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Mallarmé, Stéphane

poeta francese (Parigi 1842-Valvins 1898). Tra i massimi rappresentanti del simbolismo, insieme con Paul Verlaine e Arthur Rimbaud, Mallarmé, che fu il vero maestro di Paul Valéry, è considerato uno dei padri della poesia moderna. Uomo modesto, schivo, ebbe un'infanzia difficile. Di origine piccolo-borghese, rimase orfano di padre a cinque anni e la sua tristezza venne accentuandosi alla morte precoce della sorellina Maria. Studiò, senza eccellere, al collegio di Anteuil dove, nel 1860, ottenne il baccalauréat. Dovette subito cercarsi un impiego e lo trovò all'ufficio del registro di Sens. Cercò rimedio alla delusione del lavoro nella lettura di Baudelaire che influì grandemente su di lui, tanto che i suoi versi risentirono subito del contrasto fra realtà e sogno, in un'ispirazione decadente. Si vedano a questo proposito Angoisse, Brise marine e Le guignon, scritti tra il 1862 e il 1865. Ancora più di Baudelaire lo affascinò la lettura di Edgar A. Poe. Per meglio comprenderlo (e divenne poi il traduttore più acuto e sensibile delle sue liriche) volle approfondire lo studio dell'inglese recandosi in Inghilterra (1862). Come Poe, Mallarmé pensava che compito della poesia fosse esprimere il bello in assoluto, per arrivare alla radice delle cose e capire il loro significato, la loro ragione di essere. Intanto il soggiorno inglese si rivelava sempre più difficile. Mallarmé doveva lottare con le difficoltà economiche e con lo scoramento che solo l'affetto di Marie Gerhard, un'istitutrice tedesca conosciuta a Sens, riusciva ad attenuare. Sposò la ragazza un anno dopo il ritorno in Francia dedicandole un affetto tenero, non mai appassionato. Ottenuta la cattedra d'inglese al liceo di Tourron, per trent'anni insegnò senza gusto e senza passione, passando a Besançon (1866), ad Avignone (1867) e infine a Parigi (1871). Insegnare per lui era sottrarre tempo alla poesia, al gusto, all'amore della libertà, che celebra nei suoi versi affrancati anche dalla sintassi. La sua poesia esprime con vigore il sogno della purezza e del distacco dal mondo: l'opera poetica è miracolosa come la creazione, ma al termine d'una faticosa ascesa non v'è che il nulla, la pagina bianca, il silenzio. Nel 1864 cominciò a scrivere il poema Hérodiade (che ultimò nel 1869) e scrisse all'amico Cazalis “la mia poesia non dipinge la cosa, ma l'effetto ch'essa produce”. Due anni dopo, il “Parnasse contemporain” pubblicò alcune sue liriche accanto alle poesie di Baudelaire, Gautier, Lecomte de l'Isle e altri. Si dedicò intanto alla composizione di un monologo, il cui protagonista era un fauno, che il famoso attore Coquelin rifiutò. Giunto a Parigi Mallarmé frequentò poeti come Verlaine e artisti come Degas e Rodin e ottenne la direzione della rivista La dernière mode. Nel 1876 non riuscì a pubblicare, se non a sue spese, la definitiva versione dell'Après-midi d'un faune (Pomeriggio di un fauno), rifiutato dal terzo “Parnasse contemporain” perché troppo arduo. Nel poemetto, i pensieri d'un fauno in un pomeriggio assolato lampeggiano come giochi fantastici, eco di desideri riaffioranti da lontananze arcane. Huysmans, nel suo romanzo À rebours (1884), lo rivelò infine al mondo intero come uno dei poeti più significativi di Francia. Nella sua casa di rue de Rome ogni martedì si davano intanto convegno i poeti e gli artisti più famosi di Francia: Whistler, Wilde, Régnier, Mirbeau, Maeterlinck, Gide, Valéry e altri. Verlaine lo elogiò nel suo Poètes maudits. Mallarmé, nonostante i molti contatti, i moltissimi impegni, che letteralmente lo distruggevano, continuava a sentirsi solo: il clima culturale della Terza Repubblica non poté che accentuare questa sua desolante solitudine. Nel 1887 raccolse nel volume Poésies i suoi versi. L'anno dopo pubblicò l'insuperata traduzione delle liriche di E. A. Poe e nel 1898 l'edizione definitiva delle Poésies. Documento estremo della sua concezione poetica e del simbolismo fu Un coup de dés (1897; Un colpo di dadi), scritto per iniziati del suo mondo poetico. Qui anche la composizione tipografica rende ardua la lettura, da farsi, diceva Mallarmé, come una partitura musicale. Mallarmé morì mentre ancora ritoccava Hérodiade. Tutta una generazione di poeti raccolse la sua eredità, che, come quella di Baudelaire e di Verlaine, di Rimbaud e di Valéry, attraverso Samain, Moréas, Réquier, Guérin, sarebbe giunta fino a noi nei canti di Apollinaire, di Ungaretti e di tanti altri che dal delirio della fantasia concretarono immagini di folgorante poesia.

Bibliografia

C. Bo, Mallarmé, Milano, 1945; A. Thibaudet, La poésie de Mallarmé, Parigi, 1950; M. Luzi, Studio su Mallarmé, Firenze, 1952; Ch. Mauron, Mallarmé l'obscur, Parigi, 1968; F. Piselli, Mallarmé e l'estetica, Milano, 1969; M. Collot, L'horizon fabuleux, Parigi, 1988; G. Davies, Mallarmé et la “couche suffisante d'intelligibilité”, Parigi, 1988; B. Marchal, La religion de Mallarmé. Poésie, mythologie et religion, Parigi, 1988.