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Luigi XIV

re di Francia, detto il Grande o il Re Sole (Saint-Germain-en-Laye 1638-Versailles 1715). Re dall'età di cinque anni sotto la reggenza della madre, regnò per settantadue anni. Figlioccio di Mazzarino, ebbe in lui un altissimo maestro di politica. “Un ministro che mi amava, che amavo, che mi aveva reso grandi servigi” scrisse di lui, e fino a che visse Mazzarino il sovrano rimase in disparte. Dichiarato maggiorenne all'età di quattordici anni, quando imperversavano le due Fronde, Luigi XIV assunse le redini dello Stato nel 1661, con la famosa dichiarazione in cui affermava che da quel momento in avanti nulla si sarebbe fatto in Francia senza il suo consenso e senza i suoi ordini, sintetizzata nella frase “l'état c'est moi”, che forse non pronunciò mai. La Francia, che aveva tollerato Richelieu, il suo maggior statista, e odiato Mazzarino, il suo più abile diplomatico, si trovava ora di fronte a un monarca assoluto che si accingeva a mettere in pratica gli ultimi consigli dello stesso Mazzarino: sostegno della Chiesa e dei privilegi, appoggio alla nobiltà, onore alla magistratura (da mantenere entro i limiti del dovere), assolutismo del re, soppressione della carica di primo ministro. Uomo di media intelligenza, ma risoluto e di spirito analitico, Luigi XIV non prese mai una decisione senza prima aver ascoltato i suoi consiglieri. Ebbe moltissime relazioni, fra cui quelle con le nipoti di Mazzarino, Olimpia e Maria, con M.me de La Vallière, con M.me de Montespan e con M.me de Maintenon, che sposò morganaticamente (1684) dopo la morte della regina. Generò una dozzina di bastardi, che legittimò, così come insediò ufficialmente a corte le sue amanti. Iniziò i lavori con l'équipe ministeriale che Mazzarino gli aveva preparato (Fouquet, Lionne, Le Tellier) e instaurò la monarchia assoluta. Nel 1661 la nascita del Delfino (due anni dopo il matrimonio con Maria Teresa, figlia di Filippo IV di Spagna, celebrato successivamente alla firma della Pace dei Pirenei) fu motivo di un celebre carosello e il re scelse come emblema il Sole, considerandolo come l'immagine più viva e più bella di un grande monarca. L'appellativo di Re Sole gli rimase per sempre. Nel 1665 a Fouquet sostituì Colbert, come controllore generale delle Finanze, e a Le Tellier l'anno dopo succedette il figlio, il marchese di Louvois, come ministro della Guerra. Il bisogno di grandezza gli suggerì di far costruire Versailles (contro il parere di Colbert). La corte, cento persone o poco più, nel giro di vent'anni raccolse diecimila persone. A Versailles accorsero artisti, poeti, scrittori, una fioritura che non ebbe altri esempi in futuro: Corneille, Racine, Molière, La FontaineM.me de Sévigné, M.me de la Fayette, Boileau, La Rochefoucauld, La Bruyère, Bourdaloue, Bossuet, Lulli; il re stesso manifestò, con tangibili appoggi a musicisti e ballerini, specie a Lulli, e con la personale partecipazione agli spettacoli allestiti a corte, il suo vivo interesse per la danza, segnatamente per il ballet de cour. Artisti come Le Vau, Mansart, Le Brun, Coysevox, Le Notre costruirono e decorarono Parigi e la Francia. Dal 1660 al 1670 nella sola Parigi furono eretti l'Osservatorio, il colonnato del Louvre, il Pont Royal, place Vendôme e vennero conclusi le Tuileries e i lungosenna. Il re curò la politica interna con molta saggezza, ma con nessuna considerazione degli istituti parlamentari. Gli Stati Generali dal 1641 non vennero più riuniti. Per la prima volta nel regno venne considerata l'importanza del bilancio di previsione e per la prima volta furono presi provvedimenti protezionistici in favore dell'agricoltura e dell'industria, specie con l'abolizione dei dazi; vennero ridotte le franchigie e i privilegi e istituiti i “grandi commessi”, con funzione temporanea, non ereditaria, di controllo sull'amministrazione generale. Tutti i provvedimenti economici furono naturalmente ispirati da Colbert, ma esaltati nel re che in sé vedeva rifulgere l'immagine dello Stato. E così come credeva nello splendore del regno, aveva fede nella grandiosità delle campagne militari. Nella sua centralizzazione sentì il valore della Francia come un erede di Carlo Magno e si considerò difensore della fede come Costantino. Per quarant'anni condusse una forte azione diplomatica che per i primi tempi continuò i successi della politica del padre, o piuttosto del suo ministro, ma più tardi, specie alla fine del regno, non subì che insuccessi. Organizzato l'esercito e istituita la marina, volle diventare l'arbitro d'Europa, in un sogno egemonico che alla fine andò distrutto. Con la guerra di Devoluzione occupò nel 1667-68 fortezze dei Paesi Bassi spagnoli. Dopo la Pace di Aquisgrana (1668) la diplomazia francese isolò l'Olanda e nel 1672 Luigi XIV mosse contro quest'ultima. Ma una coalizione europea lo fece desistere da imprese di conquista ed egli firmò la Pace di Nimega (1678), che significò la restituzione delle terre prese all'Olanda e la rinuncia alla politica protezionistica di Colbert (l'esportazione olandese fu infatti nuovamente permessa in Francia) mentre ai Francesi furono concesse la Franca Contea e le Fiandre con le dipendenze. L'inserimento di questa formula (delle dipendenze) permise poi a Luigi XIV di occupare, attraverso la politica della Camera di Riunione, città e feudi dell'Alsazia e del Lussemburgo e, nel 1681, Strasburgo. Nel 1686 nasceva però a contrastare l'egemonia francese la Lega di Augusta, ai cui membri si associarono, dopo nuove azioni di forza francesi, Inghilterra, principati tedeschi e Ducato di Savoia, mettendo in evidenza come la politica aggressiva di Luigi XIV avesse completamente isolato il Paese facendogli perdere la sicura cintura di alleanza creata da Mazzarino. La guerra della Lega di Augusta o della Grande Alleanza (1688-97) gli fu sfavorevole, specie per mare. Con la Pace di Rijswijk (1697) cedette Pinerolo a Vittorio Amedeo II e tutte le terre conquistate, mentre Olanda e Inghilterra vedevano rafforzato il loro prestigio e la loro sfera di influenza. Altrettanto negativa fu la campagna per la successione di Spagna, causata dalla morte di Carlo II che per testamento lasciava erede Filippo d'Angiò, secondogenito del delfino di Francia. Luigi, dimentico dell'impegno di dividere l'eredità spagnola con Austria, Olanda e Inghilterra, sostenne i diritti del pronipote e iniziò una guerra logorante, che portò la Francia sull'orlo del fallimento e che si concluse con i trattati di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714) che posero fine al sogno di supremazia francese e determinarono l'ulteriore rafforzamento degli avversari e l'insediamento dell'Austria in Italia. La politica estera di Luigi XIV finiva in un disastro, così com'era fallito il suo tentativo di unità religiosa del regno quando aveva voluto imporre la conversione degli ugonotti, sotto l'influsso della devota M.me de Maintenon che nel 1680 si era ufficialmente insediata a corte, infondendo nell'animo del re severi principi religiosi. Revocato l'Editto di Nantes (1685), perseguitati giansenisti e protestanti e instaurato l'ordine morale, in un cerimoniale meccanicistico di tipo spagnolo, umiliata e asservita la nobiltà, Luigi XIV volle affermare di fronte al papato l'autonomia della Chiesa francese, ma i quattro articoli delle libertà gallicane proclamate nel 1682 furono condannati da Alessandro VIII nel 1690 e solo con Innocenzo XII, o meglio con la firma di abiura ai quattro articoli da parte dei vescovi francesi e del re, si giunse a un accordo (1693). Nella lotta con il papa la corte francese ne usciva disfatta. Del malcontento in Francia si fece portavoce Saint-Simon con l'acre condanna del sovrano nelle memorie manoscritte e per lungo tempo ignote. Troppi lutti di famiglia avevano creato il vuoto intorno al grande re, che morì facendo un cerimoniale della sua stessa morte.

Bibliografia

L. André, Louis XIV et l'Europe, Parigi, 1950; P. Erlanger, Louis XIV, Parigi, 1965; P. Gaxotte, Louis XIV, Parigi, 1974; G. Mongrédien, Luigi XIV, Novara, 1989.