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Machado y Ruiz, Antonio

poeta spagnolo (Siviglia 1875-Collioure, Pyrénées-Orientales, 1939). Appartenente alla Generazione del '98, fratello di Manuel, dopo alcuni anni di tirocinio letterario a Madrid e a Parigi (1898-1901) passò quasi tutta la vita come professore di francese in piccole città: a Soria (1907-12), dove conobbe e sposò la giovanissima Leonor; a Baeza (1912-19), dopo la morte dell'adorata moglie, che lasciò in lui un'incancellabile ombra di dolore, e infine a Segovia. Nel 1931, dopo l'avvento della Repubblica, si trasferì a Madrid, dove la sua fede liberale e repubblicana lo portò, durante la guerra civile, ad abbracciare la causa del popolo, al cui servizio mise la sua poesia e il suo esempio morale. Nel 1939 si ritirò in volontario esilio in Francia, dove morì poco dopo. L'opera poetica di Machado y Ruiz, non molto estesa, è uno straordinario esempio di concentrazione spirituale in pochi temi essenziali: i ricordi e i sogni di gioventù; l'emozione dei paesaggi della Castiglia e dell'Andalusia; l'amore per Leonor; i temi eterni del tempo, della morte, della ricerca di Dio. Inclassificabile nelle correnti poetiche moderne, la sua poesia risponde a una profonda esigenza interiore piena di luci e inquietudini, turbolenta. Poesia che riflette meditazioni e vibrazioni intime sullo sfondo di paesaggi percepiti o intuiti in limiti che trascendono il reale. E quando la realtà si è trasformata in realtà poetica, affiorano i ricordi e le esperienze personali. Come nel Retrato di Soledades (1903; Solitudini) o nelle poesie di Soledades, galerías y otros poemas (1907), che è una riedizione del primo libro con qualche aggiunta, dove l'intimismo di fondo e la semplicità formale risentono di un lieve influsso modernista, evidente nel linguaggio simbolico, ma non decorativo, di molte metafore (si pensi solo alle "gallerie" del titolo che sono quelle dell'anima). E il poeta non è mai solo neppure nei poemi della "solitudine" dove il ricordo e i paesaggi evocati vivono e lo accompagnano penetrati nei suoi sensi come una melodia sonora e cromatica. In Campos de Castilla (1912), il suo capolavoro, l'evocazione del paesaggio castigliano offre emozioni austere e tragiche. È una poesia meditata, essenziale, grave, aliena da qualsiasi formula poetica generazionale perché Machado y Ruiz è soprattutto uomo di pensiero limpido e uomo tout court, e la delicatezza e la profondità della sua lirica non sono altro che la trasposizione della delicatezza e della profondità del suo modo di essere e di pensare. Così, per essere fondamentalmente sincero, non deforma la sua personalità artistica creando sistemi di difesa, maschere letterarie dietro cui celare il suo conflitto con la società, e ricorre invece, in Nuevas Canciones (1924), ai versi semplici della poesia popolare. Negli ultimi anni della sua vita Machado y Ruiz crea due ipostasi letterarie di se stesso: i filosofi-poeti Abel Martín e Juan de Mairena (1937), di cui si avvale per esprimere le sue meditazioni estetiche e filosofiche e le sue esperienze vitali. Scritti in collaborazione con il fratello Manuel sono alcuni testi teatrali.

M. García Vino, El paisaje poético de Antonio Machado, Siviglia, 1956; A. Sánchez Barbudo, Estudios sobre Unamuno y Machado, Madrid, 1959; R. Paoli, Machado, Firenze, 1971; M. Socrate, Il linguaggio filosofico della poesia di Antonio Machado, Padova, 1971; F. Guazzelli, Machado - Soledades, Viareggio, 1992.