Questo sito contribuisce alla audience di

Lang, Fritz

regista cinematografico austriaco (Vienna 1890-Los Angeles 1976). Tra i maestri del cinema, ha lasciato la sua forte impronta sia in Germania dagli anni Venti fino all'avvento di Hitler, sia a Hollywood dal 1936 al 1956. Nel periodo tedesco, passando dall'espressionismo al realismo, guardò all'anima lacerata della nazione con le metafore Der müde Tod o Destino (1921) e Il dottor Mabuse (1922), al risorgere dei suoi miti primordiali con le architetture premonitrici, sinistre quanto profetiche, di I Nibelunghi (1923-24) e di Metropolis (1926) e, dopo alcuni intermezzi polizieschi e fantascientifici, al mostro e all'ambiguità della giustizia col capolavoro M (1931) che doveva intitolarsi Gli assassini sono tra noi, tema adombrato anche nel Testamento del dottor Mabuse (1933). Dopo un soggiorno in Francia (Liliom, 1933), mentre la moglie e sua soggettista Thea von Harbou (Tauperlitz, Baviera, 1888-Berlino 1954) optava per i nazisti, in ciò significando quale distanza potesse esserci fra i temi da lei forniti e il timbro trasfiguratore della regia, Lang si presentò a Hollywood nella sua forma migliore con Furia (1936) e Sono innocente! (1937) in cui prendeva le difese dei cosiddetti colpevoli, vittime invece di una società barbara e violenta. Costretto in seguito ad adattarsi ai generi tradizionali di quella cinematografia, offrì comunque in Anche i boia muoiono (1943), su testo di B. Brecht, un notevole pamphlet antinazista e in una serie di “gialli” psicologici o d'azione (La donna del ritratto, 1944; Strada scarlatta, 1945; Il grande caldo, 1953; Mentre la città dorme e L'alibi era perfetto, 1956) un suo contributo di linguaggio nel taglio delle luci, del ritmo, degli ambienti e delle tipologie. Rientrato in Germania nel 1958, riprese nostalgicamente un dittico esotico-avventuroso già da lui sceneggiato agli esordi (La tigre di Eschnapur, 1958, e Il sepolcro indiano, 1959) e nel 1960 si concesse un terzo Mabuse (Il diabolico dottor Mabuse). Accettò infine di comparire come attore, nel ruolo di se stesso, in un film di uno dei suoi maggiori ammiratori francesi: Il disprezzo (1963) di J.-L. Godard.

Bibliografia

C. Kracauer, Cinema tedesco (1918-1933), Milano, 1954; J. Domarchi, J. Rivette, Entretien avec Fritz Lang, in “Cahiers du Cinéma”, 99, Parigi, 1959; F. Savio, Cinema di Weimar: L'opera di Fritz Lang, in Visione privata, Roma, 1972; U. Barbaro, Il cinema tedesco, Roma, 1973; P. Bestetto, Fritz Lang: Metropolis, Torino, 1990.

Media

Fritz Lang.Fritz Lang.Fritz Lang.