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Orlando, Vittòrio Emanuèle

giurista e uomo politico italiano (Palermo 1860-Roma 1952). Professore di diritto costituzionale a soli venticinque anni, insegnò a Modena, Messina, Palermo e, dal 1901, a Roma. Fondatore della scuola italiana di diritto pubblico, sostenne l'indipendenza di tale scienza da ogni interferenza di carattere filosofico-politico e sviluppò la sua dottrina in alcune opere classiche come i Principi di diritto costituzionale (1889), Principi di diritto amministrativo (1890) e Teoria giuridica delle guarentigie della libertà (1890). Nel 1890 creò a Palermo l'Archivio di diritto poi ripreso col titolo di Rivista di diritto pubblico e diresse in seguito il Primo trattato completo di diritto amministrativo. Eletto deputato nel 1897, militò nel gruppo liberale progressista di Giolitti e Zanardelli. Ministro dell'Istruzione (1903-05), della Giustizia (1907-09; 1914-16) e degli Interni (1916-17), fu nominato presidente del Consiglio all'indomani della rotta di Caporetto e dopo la conclusione del conflitto si guadagnò il titolo di “presidente della vittoria”. In contrasto col ministro degli Esteri Sonnino non perseguì disegni espansionistici e nutrì personale stima per Wilson di cui approvò pienamente il programma di un diritto internazionale. Alla Conferenza di Parigi (1919) credette tuttavia suo dovere difendere a oltranza il Patto di Londra e le “giuste richieste dell'Italia”. Lo scontro con il presidente americano fu così quasi inevitabile ed egli abbandonò la conferenza con un gesto unilaterale che lo indebolì gravemente all'interno e all'estero. Costretto alle dimissioni (23 giugno 1919), entrò a far parte della commissione per l'elaborazione del patto della Società delle Nazioni. Nei confronti del fascismo ebbe una condotta assai incerta: nel 1923 avallò la legge Acerbo con la sua autorità di giurista, nelle elezioni del 1924 entrò nel cosiddetto “listone” e dopo l'assassinio Matteotti non partecipò all'Aventino. Dopo il discorso di Mussolini del 3 gennaio 1925 passò però all'opposizione e nel 1931 fu tra i pochi professori universitari che si dimisero dall'insegnamento per non prestare giuramento di fedeltà al regime. Legato a Vittorio Emanuele III da saldi vincoli di fedeltà, ebbe grande parte nella preparazione del colpo di Stato del 25 luglio 1943. Partecipò in seguito attivamente alla vita della Repubblica, mostrandosi talvolta critico severo dell'azione governativa. Nel 1947 avversò la ratifica del trattato di pace e nel 1952 si oppose alla legge elettorale maggioritaria. Membro della Consulta (1945-46) e deputato alla Costituente (1946-48), fu senatore di diritto della prima legislatura.