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Lucrèzio Caro, Tito

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Biografia

(latino Titus Lucretíus Carus), poeta latino (sec. I a. C.). Pochissimo si sa della sua vita. Le notizie che ci ha trasmesso soprattutto San Girolamo sono dubbie e in contraddizione con altre. Secondo Girolamo, Lucrezio sarebbe nato nel 94 e morto nel quarantaquattresimo anno di età, quindi nel 51 o 50; ma Donato nella sua Vita di Virgilio lo fa morire nel 55; e da una lettera di Cicerone al fratello si può desumere che nel 54 Lucrezio era già morto. Se dunque l'età che gli attribuisce Girolamo è esatta, la nascita andrebbe anticipata al 99. Si vuole da alcuni che nascesse a Napoli, centro della filosofia epicurea in Italia. Fu certamente amico di Gaio Memmio, uomo politico e patrono di poeti quali Catullo e Cinna: a lui è infatti dedicata la sua unica opera, il De rerum natura. Secondo San Girolamo, Lucrezio avrebbe composto il poema negli intervalli di lucidità che gli lasciava un filtro d'amore da lui usato, e si sarebbe alla fine suicidato.

Opere: De rerum natura

Il poema , non rivisto, fu poi pubblicato postumo a cura di Cicerone. Si divide in 6 libri di ca. 7500 versi e mira a esporre le teorie epicuree sulla costituzione dell'universo, sulla natura dell'uomo, sui fenomeni terrestri e celesti, per liberare l'umanità dai terrori degli interventi degli dei nel mondo e della sopravvivenza nell'aldilà: il mondo è invece retto dalle leggi meccaniche della natura e l'anima è mortale, perché costituita anch'essa di materia. Tutta l'opera è pervasa da un entusiasmo ribadito di continuo, che la distingue da ogni altro poema meramente didascalico, contrasta col tono pessimistico di molte parti e ne costituisce l'elemento animatore e poeticamente più valido. Lucrezio si dichiara prima di tutto filosofo e il suo primo proposito è quello di convincere Memmio, come ogni altro uomo, della verità e provvidenzialità del suo pensiero. Epicuro fu un benefattore dell'umanità: il suo materialismo atomistico, attinto da Leucippo e da Democrito, e la dimostrazione che gli dei non si occupano delle vicende umane, hanno dissipato l'ignoranza e la superstizione, con i danni che esse arrecavano all'umanità. Ma Lucrezio è anche cosciente delle sofferenze umane, della violenza delle forze naturali, della malvagità degli istinti; come poeta ha una sensibilità delicata, oltreché una potente fantasia. Accanto all'esaltazione per la verità filosofica, alle descrizioni poderose degli spettacoli naturali, ha momenti di tenerezza per i bimbi, per gli animali, per le bellezze del creato. Riesce in tal modo a trattare poeticamente una materia del tutto refrattaria e che lo costringe spesso a creare anche nuove parole e un nuovo linguaggio. Il suo stile rude, il suo esametro ancora faticato, tendono al grandioso, al potente, al sonoro; anche la lingua arcaicizzante, le allitterazioni, le assonanze, comunicano solennità ed efficacia al poema. L'artista ha coscienza di muoversi in un mondo poetico solitario e di essere investito di una missione; quindi il tono della sua parlata è costantemente serio e austero. Ormai a ridosso della poesia augustea, Lucrezio sceglie a modello piuttosto Ennio che la poesia didattica alessandrina. Virgilio lo ammirò grandemente, a giudicare dagli echi lucreziani presenti nella sua poesia, e alte sono le sue lodi in Ovidio; Cicerone, come si è visto, se ne fece editore. I cristiani invece lo disprezzarono per il suo ateismo. Oggi gli studi lucreziani sono quanto mai attivi e il De rerum natura conosce un meritato favore.

Bibliografia

A. Rostagni, Ricerche di biografia lucreziana, in Scritti minori, vol. II, Torino, 1956; E. Paratore, L'epicureismo e la sua diffusione nel mondo latino, Roma, 1960; P. Boyancé, Lucrèce et l'épicureisme, Parigi, 1963.