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Mèdici, Còsimo de'-, detto il Vècchio

uomo politico (Firenze 1389-Careggi 1464). Figlio di Giovanni di Bicci, seppe far fruttare l'immensa ricchezza ereditata e, fidando sul favore del popolo minuto, attese abilmente il momento propizio per gestire il potere. Priore nel 1415 e nel 1417, ambasciatore presso i Visconti e presso papa Martino V, partecipò nel 1432 al Congresso di Ferrara, fu membro del Consiglio dei Dieci e finanziò personalmente la sfortunata guerra contro Lucca. Accusato di mirare al potere dal partito oligarchico dominante, capeggiato da Rinaldo degli Albizzi, fu condannato nel 1433 a dieci anni d'esilio. Ritiratosi a Padova e a Venezia, Cosimo rientrò a Firenze nel 1434 per volere dei suoi partigiani i quali, dopo aver fatto eleggere una nuova signoria, fecero annullare il decreto d'esilio. A nulla valse l'opposizione armata degli Albizzi poiché il Medici assunse in pratica il governo di Firenze pur astenendosi da ogni gesto di vendetta e vivendo in apparenza come un privato cittadino. Conservate quasi tutte le istituzioni repubblicane, affidati i centri di potere a uomini devoti ai Medici, passò allora alla repressione, spesso sanguinosa, sempre sostenuto dal popolo pago di essersi liberato dagli Albizzi e abbagliato dalle opere di beneficenza e dalle splendide costruzioni che abbellivano il territorio fiorentino. Dopo tante lotte interne ed esterne Cosimo assicurò a Firenze un lungo periodo di pace e la sua solerte azione diplomatica, per impedire l'urto fra i grandi Stati italiani, ebbe il suo compimento nella Pace di Lodi (1454). Principe di fatto, senza esserne investito, anticipatore per vari aspetti della politica di Lorenzo il Magnifico, ebbe inoltre una parte di rilievo nella fioritura dell'umanesimo, accogliendo, da grande mecenate, insigni letterati e umanisti (Landino, Rinuccini, G. Argiropulo, ecc.), favorendo la fondazione dell'Accademia Platonica, circondandosi dei maggiori artisti del tempo (L. B. Alberti, Brunelleschi, Angelico, Ghiberti, Donatello).

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