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Lucìlio, Gàio

(latino Gaíus Lucilíus), poeta satirico latino (Sessa Aurunca ca. 180-Napoli ca. 102 a. C.). Di famiglia facoltosa, dopo il 160 si trasferì a Roma, dove strinse amicizia con le maggiori personalità della politica e della cultura. Fu intimo di Scipione Emiliano, partecipò al suo circolo e militò con lui in Spagna, all'assedio di Numanzia, nel 134-133. Al suo ritorno a Roma, iniziò la sua opera poetica e accrebbe il numero dei suoi amici come dei suoi nemici (tra questi soprattutto notevoli Metello Macedonico e Mucio Scevola Augure). Nel 105 si ritirò a Napoli. La sua produzione poetica comprendeva 30 libri di satire, che furono raggruppate più tardi non secondo l'ordine cronologico della loro composizione, ma secondo l'evoluzione dei metri: così i libri 26-30 furono i primi a essere composti e pubblicati in un volume, verso il 124 a. C., con metrica varia; i libri 1-21 furono invece pubblicati in un secondo volume verso il 106 a. C., in esametri, e i libri 22-25 più tardi. Di tutta l'opera rimangono solamente ca. 1300 versi, dai quali esce il ritratto di un uomo di grande apertura mentale, che osserva e critica la società romana, nel momento delle sue grandi conquiste in tutto il Mediterraneo, per gli eccessi dell'avidità, della ricchezza, degli scompensi tra le classi sociali. Il suo è l'atteggiamento liberale del circolo scipionico, con quel tanto di conservatorismo che è inevitabilmente proprio di ogni poeta satirico. Questi interessi moralistici prevalgono in Lucilio sulla cura artistica: egli non si preoccupa molto dell'eleganza formale dell'esposizione e in versi esprime anche polemiche letterarie, appunti di viaggio, lettere ad amici, nozioni di linguistica. I giudizi dei successori furono quindi assai vari: si apprezzò da alcuni la sua forza nel fustigare e denunciare i vizi della città, la sua cultura, la sua franchezza, il suo spirito; altri, come Orazio, ne criticarono soprattutto lo stile informe, poco elegante. Ma bisogna ricordare che Lucilio inaugurò un genere letterario nuovo a Roma, dando tono satirico a quel componimento poetico molto diverso che era stata fino ad allora la satura romana.

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