alla media italiana) e, infine, quello delle aree collinari e montuose è analogo a quello umbro, comunque più elevato rispetto alle zone interne del Meridione. Se negli ultimi decenni del Novecento paiono essersi manifestati segni di inversione di tendenza, quali il sostanziale blocco della crescita urbana di Roma e la formazione di alcune piccole isole di sviluppo industriale nell'interno, oltre che lo sviluppo legato al turismo di alcuni centri costieri, non sono comunque cambiati i caratteri strutturali dell'economia regionale. Questa, infatti, nella propria evoluzione, ha continuato in una certa misura a rispondere a logiche esterne alle capacità autopropulsive del sistema produttivo locale, confermando la dipendenza dalle decisioni degli attori pubblici in funzione nazionale. Un'altra anomalia sintomatica è la scarsa integrazione nel commercio internazionale, testimoniata dal sottodimensionamento delle esportazioni (pari solo al 4% del totale nazionale).L'avvio di concentrazione di attività industriali nell'ambito del territorio comunale di Roma, che negli anni Settanta e Ottanta aveva fatto pensare alla formazione di un'area industriale locale (per una sua parte caratterizzata da livelli qualitativi molto elevati), si è in seguito arrestato; non solo, ma si è assistito a un rapidissimo processo di riconversione delle strutture edilizie (da industriali manifatturiere a terziarie) e delle aree, mentre molte delle attività produttive venivano interrotte o delocalizzate; la delocalizzazione ha interessato in buona misura, generalmente con impianti di piccole dimensioni, proprio la fascia periurbana caratterizzata dalla crescita demografica di cui si è detto. Verso la fine degli anni Novanta, dopo una lunga crisi, si è mostrato più vitale anche il settore delle costruzioni; nonostante la modestia dell'incremento demografico (o addirittura il calo nel caso di Roma), infatti, è ripresa una certa domanda di abitazioni in tutti i centri principali, a cominciare dalla capitale. Sul fenomeno agisce anche la crescente terziarizzazione dei centri storici (Roma in testa, ma il fenomeno investe tutti i centri urbani laziali di qualche consistenza), che porta a una riconversione delle residenze centrali in uffici, mentre i residenti espulsi dai centri si rivolgono ad abitazioni di nuova costruzione per sostituire la residenza abbandonata. Inoltre, l'aumento delle attività terziarie, che continua a caratterizzare in specie l'area romana, si dirige anche verso aree di nuovo insediamento, provocando l'edificazione di settori periferici fino a pochi anni fa destinati a usi agricoli (è il caso, in particolare, di alcune amministrazioni pubbliche o di grandi imprese già appartenenti al settore pubblico). Infine, vanno ricordate le moltissime operazioni di restauro edilizio che, per iniziativa pubblica e privata, hanno interessato i principali centri storici della regione in occasione del Giubileo del 2000, le cui ricadute hanno investito strutture ricettive e di comunicazione di tutto il Lazio; e, ancora, l'avvio di ripresa del settore dei lavori pubblici dopo una lunga fase di stallo.

Economia: agricoltura, pesca e allevamento

L'agricoltura, dopo il forte esodo rurale verificatosi dall'immediato secondo dopoguerra, ha continuato a perdere addetti a un ritmo continuo, raggiungendo una percentuale di lavoratori (3,3%) superiore solo a quella della Lombardia, con una partecipazione alla formazione del reddito ancora più ridotta. Malgrado non raggiunga una consistenza paragonabile a quella di altre regioni, essa vanta pur sempre una produttività superiore alla media italiana, presentandosi notevolmente diversificata: nelle zone collinari e montane risulta, in genere, marginale e arretrata, con attività tradizionali esercitate su una base fondiaria frammentata; nelle rimanenti aree pianeggianti, viceversa, è organizzata in forme moderne, delineando ambiti ad alta intensità colturale..Favorita nelle sue componenti più dinamiche dalla presenza del grande mercato romano, da questo viene maggiormente influenzata attorno alla capitale, nella Maremma e nell'Agro Pontino (area di bonifica integrale), dove si concentrano le più estese aziende. Colture principali sono il frumento e la vite (Colli Albani, Terracina, Maccarese), da cui si ricavano uve da tavola e vini apprezzati, ma valore economico di rilievo ha assunto anche l'ortofrutticoltura, che si è valsa dell'uso di serre; si producono, inoltre, olive (Sabina) e nocciole. L'allevamento ha importanza secondaria, ma non irrilevante, originando una notevole produzione di formaggi, nonostante le difficoltà di integrazione fra le varie fasi produttive. In prevalenza di tipo ovino, esso conta, nella parte meridionale della regione, anche una discreta concentrazione di bufali (per la produzione di mozzarella). In questo campo si assiste alla tendenza, sia per i bovini sia per gli ovini, a ripristinare in qualche misura il tradizionale impiego zootecnico delle aree interne collinari e montane, altrimenti inutilizzate, anche attraverso il ricorso a forme ormai desuete, come il pascolo semibrado, e alla reintroduzione di razze rustiche locali. In ogni modo il settore primario appare in regresso in tutto il Lazio, perfino nell'Agro Pontino, che presenta caratteristiche tali da farne un'area a chiarissima vocazione per un'agricoltura razionale e orientata al mercato. Fra le poche produzioni agricole che non hanno subito serie flessioni o che, al contrario, appaiono anche in grado di espandersi (quelle, cioè, che realizzano prodotti di qualità, come per esempio i vini DOC), vanno citate quelle florovivaistiche, in piena aria o in serra, e quelle ortofrutticole orientate alle primizie (generalmente in serra), ben presenti specialmente nelle province di Roma e Latina.Va sempre ricordata in questo quadro l'importantissima tradizione enogastronomica della regione che ne fa una delle realtà di punta di tutto il panorama nazionale e che si lega direttamente alla valorizzazione di prodotti agricoli di qualità.La pesca (porti di Civitavecchia, Anzio, Terracina, Gaeta e Ponza) non è molto sviluppata; unico centro attrezzato per l'attività in alto mare è Gaeta.

Economia: industria

Nei due segmenti territoriali che si è soliti individuare nel Lazio, oltre quello romano, si è assistito a un aumento complessivo delle imprese industriali insediate, anche se non necessariamente del numero degli addetti, ma secondo modalità diverse: nelle province di Viterbo e Rieti è prevalso un modello di piccola o piccolissima impresa (salvo che in alcuni settori, come quello del mobile) diffusa, il cui apporto in termini di ricchezza si è fatto via via più robusto, ma senza per questo stravolgere l'assetto territoriale o i rapporti sociali tradizionali. Nelle province di Frosinone e Latina, a suo tempo investite da un'industrializzazione massiccia (ma comunque scarsamente orientata alla grande impresa), soprattutto grazie all'intervento del sostegno pubblico, si sono stabilizzate e consolidate quelle produzioni manifatturiere che nel mercato di consumo finale hanno il proprio obiettivo (alimentaristica, farmaceutica e chimica fine, elettrotecnica, elettronica ecc.), giacché l'ubicazione, sia nella Pianura Pontina sia soprattutto nella valle del Sacco, consente loro un accesso agevole ai grandi mercati locali rappresentati dall'area romana a N e da quella napoletana a S. Qui, dunque, la fine del sostegno pubblico non ha significato necessariamente la fine della concentrazione industriale che, anzi, in certi casi, è proseguita anche a scapito di un'agricoltura che si presentava florida. In particolare, in provincia di Frosinone, l'estensione delle zone industriali e l'infrastrutturazione relativa hanno largamente intaccato le aree agricole del fondovalle.Risultano prevalenti le aziende di piccole e medie dimensioni, che operano nei settori metalmeccanico, chimico, alimentare, tessile, dell'abbigliamento, del legno e dei materiali da costruzione. Aziende più grandi e tecnologicamente avanzate (elettronica, meccanica di precisione, indotto del polo aeronautico ecc.) si sono localizzate per settori piuttosto omogenei e consolidate, anche sotto lo stimolo delle commesse pubbliche, nella capitale, in particolare lungo la via Tiburtina, e nell'area di Pomezia. Editoria e industria cinematografica e televisiva sono attività che hanno assunto in Roma rilevanza nazionale; nel secondo settore si concentra anzi la maggior parte della produzione italiana, che appare in ripresa dopo una lunga crisi. Le attività estrattive sono rappresentate dall'escavazione del marmo nell'area dei monti Ausoni.

Economia: servizi

Connessa alla peculiarità della storia regionale e del ruolo del capoluogo quale capitale italiana, la struttura dell'economia laziale rimane squilibrata nel rapporto di forze fra i diversi settori, evolutosi verso un rafforzamento abnorme del terziario (oltre il 75% della forza lavoro), pur tenendo conto del miglioramento qualitativo del comparto industriale. Oltre alle attività connesse alla pubblica amministrazione e agli enti pubblici e privati, anche la struttura delle attività commerciali riflette gli squilibri territoriali, presentandosi dinamica e modernamente organizzata nell'area metropolitana (con rilevante specializzazione) e, al contrario, arretrata e disarticolata nella maggior parte degli altri centri. Rilevanti dimensioni ha assunto il settore bancario e assicurativo; in crescita sono le attività di servizi alle imprese (consulenza, marketing, informatica ecc.) e, in particolare, quelle di ambito pubblicitario, che hanno permesso alla capitale di inserirsi a pieno titolo fra i poli del terziario innovativo italiano. Tradizionale elemento di forza è, infine, il turismo. Roma, dotata di una solida struttura ricettiva e ricca di rilevantissimi motivi di interesse storico-artistico, assorbe infatti parte significativa del movimento nazionale, e ancor più internazionale, sottraendolo a pur meritevoli località dell'interno; un turismo balneare di interesse regionale ha comunque riguardato alcuni centri più facilmente raggiungibili dal capoluogo, mentre le isole Ponziane e il litorale nei pressi del monte Circeo ospitano flussi turistici di provenienza più varia. Il turismo montano ha avuto un buon sviluppo nella zona del Terminillo.

Economia: distretti industriali

Il Lazio è fra le regioni con meno distretti industriali ufficialmente riconosciuti. In provincia di Frosinone si trova quello della Valle del Liri, relativo alla produzione di indumenti di lana, da lavoro e di semilavorati; il centro principale è Sora. Sempre in provincia di Frosinone, nell'area dei monti Ausoni si trova l'omonimo distretto, specializzato nell'estrazione e nella lavorazione del marmo, realtà importantissima dell'economia frusinate soprattutto grazie alla sua vocazione all'esportazione.Di antichissima tradizione è il distretto produttivo di Civita Castellana nel Viterbese, specializzato nella ceramica e molto presente nei mercati nordeuropei e asiatici, soprattutto con prodotti come il vasellame e gli accessori sanitari.

Preistoria

Per quantità e importanza di rinvenimenti relativi alle diverse epoche del Paleolitico, soprattutto inferiore, il Lazio è una delle regioni italiane meglio documentate. Alle fasi più antiche del Paleolitico risalgono i ritrovamenti di manufatti su ciottolo e su scheggia, effettuati da I. Biddittu e A. G. Segre in diverse località in provincia di Frosinone (Arce e Fontana Liri, Castro dei Volsci ecc.), con un'età compresa tra ca. 700.000 e 500.000 anni fa. Al Paleolitico inferiore sono anche riferibili diversi siti dell'Acheuleano, come Fontana Ranuccio, vicino ad Anagni, databili con il metodo potassio/argo (datazione assoluta al K/Ar) a 458.000 anni fa, e il vicino giacimento di Cava Pompi, a Pofi, con industrie su scheggia prive di bifacciali. All'Acheuleano superiore sono attribuiti diversi siti in prossimità della costa, pochi chilometri a N di Roma, come Torre in Pietra, Malagrotta, Castel di Guido e La Polledrara, oltre a segnalazioni isolate; si tratta perlopiù di giacimenti in stratigrafia, riferibili a un periodo compreso tra ca. 300.000 e 200.000 anni fa, con associazioni di resti faunistici e industrie a bifacciali. A Castel di Guido, A. M. Radmilli ha rinvenuto numerose testimonianze di un'intensa utilizzazione dell'osso di grossi mammiferi (bue, elefante); da questa materia prima, che sostituì la scarsa selce localmente disponibile, furono ricavati numerosi bifacciali (alcuni sono noti anche a Fontana Ranuccio) e altri manufatti. Dallo stesso giacimento provengono resti cranici e due femori frammentari attribuibili a Homo erectus. Numerosi altri giacimenti acheuleani sono conosciuti in provincia di Frosinone (Ceprano, Pontecorvo, Lademagne ecc.). Diverse stazioni riferite al Riss sono caratterizzate da industrie su scheggia prive di bifacciali (monte delle Gioie e Sedia del Diavolo, nei pressi di Roma), oltre ad alcuni nuovi ritrovamenti segnalati nei pressi di Nettuno. Al Paleolitico medio risalgono diverse facies musteriane individuate in varie località della regione, come quelle segnalate a Poggio Mirteto, o i numerosi siti all'aperto della Pianura Pontina (tra cui ricordiamo il canale delle Acque Alte), in particolare le grotte del monte Circeo, note soprattutto per le ricerche di A. C. Blanc (Guattari, da cui provengono, fra l'altro, il famoso cranio Circeo 1 e le due mandibole Circeo 2 e 3, attribuiti a un rappresentante dei Neandertaliani classici dell'Europa occidentale; Fossellone, Barbara, Breuil ecc.) e in provincia di Gaeta (Moscerini, Sant'Agostino); in quest'area è nota una facies chiamata da A. C. Blanc “Pontiniana”, che si caratterizza per l'utilizzazione di ciottoli silicei di piccole dimensioni. Si tratta di un Musteriano-Charentiano (facies di La Quina), con debole frequenza della tecnica Levallois e con datazioni assolute intorno ai 50.000 anni fa. Aspetti più evoluti mostrano le industrie del Musteriano a denticolati di alcuni livelli delle grotte Fossellone e Barbara. Nel Lazio interno, in provincia di Frosinone, è noto un Musteriano di tecnica Levallois nel sito di Valle Radice, vicino a Sora. Ben documentata è anche la sequenza del Paleolitico superiore, che inizia con i livelli aurignaziani della grotta Fossellone e prosegue, in diversi giacimenti all'aperto o in grotta, fino al Mesolitico (Riparo Salvini e Riparo Blanc, al monte Circeo), per citarne solo alcuni tra i più importanti. Numerose manifestazioni di arte mobiliare sono conosciute nei livelli di grotta Polesini, scavati da A. M. Radmilli (1952-56). Il territorio laziale fu frequentato, in epoca neo-eneolitica, nonché nell'Età del Bronzo, da genti dedite all'agricoltura e all'allevamento: lo testimoniano i ritrovamenti a Sasso di Furbara; nelle isole Ponziane, da cui veniva importata l'ossidiana; nella valle del Fiora, nota per la facies culturale di Rinaldone; nella conca reatina; a Pian Sultano, a N di Roma; nell'Agro Romano e altrove. Dalla fine dell'Età del Bronzo è possibile cogliere una netta diversificazione culturale tra l'area a N e quella a S del Tevere, successivamente occupate dalla civiltà etrusca e da quella latina. Alla prima Età del Ferro risalgono tracce della formazione di grandi centri protourbani, tra cui, di particolare rilievo, quello da cui sarebbe nata Roma.

Storia

Per molti secoli lo sviluppo del Lazio fu segnato dalla linea del Tevere, che divideva il territorio tra una parte settentrionale (che vide un precoce sviluppo protourbano e il fiorire della civiltà etrusca) e una meridionale, in cui, oltre ai Latini, vivevano molte altre genti, generalmente in villaggi di modeste dimensioni: Pelasgi, Siculi, Equi, Volsci, Ernici, Aurunci, Sabini e Falisci. Il Tevere continuò a fungere da confine anche in seguito, quando, alla fine del sec. I a. C., con il nuovo ordinamento di Augusto, mentre l'area settentrionale entrò a far parte dell'Etruria, quella meridionale fu inglobata con la Campania nella I regione. Nelle prime vicende del Lazio i Latini ebbero un ruolo di primaria importanza e la prosperità della regione tra i sec. VII e VI a. C. è ben testimoniata dalle tombe di Praeneste. La Lega Latina raccolse i popoli e le città del Latium vetus, Roma compresa, intorno al culto di Giove sul monte Albano (monte Cavo), dove si celebravano le feriae Latinae. La lega agì come un'organizzazione federale e, in molte occasioni, Latini e Romani combatterono su un piede di parità, contro comuni nemici (Sabini, Equi e Volsci), e fondarono, insieme, colonie già dal sec V a. C. L'aggressione dei Galli contro Roma (390 a. C.) fu accompagnata da tensioni tra gli alleati e da ribellioni, che sfociarono in dure guerre contro Latini e Volsci. Ribellatisi nuovamente ai Romani dopo la prima guerra sannitica (343-41 a. C.), i Latini vennero sconfitti (338 a. C.) e la Lega Latina fu sciolta. Da quel momento la storia del Lazio divenne parte integrante di quella di Roma, la potente città-stato che di lì a poco avrebbe esteso il suo dominio sull'Italia e sul mondo. Con la caduta dell'Impero Romano d'Occidente, il territorio laziale passò sotto la sovranità bizantina. Tuttavia, con i Bizantini impegnati nella difesa dei territori settentrionali, nella regione si creò un vuoto di potere, che venne riempito dalla Chiesa di Roma e dalle autonomie locali in un rapporto di collaborazione economica e militare. Lo sforzo maggiore dei pontefici, in questo periodo, e in particolare di Gregorio Magno, fu rivolto alla ricostruzione dei patrimoni che da più secoli, attraverso donazioni e compere, la Chiesa romana aveva costituito, in particolare nel Lazio. Quando le “donazioni” o “restituzioni” di Liutprando e di Pipino il Breve (sec. VIII) instaurarono anche di diritto il potere temporale della Chiesa, il Lazio formò il territorio principale dello Stato della Chiesa. Tra i sec. VIII e IX la regione visse un forte sviluppo monastico, mentre crebbero di importanza le famiglie della nuova aristocrazia laica. Tra queste, la Chiesa e la municipalità romana si sviluppò una furiosa lotta per il potere; ne fu favorita l'azione delle bande armate saracene e ungare, che devastarono la campagna laziale, arrivando a occupare città e ampie parti di territorio. Nel sec. XI-XII la Chiesa riorganizzò il proprio dominio, mentre nella regione si affermò una nuova aristocrazia legata strettamente alla Curia. Questo processo non avvenne, tuttavia, senza reazioni. Nel 1143 Roma si ribellò e, con la renovatio senatus, venne costituito un governo laico. Per circa un cinquantennio le istituzioni comunali, diffusesi anche a Roma, rivendicarono a sé il diritto di reggere la città in nome del popolo, inserendosi nelle lotte tra i papi e gli imperatori. Diffusamente nel Lazio si risvegliarono forze autonome, rappresentate, nelle campagne, dai feudatari e, nelle città, dalle istituzioni comunali. Verso la fine del sec. XII, Clemente III riuscì a ottenere un accordo con il Senato romano, ma solo Innocenzo III ristabilì la piena sovranità papale su tutto il territorio, imponendo il rispetto dei vincoli di sudditanza: i feudatari e le città laziali gli giurarono fedeltà e Roma rinunciò alla propria autonomia affidandogli la nomina della più alta autorità laica, il “senatore di Roma”. Nel 1234 fallì l'ultimo tentativo di Roma di sottrarsi al dominio della Chiesa. Più tardi Gregorio X divise la regione in province, sottoposte a un rettore sorvegliato dal Parlamento. Essendo riservato al papa il diritto di intervenire quale ultimo arbitro, l'autonomia degli organi laici andò spegnendosi sotto l'autorità della Chiesa. Anche se restavano degli antagonisti al potere pontificio nelle grandi famiglie romane (Colonna, Orsini, Frangipane, Savelli ecc.), il Lazio non ebbe più alcun ruolo autonomo e il suo territorio diventò piuttosto un teatro di avvenimenti che esulavano del tutto dal contesto regionale. L'allontanamento del pontificato ad Avignone (1309-77) favorì in tutto il Lazio il formarsi di autonomie locali e il rafforzarsi di potentati nobiliari; causò, inoltre, una crisi economica e politica da cui emersero nuove forze sociali, che costituirono la base d'appoggio del tentativo di restaurazione politica, antinobiliare e antipapale di Cola di Rienzo alla metà del secolo (1347-54). Le lotte che accompagnarono il breve tribunato di Cola di Rienzo fiaccarono sia la nobiltà sia il popolo, mentre ne uscì rafforzata, grazie alla capillare opera di riorganizzazione amministrativa di Egidio Albornoz, la monarchia pontificia. Furono proprio le aspre contrapposizioni tra le diverse famiglie nobili e spesso all'interno di una stessa famiglia a favorire la restaurazione pontificia, con il progressivo annientamento della potenza aristocratica (Caetani, Prefetti di Vico, Savelli, Colonna, Anguillara). Nei primi decenni del Cinquecento la vittoria del papato è ormai definitiva e la storia del Lazio coincide con quella dello Stato Pontificio. Risale al 1527 uno degli episodi più drammatici del Lazio, attraversato dalle truppe mercenarie di Carlo V, tra le quali i Lanzichenecchi, artefici del sacco di Roma. Nel sec. XVII il Lazio vide la progressiva formazione di Signorie legate alle famiglie pontificie (soprattutto i Barberini e i Borghese), cui si accompagnò la decadenza della nobiltà tradizionale. Il Settecento fu uno dei periodi di maggior crisi dello Stato Pontificio e della regione. Con la Repubblica Romana (1798), si aprì una nuova stagione politica, di cui fu protagonista, a partire dagli anni Venti dell'Ottocento, una fitta trama di sette, tutte permeate da un forte laicismo. Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, Roma e il Lazio vennero definitivamente annessi all'Italia. La regione beneficiò solo in parte dello spostamento della capitale a Roma nel 1875. Favorita dalla bonifica delle paludi pontine, realizzata durante il fascismo, che diede un notevole impulso all'agricoltura, durante la seconda guerra mondiale subì gravissimi danni. Diverse città, soprattutto nella parte meridionale vennero rase al suolo, come Anzio e Nettuno, scelte dagli Alleati per gli attacchi al fronte tedesco; questo era attestato lungo la linea Gustav, punteggiata da vari capisaldi, tra cui Cassino. Molto gravi in tutta la regione furono i danni apportati dalla guerra al patrimonio artistico con la distruzione di complessi monumentali, chiese, nuclei urbani di origine medievale e ville. Il lungo processo di ricostruzione ha mirato alla formazione di poli industriali nelle aree di Latina, Frosinone, Cassino, Colleferro, Pomezia e Aprilia e ad alcuni interventi di riforma agraria in alcune aree a N di Roma a forte vocazione agricola. Con l'entrata in vigore della Costituzione il 1° gennaio 1948 la regione fu protagonista di un notevole sviluppo economico e sociale.

Archeologia

In età storica, a N del Tevere sorsero importanti centri etruschi: tra essi Veio, da cui provengono le famose sculture fittili del tempio di Apollo, attribuite a Vulca; Tarquinia, con le sue tombe dipinte; Cerveteri, con le sue necropoli monumentali; e, inoltre, Blera, Vulci, Tuscania e Pirgi. Le antichità di Lavinio e Ardea sono da collegare alla più antica storia di Roma e dei Latini; la fondazione di Ostia si fa ascrivere all'età regia. Delle città italiche del Lazio meridionale sopravvivono grandiose mura ciclopiche in opera poligonale a Segni, Arpino, Norba, Aquino, Alatri eFerentino. L'età ellenistica e il predominio di Roma portarono a una maggiore uniformità di forme artistiche, favorita anche dalla costruzione o regolarizzazione delle strade consolari (Appia, Aurelia, Flaminia, Cassia) e dallo sviluppo delle colonie romane (Anzio, Terracina, Minturno) e latine (Segni, Norma, Sezze). Nella regione si trovano testimonianze essenziali per la comprensione dell'arte romana, in particolare dell'architettura. Oltre a Roma, i centri più ricchi di monumenti romani sono anzitutto Ostia, con i vicini porti di Claudio (sull'area dell'aeroporto di Fiumicino) e di Traiano, e quindi Anzio, Tivoli, Gabi, Lucus Feroniae e Palestrina, a breve distanza da Roma; Ferento d'Etruria, Faleri Novi e Civitavecchia, nel Lazio settentrionale; Cassino, Terracina, Cori e Minturno nel Lazio meridionale. Molti monumenti, come i grandiosi santuari della Fortuna Primigenia, a Palestrina, e di Giove Anxur, a Terracina, sono di età repubblicana. Resti di insediamenti antichi sono sparsi in tutto il territorio e monumenti sepolcrali fiancheggiano le antiche strade (in particolare l'Appia) o sorgono isolati (mausoleo di Munazio Planco, a Gaeta). Numerosissimi sono i resti di antiche ville, di età repubblicana e imperiale, specialmente negli immediati dintorni di Roma, nel territorio di Tivoli (la grandiosa villa Adriana è fondamentale per la comprensione dell'architettura romana), sui laghi (Albano, Castel Gandolfo, Bracciano) e sul litorale di Anzio, del Circeo, di Gaeta e di Scauri. Le sculture della cosiddetta “villa di Tiberio”, a Sperlonga, costituiscono un capitolo importante dell'arte ellenistica.

Arte

L'editto di Costantino (313) segnò il punto di partenza della fioritura dell'arte paleocristiana (sec. IV-V); numerosi sorsero a Roma gli edifici sacri (basiliche di San Giovanni in Laterano, di Santa Maria Maggiore, di Santa Sabina, mausoleo di Santa Costanza). La tradizione paleocristiana si spense, però, quando Roma divenne sede di ducato bizantino (dalla metà del sec. VI alla metà del sec. VIII), per il prevalere di influenze orientali di origine costantinopolitana, evidenti sia nell'architettura (le basiliche di Onorio I) sia nella pittura (mosaico absidale della basilica di Sant'Agnese e affreschi della chiesa di Santa Maria Antiqua, a Roma). Soltanto dopo la metà del sec. VIII, con l'indipendenza del papato, si verificò un ritorno deciso ai modelli paleocristiani. In pittura si distingue tra un filone aulico ancora bizantineggiante (mosaici absidali della chiesa di Santa Prassede, a Roma) e una tendenza già occidentale, che rivela legami con l'arte carolingia (Ascensione e Discesa al limbo nella chiesa inferiore di San Clemente, a Roma, sec. IX). Nel periodo romanico, nel Lazio è particolarmente sensibile l'influenza dell'architettura lombarda (chiese di San Pietro e Santa Maria Maggiore, a Tuscania; chiesa di Santa Maria di Castello, a Tarquinia; la cattedrale di Anagni; la chiesa di San Flaviano, a Montefiascone) e nella stessa Roma (tipici campanili a più ordini), dove tuttavia appare prevalente la tradizione paleocristiana (chiesa di San Clemente, basilica di Santa Maria in Trastevere). A partire dagli inizi del sec. XII sino alla fine del sec. XIII si affermò l'attività dei marmorari (i Cosmati, i Vassalletto), autori di pulpiti, pavimenti, candelabri pasquali e plutei, a tarsie geometriche, e in qualche caso anche di architetti di solenne classicismo (portico del duomo di Civita Castellana, 1210). Fiorente fu anche la contemporanea attività costruttiva dei monaci cistercensi, che eressero chiese e conventi in puro stile romanico borgognone, caratterizzato da un precoce goticismo (abbazie di Fossanova, nei pressi di Priverno, di Casamari , nei dintorni di Veroli, di San Martino al Cimino, nei pressi di Viterbo).Nell'ambito della pittura, tra i primi esempi di volgare pittorico italiano vanno annoverati gli affreschi con Storie di San Clemente nella chiesa inferiore di San Clemente, a Roma (sec. XI) e quelli della basilica di Sant'Elia, presso Nepi. Ma nel sec. XII tornò a prevalere uno stile più legato alla tradizione paleocristiana e bizantina (mosaici absidali della chiesa di San Clemente e della basilica di Santa Maria in Trastevere, a Roma; Trittico del Salvatore nel duomo di Tivoli), rinforzata alla fine del secolo e agli inizi del successivo dall'arrivo di mosaicisti veneziani. Alla tradizione bizantina appaiono ancora legati gli affreschi della cripta della cattedrale di Anagni (sec. XIII). Se la scultura figurata in pietra appare pressoché assente, assai diffusa è la scultura in legno policromo, di ascendenza antelamica (Deposizione nel duomo di Tivoli; Madonna di Costantinopoli nella chiesa di Santa Maria Maggiore, ad Alatri). Nella seconda metà del sec. XIII il Lazio fu uno dei centri più importanti dell'elaborazione del linguaggio gotico italiano. Basti ricordare l'attività di Arnolfo di Cambio per l'architettura e la scultura, dei maestri romani (P. Cavallini, I. Torriti, F. Rusuti) e di Giotto per la pittura. Questa fioritura cessò con il trasferimento della corte papale ad Avignone (1309); solo nel Lazio settentrionale (Viterbo, Bolsena, Montefiascone) continuò un'arte gotica strettamente legata a Siena. Dopo il ritorno da Avignone (1377), i papi fissarono stabilmente la loro sede a Roma, che divenne il centro artistico e culturale della regione, determinandone i successivi orientamenti stilistici.Grandi artisti affluirono nella capitale nella prima metà del sec. XV sia per studiarne i resti antichi (come Brunelleschi e Donatello) sia perché chiamati a operarvi (lo stesso Donatello, Masaccio, Masolino da Panicale, Gentile da Fabriano, Pisanello), ma non riuscirono a creare un effettivo seguito, a causa delle condizioni di profonda recessione economica e di disgregazione politica che la cattività avignonese e il conseguente Scisma d'Occidente avevano provocato. Mentre rimasero, quindi, quasi senza seguito i modi del primo Rinascimento, ebbe una certa fortuna la corrente del gotico cortese, grazie all'apporto di artisti senesi e umbri, come l'eugubino O. Nelli, le cui opere si possono ammirare nel “Sacro Speco” di Subiaco, Giovanni e Antonio Sparapane, da Norcia, attivi soprattutto a Tuscania, e lo scultore P. da Gualdo Cattaneo. Tali modi gotici sono rintracciabili negli affreschi della chiesa dell'Annunziata, a Riofreddo, 1422; nelle Storie di Santa Caterina e della Vergine nella chiesa di Santa Caterina, a Roccantica, 1430; nelle “Camere Pinte” del castello Caetani, a Sermoneta. Nella seconda metà del sec. XV (a eccezione del Lazio meridionale, dove perdurano le forme tardogotiche per influsso della cultura gotico-catalana della zona di Formia) si può finalmente parlare di affermazione della cultura del Rinascimento a Roma e nel Lazio, grazie soprattutto all'iniziativa del papa Nicolò V, il quale commissionò la cappella di San Lorenzo, in Vaticano, affrescata dal Beato Angelico con l'aiuto di B. Gozzoli, autore, tra l'altro, della Madonna degli Angeli, nel duomo di Sermoneta, e delle cappelle della Crocifissione e del Tabor, all'isola Bisentina, nel lago di Bolsena. Lo stesso pontefice invitò a Roma l'architetto B. Rossellino, cui viene attribuita la realizzazione di Palazzo Venezia, imponente costruzione merlata iniziata nel 1455. Allo stesso periodo risale il tempietto di San Giacomo, a Vicovaro, costruzione a pianta ottagonale opera di D. di Capodistria e G. Dalmata. Numerosi gli scultori operanti in questi anni nella capitale, accomunati da un classicismo esplicitamente romano; tra questi vanno ricordati Isaia da Pisa, tra i più celebrati scultori del suo tempo, A. Bregno, P. Romano e M. Del Reame, a volte identificato con Mino da Fiesole, attivo negli stessi anni a Roma. Sempre nella seconda metà sec. XV è testimoniata la presenza a Roma di Piero della Francesca, che realizzò entro il 1463 la decorazione della cappella di San Michele, nella basilica di Santa Maria Maggiore e gli affreschi di una stanza del Vaticano (1459), in seguito distrutti per far posto a quelli di Raffaello. I numerosi dipinti su tavola di Neri di Bicci, Sano di Pietro e Matteo di Giovanni, testimoniano, in quegli anni, l'influenza senese e fiorentina anche nel resto della regione. Alle opere di Piero della Francesca e di B. Gozzoli si ispirò uno dei più validi pittori laziali del periodo, Lorenzo da Viterbo. Con l'ascesa al soglio pontificio di Sisto IV (1471-84), il quale si avvalse principalmente dell'opera dell'architetto fiorentino B. Pontelli, ebbe inizio una fase di rinnovamento artistico per Roma, il cui fiore all'occhiello è, nel campo della pittura, la decorazione della Cappella Sistina, in Vaticano, affidata, oltre che alla bottega umbra del Perugino, ai toscani S. Botticelli, D. Ghirlandaio, L. Signorelli e C. Rosselli, e completata da Michelangelo nel secolo successivo. Gli ultimi due decenni del sec. XV videro la presenza a Roma di vari artisti, dal Mantegna al Pinturicchio, da Antonio e Piero Benci, detti entrambi il Pollaiolo, a F. Lippi, e l'emergere di due pittori di formazione locale, come A. Romano e il Pastura. Nell'architettura di questo periodo ebbero un grande rilievo le fortezze, il cui prototipo è individuato nel castello di Ostia Antica del Pontelli e tra cui si segnalano la rocca di Civita Castellana e il Forte Borgiano di Nettuno, entrambi di Antonio da Sangallo il Vecchio; le fortificazioni dell'abbazia di Grottaferrata, opera di Giuliano da Sangallo e di B. Pontelli; il castello di Collalto Sabino e la rocca di Nepi.Nei primi decenni del Cinquecento Roma acquistò un eccezionale prestigio artistico e un ruolo preminente nella definizione dell'arte rinascimentale grazie alla presenza di maestri quali Bramante (basilica di San Pietro, ultimata nel secolo successivo con la facciata di C. Maderno e il colonnato berniniano; chiostro di Santa Maria della Pace; tempietto di San Pietro in Montorio; inizio della costruzione del forte di Civitavecchia, proseguito da Antonio da Sangallo il Giovane e in seguito da Michelangelo), Raffaello (1509, ciclo di affreschi nelle stanze del Vaticano destinate ad abitazione privata del papa, ultimati nel 1520 dai suoi allievi, tra cui primeggiano G. Romano, Perin del Vaga e G. F. Penni), Michelangelo (monumento funebre di Giulio II; volta della Cappella Sistina, 1509-12; affresco del Giudizio Universale, 1536-41; trasformazione delle terme di Diocleziano nella grandiosa basilica di Santa Maria degli Angeli), richiamati dal mecenatismo di pontefici (Giulio II, Leone X, Paolo III, Sisto V) e di mercanti o di banchieri (Agostino Chigi). Con questi artisti, ma soprattutto con Michelangelo, si affermò a Roma e nel Lazio (in pittura, architettura e scultura) il manierismo, che si diffuse in tutta Europa anche in seguito alla fuga degli artisti dalla città con il sacco del 1527. Intorno alla metà del sec. XVI emersero il Sermoneta e S. Pulzone, che riflette nei suoi dipinti lo spirito della Controriforma, accordando le arti figurative alle disposizioni emanate dal Concilio di Trento. Prototipo di questo nuovo orientamento artistico fu la chiesa del Gesù, a Roma, progettata dal Vignola (1568) e completata da G. Della Porta, alla cui decorazione parteciparono, oltre a Pulzone, F. Zuccari, G. Celio e G. Muziano. Al Vignola, che dominò l'architettura della seconda metà del sec. XVI, con edifici dalle linee limpide e dalle eleganti proporzioni volumetriche, si affiancò l'opera dei fiorentini B. Ammannati e G. Vasari, i quali lavorarono alla realizzazione di Villa Giulia (1550-55) che, affrescata sotto la direzione dei fratelli Taddeo e Federico Zuccari, si presenta come una splendida antologia del manierismo internazionale. Una delle più famose ville del Cinquecento, Villa d'Este, fu costruita (dopo il 1550) da P. Ligorio a Tivoli, con un sistema di terrazzamenti, ornati da fontane con suggestivi giochi d'acqua. Sotto il pontificato di Sisto V fu attivo l'architetto D. Fontana, dotato si straordinarie capacità tecniche, il quale con G. Della Porta, C. Maderno ed esponenti della famiglia Longhi costituì l'équipe degli architetti lombardi e ticinesi attivi nel Lazio. Fu nell'ultimo decennio del sec. XVI e nei primi anni del successivo che, a opera di artisti in gran parte di provenienza non romana, si manifestarono i primi segni di rottura nei confronti del manierismo, di cui l'ultima grandiosa realizzazione fu il transetto lateranense decorato intorno al 1600 dal Cavalier d'Arpino, da C. Roncalli e da G. Baglione. Ma i principali artefici di questa reazione alla “maniera” furono A. Carracci e Caravaggio, il quale, giunto a Roma nel 1590, sconvolse i tradizionali canoni di rappresentazione dei soggetti sacri, mettendo in evidenza il carattere popolaresco dei personaggi scelti come modelli e lasciando trasparire gli aspetti anche brutali dell'accadere dell'evento sacro. Alla sua morte i suoi imitatori (i “caravaggeschi”), tra cui Gherardo delle Notti, O. Gentileschi e B. Cavarozzi, attivi nel Lazio, svilupparono soltanto alcuni dei motivi presenti nella sua opera. Al bolognese A. Carracci si devono gli affreschi della volta della Galleria di palazzo Farnese, che rappresentano un altro momento capitale della pittura del secolo. Nella cerchia del Carracci emersero il Domenichino, G. Reni e F. Albani, i quali elaborarono un nuovo classicismo, ispirato agli esempi raffaelleschi e venato di un naturalismo idealizzato, che si riflette nella Cappella Paolina, in Santa Maria Maggiore (1605-21). Subirono il loro influsso anche il Guercino e G. Lanfranco, attivi in questo periodo nella capitale.Dal 1630 si affermò a Roma e nel Lazio il barocco, legato al soggiorno romano di Rubens e agli influssi del Carracci, la cui ricchezza di soluzioni artistiche, se da una parte fu alle origini del movimento classicista a Roma, dall'altra offrì spunti che furono elaborati dalla pittura barocca, che diede vita a uno stile esuberante e fantasioso. I maggiori esponenti del barocco romano furono F. Borromini (baldacchino della basilica di San Pietro; palazzo Barberini; chiese di San Carlo alle Quattro Fontane e di Sant'Agnese in Agone, a piazza Navona), G. L. Bernini (tra i cui capolavori, oltre al colonnato di San Pietro e al progetto della sistemazione urbanistica di piazza Navona, vanno ricordati quattro gruppi scultorei: Enea e Anchise, Ratto di Proserpina, David, Apollo e Dafne, eseguiti tra il 1618 e il 1625 per il cardinale Scipione Borghese ed esposti nella Galleria di Villa Borghese), Pietro da Cortona, e, nella seconda metà del Seicento, G. B. Gaulli, detto il Baciccia. Fu la Chiesa, nella personalità del pontefice, della sua famiglia e della sua cerchia, a rappresentare ancora la maggiore fonte di committenza, ma si andò affermando una cerchia di collezionisti che favorì il diffondersi di generi rimasti fino ad allora sconosciuti all'ambiente romano, come la natura morta (G. Dughet), il paesaggio (Paolo e Matteo Brill) e la “bambocciata” o scena di vita popolare (P. van Laer e M. Cerquozzi).Contemporaneamente all'affermarsi del barocco si sviluppò un classicismo differente da quello della cerchia carraccesca, che riaffermò però l'esigenza della chiarezza spaziale e che oppose la sobrietà all'esuberanza barocca. Protagonisti di questa nuovo sentire furono gli scultori A. Algardi e Duquesnoy, i pittori N. Poussin e A. Sacchi e, nella seconda metà del secolo, C. Maratta, capo di una scuola attiva anche nel Settecento, che, rimeditando la lezione raffaellesca e connotandola di toni barocchi, condizionò gli artisti del rococò romano o barocchetto, movimento che non ebbe qui quei caratteri di capriccio portato agli estremi, evidenti altrove. Nel Seicento operarono anche alcuni artisti “minori”, che offrirono spesso una versione più attenuata del linguaggio dei maestri, più adatta alla divulgazione nelle aree periferiche della regione. Tra questi vanno annoverati il viterbese G. F. Romanelli, che fu chiamato a lavorare anche a Parigi, F. Cozza, allievo del Domenichino, e gli architetti C. Rainaldi e C. Fontana. Nel sec. XVIII fu S. Conca a staccarsi dal gusto tardobarocco di impronta marattesca e ad avvicinarsi al rococò (affreschi della chiesa di Santa Cecilia in Trastevere), ma soltanto C. Giaquinto, allievo del Solimena, fu il maggiore o addirittura il solo esponente di questa corrente a Roma (affreschi della cappella di Sant'Elena nella chiesa di Santa Croce in Gerusalemme; affreschi della chiesa della Trinità, a via Condotti, e della parrocchiale dell'Assunta, a Rocca di Papa). Tra i pittori, nella prima metà del Settecento, emerse M. Benefial (Natività per la chiesa del Bambin Gesù, a Roma, 1736; Trasfigurazione del duomo di Vetralla; serie delle Storie di San Lorenzo, nel duomo di Viterbo, 1727, in parte perdute), riscoperto dalla critica e considerato un anticipatore, con la sua pittura “veridica”, di alcune delle esigenze che troveranno pieno sviluppo soltanto nell'Ottocento. Nella prima metà del sec. XVIII interpreti sensibili dell'eredità di Bernini e di Borromini furono: G. Valvassori, F. Raguzzini, F. De Sanctis (artefice della scalinata di Trinità dei Monti a piazza di Spagna) e G. Sardi. Nella seconda metà del sec. XVIII, periodo in cui va segnalata la presenza a Roma, dal 1740 al 1778, dell'incisore e architetto veneziano G. B. Piranesi, vi fu una vera e propria riscoperta dell'antichità, con una sempre più evidente insofferenza per le bizzarrie irrazionali del barocco e del rococò, dovuta alla diffusione delle idee illuministiche e alla mitizzazione del mondo classico greco e romano come età del predominio della ragione e, di conseguenza, della grazia e dell'equilibrio. Nell'ambito del neoclassicismo, in cui ebbe un ruolo di primo piano l'Accademia di Francia e che si affermò pienamente nell'Ottocento, spiccano le figure di A. Canova (a Roma dal 1779-87 e poi dal 1800), scultore ufficiale di Napoleone, e l'architetto e urbanista G. Valadier, al quale si deve, tra l'altro, la sistemazione di piazza del Popolo. Le vicende politiche del declinante potere pontificio, a partire dal primo ventennio del sec. XIX, pesarono gravemente sul clima, culturalmente chiuso, della Roma del tempo, che, conclusa l'esperienza neoclassica e la parentesi dei “nazareni” (J. F. Overbeckõ, P. Cornelius, J. G. Schadow, che proposero come modello, in polemica con l'estetica neoclassica, l'arte del Quattrocento e del primo Cinquecento) e del purismo di T. Minardi, rimase esclusa dall'ambito europeo, che vide in quegli anni l'affermarsi della grande pittura romantica e realista. L'unica eccezione fu l'opera di N. Costa, che condivise con i macchiaioli romani e la Scuola di Posillipo l'esigenza di una pittura basata sull'osservazione diretta della natura.Con l'annessione di Roma e del Lazio al Regno d'Italia (1870) e lo spostamento della capitale a Roma seguì un'intensa attività urbanistica (edificazione di sedi per i ministeri e di nuovi quartieri abitativi). Lo stile architettonico predominante, definito come “eclettico”, si servì di esempi quattro-cinquecenteschi arricchiti da gruppi scultorei di tipo barocco. Rappresentativi di questo gusto furono: P. Piacentini (palazzo delle Esposizioni, 1878-82), G. Calderini (palazzo di Giustizia, 1888-1910) e A. Canevari, seguiti da L. Carimini (palazzo Brancaccio, 1884-96) e G. Koch (sistemazione di piazza Esedra). Reminiscenze classiche, invece, caratterizzano il celebre monumento a Vittorio Emanuele II (Vittoriano), costruito fra il 1885 e il 1911 su progetto di G. Sacconi. Con il palermitano E. Basile e con il milanese G. Sommaruga si affermò, a Roma, lo stile liberty, diffuso fino agli anni Venti del Novecento con l'opera di G. Coppedè, che vi aggiunse motivi dell'Art Nouveau. Con M. Piacentini si definì lo stile prevalente dell'architettura ufficiale del regime fascista, che realizzò un compromesso tra l'architettura razionalista e la conservazione della tradizione, come si manifesta, per esempio, negli edifici monumentali dell'EUR (1938-42) e nella Città Universitaria (1932-35), dove operò, tra gli altri, G. Pagano, uno degli esponenti, insieme con A. Libera, del razionalismo italiano.Nuove città vennero create dal regime fascista in seguito alla bonifica dell'Agro Pontino, dove l'esempio più riuscito è Sabaudia (1933-34), progettata da G. Cancellotti, E. Montuori, L. Piccinato e A. Scalpelli, e ideata come centro amministrativo e commerciale di un vasto territorio agricolo organizzato. Sul suo modello sorsero Pontinia, Guidonia, Aprilia, completamente distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, Pomezia e Latina.Tra il 1928 e il 1945 si sviluppò a Roma un movimento artistico definito Scuola Romana (Scipione, M. Mafai, A. Raphael), che ruppe decisamente con il clima culturale del Novecento ed ebbe vari epigoni, tra cui i pittori G. Capogrossi, F. Pirandello e O. Tamburi, e gli scultori Leoncillo, M. Mazzacurati e P. Fazzini. A questo movimento furono legati alcuni artisti contemporanei come R. Guttuso e A. Ziveri. Verso la metà degli anni Cinquanta anche a Roma i tempi furono maturi per l'attuarsi di esperienze di quell'arte informale (dall'action painting americana, alle pitture cosiddette “di segno” e “di materia”) manifestatasi negli Stati Uniti e in Europa nel corso degli anni Quaranta e Cinquanta. I massimi esponenti di questa corrente a Roma furono Leoncillo, A. Burri e Capogrossi. In campo architettonico, gli anni della ricostruzione postbellica videro la periferia romana al centro dello sviluppo di un nuovo linguaggio definito “neorealista” in analogia con quello cinematografico. Il primo Piano INA-Casa per l'edilizia economica e popolare (1949-55), il quartiere Tiburtino (1950-54, di M. Ridolfi e L. Quaroni, tra gli altri) e quello al Valco San Paolo (1950-52, di S. Muratori e M. De Renzi) furono i primi a essere realizzati secondo i nuovi dettami. Accanto allo sviluppo diffuso del tessuto edilizio, due furono i grandi interventi degni di nota in quel periodo: il mausoleo delle Fosse Ardeatine (1944-49, di N. Aprile, G. Calcaprina, A. Cardelli, M. Fiorentino e G. Perugini) e la nuova testata della Stazione Termini (1948-50, di E. Montuori, L. Calini, A. Vitellozzi, M. Castellazzi, V. Fadigati e A. Pintonello). Alla fine degli anni Quaranta fu la palazzina romana, tipologia rappresentativa della nuova classe emergente borghese, a diventare la più interessante palestra di sperimentazione dell'architettura; tale rimase per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, con l'unica eccezione degli interventi, di più ampio respiro, progettati per le Olimpiadi del 1960, tra cui il complesso firmato da P. Nervi (Palazzetto dello Sport al Flaminio, 1956-58; lo Stadio Flaminio, 1957-59; il Palazzo dello Sport all'EUR, 1956-60). Con lo straordinario sviluppo economico degli anni Sessanta, l'architettura divenne espressione di avanguardia e campo privilegiato di ricerca. A Roma, il magazzino della Rinascente a piazza Fiume (1957-61) di F. Albini e F. Helg rimane uno dei migliori esempi d'inserimento del nuovo nel tessuto storico della città. Negli anni Ottanta vi fu una riscoperta dello storicismo, che si manifestò sia attraverso la corrente del postmodernismo (notevole l'opera di P. Portoghesi e del gruppo GRAU), sia attraverso un rinnovato interesse per i contesti storici e per le operazioni di restauro e ristrutturazione urbana. Emblematica è la Moschea di Roma (1975-93) progettata da P. Portoghesi e V. Gigliotti innestando le forme della tradizione islamica negli stilemi della Roma barocca. Solo negli anni Novanta l'architettura cominciò a tornare in primo piano nel rinnovamento di Roma, sia con il completamento dell'Auditorium (1993-2002) di R. Piano sia con l'avvio di importanti cantieri che hanno coinvolto, per la prima volta, anche protagonisti dell'architettura internazionale come l'americano R. Meier (Centro Parrocchiale a Tor Tre Teste, 1998-2003; Museo dell'Ara Pacis, 1996), l'anglo-iraniana Zaha M. Hadid (Centro per le Arti Contemporanee, 1998) e la francese O. Decq (ampliamento della Galleria Comunale d'Arte Moderna, 2000).

Cultura: generalità

La regione, che ha come fulcro la capitale dello Stato Italiano, presenta un insieme di mondi assai diversi sotto ogni aspetto e spesso offuscati dall'importanza dominante di Roma. Il Viterbese è la terra degli Etruschi e presenta legami molto stretti con la confinante Toscana. Il Reatino è storicamente e culturalmente legato all'Umbria. Il Frusinate vive di apporti sia abruzzesi sia campani. L'Agro Pontino è terra “nuova”, essendo le bonifiche terminate nel secondo dopoguerra. Nel Basso Lazio le vicende artistiche e culturali sono permeate di influssi campani. Difficile risulta individuare una vera e propria identità laziale, e non si può certo affermare che Roma la riassuma in sé. Il ruolo della capitale oltre a essere al centro della vita politica, lo è anche in ogni aspetto del sapere, del costume, dello spettacolo e, più in generale, dell'arte. Ne sono testimonianza le numerose università che nel sec. XX si sono affiancate allo storico Ateneo “La Sapienza”; gli istituti di cultura stranieri, dove studenti da ogni angolo del mondo vengono a completare la propria formazione; le biblioteche nazionali e specializzate, fondamentali per gli studiosi della cultura italiana; gli studi di Cinecittà; le manifestazioni culturali; l'Accademia Musicale di Santa Cecilia; il calendario teatrale; la moda; le competizioni sportive. Le altre realtà provinciali incontrano notevoli difficoltà a proporsi come alternative alla capitale: lo dimostra il fatto che esistano corsi di laurea solo a Viterbo (Università della Tuscia) e a Cassino (Frusinate); importante è però, a Frascati, l'Istituto di fisica nucleare. Notevole il numero dei beni regionali dichiarati dall'UNESCO patrimonio dell'umanità: tutto il centro storico di Roma, assieme alle proprietà extraterritoriali della Santa Sede (Palazzo della Cancelleria e annessa basilica di San Damaso, ospedale del Bambino Gesù, le basiliche patriarcali) e alla basilica di San Paolo fuori le Mura (dal 1980); villa Adriana (dal 1999) e Villa d'Este (dal 2001) a Tivoli; le necropoli etrusche di Cerveteri e Tarquinia (dal 2004).

Cultura: letteratura popolare

La letteratura popolare, nelle forme della poesia amorosa (stornelli, rispetti e strambotti) o religiosa (dalle agiografie di santi come Alessio, Antonio, Barbara e Caterina, alle preghiere di invocazione e di scongiuro, ai canti di Quaresima), vanta una solida tradizione nell'intera regione, ma soprattutto in Sabina, nelle zone di Tivoli, di Subiaco e dei Castelli Romani, e in Ciociaria (dove dei canti popolari si ha una ricca trascrizione curata da L. Colacicchi nel 1936). Competizioni di poeti a braccio richiamano ancora abilissimi improvvisatori di rime in occasione di feste e ricorrenze a Tolfa e ad Allumiere, così come ad Accumoli e ad Amatrice nella Sabina. E ancora in uso sono nella stessa Roma le cosiddette “pasquinate”; è questo il modo in cui si definiscono nella capitale semplici invettive o epigrammi (Pasquino era il nome di una statua antica sulla quale, a partire dal sec. XVI, si appendevano biglietti con accuse e attacchi ai potenti). Una singolare forma di sacra rappresentazione viene invece riproposta annualmente a fine luglio nei Misteri di Bolsena, animata ricostruzione in quadri viventi di scene del martirio di Santa Cristina.

Cultura: tradizioni

Dal mosaico di culture che lo contraddistingue il Lazio trae tradizioni, usi, costumi e dialetti inevitabilmente diversi. La regione vanta uno dei calendari più fitti di feste di tutto il Paese e a sostenere, conservare e organizzare le manifestazioni contribuiscono in misura rilevante le varie confraternite. Fra le tante celebrazioni legate al Carnevale, per la loro particolarità ricordiamo quelle che si svolgono a Ronciglione e a Poggio Mirteto. Di carattere anche storico, oltre che carnevalesco, è la festa della “radeca” a Frosinone (martedì grasso), che rievoca la cacciata delle truppe d'occupazione francesi. Antica e singolare è poi la manifestazione chiamata Pranzo del Purgatorio, che si svolge a Gradoli il giorno delle Ceneri. Culti e riti arcaici di origine agreste sono alla base della maggior parte degli eventi regionali, anche se spesso si sovrappongono a ricorrenze religiose. Essi si rinnovano nelle svariate celebrazioni di primavera ed estive (Barabbata a Marta, Sposalizio dell'Albero a Vetralla, Offerta del Covone a Minturno, Cantamesse a Ceprano); nelle tantissime sagre del vino e dell'uva tipiche dei Castelli Romani (famosa quella di Marino), o ancora nelle feste dei Canestri a Civitella San Paolo, delle Cerase a Palombara Sabina, della Panarda a Villa Santo Stefano e nelle numerose infiorate, in genere realizzate in occasione del Corpus Domini. Tra le più note e spettacolari si segnalano quelle organizzate a Bolsena, a Poggio Moiano, a Genzano (uno dei Castelli Romani) e ad Acquapendente, dove la Festa dei Pugnaloni (un tempo i pungoli dei contadini ricoperti di fiori) porta alla creazione di pannelli floreali di grande valenza artistica. Particolarmente ricco è anche il calendario delle feste sacre, dedicate soprattutto alla Madonna, ai santi patroni, ai riti della Settimana Santa e celebrate con processioni e pellegrinaggi (solo per ricordarne qualcuna si citano: la festa di Santa Cristina a Bolsena, quella di Santa Firmina a Civitavecchia, la festa di San Giuseppe a Itri, di San Lorenzo ad Amaseno, la festa della Madonna del Canneto a Settefrati, la festa dell'Assunta con inchinata a Tivoli, la processione del Cristo morto a Priverno, quella del Cristo risorto a Tarquinia, la Macchina di Santa Rosa a Viterbo). Tra i pellegrinaggi, i più noti sono quelli che hanno per meta i luoghi francescani del Reatino. Molto sentito è poi il pellegrinaggio al santuario della Santissima Trinità (a 1337 m sulle pendici orientali del monte Autore), che si conclude, dopo una lunghissima marcia, con il “pianto delle zitelle”. Quasi del tutto abbandonate sono sia le danze popolari (sopravvivono solo in Ciociaria), fra le quali primeggiava il saltarello, sia i costumi tradizionali, fra cui quello tipico del Frusinate, caratterizzato dalle celebri ciocie (si tratta di calzature in pelle di pecora), da cui la Ciociaria ha preso nome. Ricostruzioni di scene popolari romane a grandezza naturale, con abiti fedelmente riprodotti, e ripresi in genere dalle incisioni e stampe ottocentesche, sono comunque osservabili presso il Museo del folclore e dei poeti romaneschi, a Trastevere (Roma). Le province del Lazio primeggiano, invece, per quanto riguarda l'artigianato, un tempo assai vivo anche nella capitale, ma oggi fortemente in declino. Nel Viterbese e nel Frusinate continua la produzione di ceramiche: ne è una dimostrazione Pontecorvo, centro ancora noto per la produzione della cannata (anfora usata per il trasporto dell'acqua). Nel Reatino si lavora il rame; oltre che a Roma e dintorni, laboratori di oreficeria si trovano anche in tutte le altre province; nel Frusinate artigiani producono ancora pifferi, zampogne e ciaramelle; nell'Agro Pontino si creano merletti; a Tolfa si conciano pelli per borse e stivali. Tra i simboli più autentici della cultura materiale del Lazio si ricorda l'arca, cioè la madia usata sia per la preparazione del pane sia per la conservazione di farina, pane, cibo ecc. Il mosaico di culture che contraddistingue la regione è rappresentato anche dai numerosi esempi architettonici: casali in tufo isolati punteggiano il Viterbese, case coloniche segnano l'Agro Romano e l'Agro Pontino, mentre retaggio del passaggio degli Arabi sono, lungo la costa attorno a Gaeta e sulle isole Ponziane, le case quadrate coperte a cupola e imbiancate a calce.

Cultura: enogastronomia

Il composito panorama laziale è attestato anche dalla cucina regionale. La cucina romana nasce infatti dalla fusione di elementi toscani, abruzzesi, ciociari e campani, e vanta svariati piatti tipici. Tra i primi, celebri sono le fettuccine alla romana, i rigatoni con la pajata e ancora, gli spaghetti all'amatriciana, alla carbonara, a cacio e pepe, con alici. La cucina del Viterbese presenta ricette comuni alla Toscana meridionale (acquacotta); nel Reatino le specialità sono di ascendenza sia umbra sia marchigiana (stracci di Antrodoco); nell'Agro Pontino la verdura è materia prima di sughi e contorni. Altrettanto famoso è l'abbacchio, preparato alla cacciatora o “a scottadito”. Tra i prodotti gastronomici del territorio laziale, impossibile non citare la porchetta, aromatizzata in diversi modi: le due scuole principali sono quella di Vallerano, sui monti Cimini, e quella di Ariccia, nella zona dei Castelli Romani. Tipici del Lazio sono anche i saltimbocca, la coda di manzo alla vaccinara e i carciofi alla Giudia. I formaggi, prevalentemente basati sull'impiego del latte di pecora, hanno specialità notissime: la ricotta romana (oggi preparata anche con latte vaccino), la provatura, la mozzarella di bufala e il pecorino. Particolarità della regione è poi la nocciola detta dei Cimini, a basso contenuto di grassi, diffusa nella zona del lago di Vico. Nel comparto enologico, tradizionalmente noti sono i vini dei Castelli e il leggendario est est est di Montefiascone; ma da citare fra gli altri vini DOC sono anche l'aleatico di Gradoli, il bianco capena Castelli Romani, il cerveteri, il Colli Albani, il cori, il frascati, l'orvieto e il velletri. Tra i prodotti DOP figurano il formaggio pecorino romano e gli oli di oliva canino e sabina, mentre il marchio IGP è stato riconosciuto al pane casereccio di Genzano.

Bibliografia

Per la geografia

M. R. Prete, M. Fondi, La casa rurale nel Lazio settentrionale e nell'Agro Romano, Firenze, 1957; R. Almagià, Lazio, Torino, 1966; Autori Vari, Coste d'Italia dal Gargano al Tevere, Milano, 1967; Autori Vari, Coste d'Italia dal Tevere a Ventimiglia, Milano, 1971; M. D'Erme, G. Mariani, Pianificazione territoriale del Lazio, Roma, 1987.

Per la preistoria

P. G. Gierow, The Iron Age Culture of Latium, Lund, 1964-66; Autori Vari, Civiltà del Lazio primitivo, Roma, 1976; A. P. Anzidei, A. M. Bietti Sestieri, A. De Santis, Roma e il Lazio dall'età della pietra alla fondazione della città. I dati archeologici, Roma, 1985.

Per l'archeologia

P. Giannini, Centri etruschi e romani del Viterbese, Viterbo, 1970; R. Bloch, Recherches en territoire volsinien de la protohistoire à la civilisation étrusque, Parigi, 1972; G. M. De Rossi, Lazio Meridionale, Roma, 1980; R. A. Staccioli, Lazio Settentrionale, Roma, 1983; F. Coarelli, I santuari del Lazio in età repubblicana, Roma, 1987.

Per il folclore

E. Metalli, Usi e costumi nella campagna romana, Roma, 1953; R. Trinchieri, Vita di pastori nella campagna romana, Roma, 1953.

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