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Nàpoli, Régno di-

Stato formatosi dopo la separazione della Sicilia dal regno angioino nel 1282. La vittoria ottenuta nel 1266 da Carlo I d'Angiò contro Manfredi segnò già, col passaggio dell'Italia meridionale agli Angioini, l'avvio di quel processo di distacco della Sicilia dal continente che nel 1282 si concretizzò nei Vespri Siciliani e nella successiva separazione dell'isola dal regno angioino. Oltre che capitale, Napoli divenne così il centro di gran lunga più importante della nuova entità statale, nell'ambito della cui storia la fase angioina si protrasse dal 1266 al 1442. Morto Carlo I nel 1285, gli succedette il figlio Carlo II, ma costui poté prendere possesso del regno solo nel 1288, allorché gli Aragonesi, che lo avevano fatto prigioniero, lo liberarono in seguito alla stipulazione del Trattato di Camporeale. Proseguite fino al 1302, le ostilità tra regno napoletano e Aragonesi per il possesso della Sicilia si chiusero con la costituzione in Sicilia di un regno di Trinacria in mano agli Aragonesi. Nel corso di queste vicende gli interessi degli Aragonesi furono più o meno apertamente difesi dai pontefici Martino IV, Onorio IV, Niccolò IV e Bonifacio VIII e ciò ebbe come conseguenza, nel periodo successivo, un allineamento del regno napoletano sulle posizioni papali. Simili orientamenti trovarono la loro più ampia concretizzazione nel lungo regno di Roberto (1309-43), che si oppose, non solo nell'Italia meridionale, agli interessi imperiali e, nel nome della più assoluta fedeltà al soglio pontificio, favorì ovunque le correnti più intransigenti del guelfismo. Morto Roberto, la corona passò alla nipote Giovanna I (1343-81), sotto il cui regno esplose il conflitto per la successione tra i seguaci di Carlo III di Durazzo e quelli di Luigi, duca d'Angiò. Proseguita dai figli dei contendenti, questa lotta portò al trono Ladislao di Durazzo (1386-1414), che si rifece alla politica di Roberto. Al regno di Giovanna II (1414-35), ultima sovrana del ramo Angiò-Durazzo, seguì, dopo un nuovo periodo di lotte, quello di Alfonso V d'Aragona (1442-58), che assunse per la prima volta il titolo di “re delle Due Sicilie” e con cui ebbe inizio una successiva fase, quella aragonese appunto, della storia del regno. Nonostante le sue ambizioni di conquista nell'Italia settentrionale, Alfonso operò per rilanciare economicamente e culturalmente il regno dissanguato dalle precedenti guerre e fece gravitare su Napoli il resto dei suoi domini: Sicilia, Sardegna, Aragona e Baleari. Le complesse vicende politiche della penisola attrassero però nel regno di Napoli il sovrano francese Carlo VIII, che, terminata nel febbraio 1495 la conquista dello Stato meridionale, fu costretto a risalire la penisola lasciando Napoli a un successore di Alfonso, Ferdinando II. Occupato nel 1500 da Francesi e Spagnoli, il regno fu nuovamente oggetto di contese tra le due potenze che non riuscirono a trovare un accordo, situazione di cui si giovò la Spagna, che riuscì a estendere il proprio potere all'intero territorio. A caratterizzare la fase spagnola (1504-1707) contribuirono fattori politicamente ed economicamente negativi quali la sclerotizzazione di classi parassitarie legate all'occupante, ma pronte a tributare ad altri i propri favori pur di mantenere inalterato il proprio potere. A scuotere l'immobilismo politico e la cristallizzazione degli squilibri sociali di questo periodo non valsero le celebri insurrezioni di Napoli (rivolta di Masaniello, 1647) e di Messina (1674). Tra il 1707 e il 1734 il regno fu dominato dagli Asburgo d'Austria, che videro nel 1713 rafforzato il proprio potere in seguito alla stipulazione del Trattato di Utrecht, che, ponendo fine alla guerra di successione spagnola, rafforzò l'influenza austriaca in Italia. Nel 1735 re Carlo III di Borbone ebbe, in seguito alla stipulazione del Trattato di Vienna, che pose fine alla guerra di successione polacca, il diritto, per sé e per i propri successori, di esercitare il potere della dinastia borbonica sul regno napoletano. Il periodo che va dal 1734 al 1860 costituisce dunque, con le eccezioni della Repubblica Napoletana e del periodo dell'influenza francese, la fase borbonica del regno. Caratterizzato all'inizio da spinte progressiste, questo periodo vide in seguito stemperarsi progressivamente le tensioni al rinnovamento, parallelamente al delinearsi di un'amministrazione sorda a qualsiasi istanza popolare e, per contro, disponibile a far di tutto per perpetuare quell'immobilismo politico, economico e sociale, che già al tempo del dominio spagnolo tanto aveva nuociuto alla causa dello sviluppo dello Stato. Nel 1759 Carlo III di Borbone ebbe il regno di Spagna e questa eventualità, prevista dal Trattato di Aquisgrana del 1748, avrebbe dovuto, in base a quegli accordi, provocare l'ascesa al trono di Napoli di suo fratello Filippo. Carlo eluse però le clausole accettate undici anni prima e riuscì a lasciare al figlio Ferdinando la corona dell'Italia meridionale. Salito al trono come Ferdinando IV di Napoli e III di Sicilia, questi proseguì la politica moderatamente illuministica avviata dal suo predecessore su suggerimento del proprio consigliere Bernardo Tanucci, che l'aveva seguito da Parma a Napoli. Particolarmente nei confronti dei privilegi ecclesiastici Tanucci, che rafforzò ulteriormente la propria influenza sulle decisioni della corona sotto il regno di Ferdinando, agì con decisione espellendo per esempio i gesuiti e requisendone i beni. La politica filospagnola caldeggiata da Tanucci irritò però gli Asburgo, che aspiravano a estendere ulteriormente l'influenza politica di Vienna sulla penisola. Maria Carolina d'Austria riuscì a ottenere nel 1776 l'allontanamento dello scomodo ministro e l'allineamento di Napoli su posizioni filoasburgiche. Conseguenza di ciò fu la fine del riformismo in politica interna e l'aperta conversione della corona a quei criteri immobilistici e conservatori che, come s'è detto, caratterizzarono, in una visione d'insieme, il dominio borbonico sull'Italia meridionale. All'effimera parentesi della Repubblica Napoletana (1799) seguì quella dell'influenza francese, che si articolò in una fase di semplice condizionamento politico napoleonico (1800-06), nel regno di Giuseppe Bonaparte (1806-08), e in quello di Gioacchino Murat (1808-15). Rientrato a Napoli nel 1815, Ferdinando riebbe il proprio potere parallelamente al definitivo declino delle fortune napoleoniche e l'anno seguente unificò anche formalmente Sicilia e Regno di Napoli dando vita al Regno delle Due Sicilie (1816-60), alla testa del quale si pose assumendo la denominazione di Ferdinando I. Turbata dai moti popolari del 1820-21, l'ultima parte del regno di Ferdinando fu caratterizzata dall'adozione di drastiche misure repressive sulle quali, oltre che sull'appoggio austriaco, la dinastia borbonica poneva ormai tutte le proprie speranze di mantenersi al vertice dello Stato. Morto Ferdinando nel 1825, gli succedette il figlio Francesco I (1825-30), che nel 1828 represse con estremo vigore i moti del Cilento. Ferdinando II (1830-59) governò secondo criteri impopolari che alienarono ulteriormente alla dinastia borbonica le simpatie della popolazione, rafforzando così i presupposti per il crollo che, sotto il suo successore Francesco II (1860), travolse, con la dinastia al potere, la stessa istituzione statale dell'Italia meridionale.

Bibliografia

P. Giannone, Dell'istoria civile del regno di Napoli, Napoli, 1793; B. Croce, Storia del regno di Napoli, Bari, 1925; idem, La rivoluzione napoletana del 1799, Bari, 1926; E. Pontieri, La dinastia aragonese di Napoli e la Casa dei Medici, Napoli, 1947; G. Coniglio, Il regno di Napoli al tempo di Carlo V, Napoli, 1951; H. Acton, I Borboni di Napoli, Milano, 1960; P. Colletta, Storia del Reame di Napoli, Torino, 1975.