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Pèllico, Sìlvio

letterato e patriota italiano (Saluzzo 1789-Torino 1857). Nato in una famiglia di modeste condizioni economiche, dopo un'infanzia infelice a causa di frequenti e gravi malattie, e dopo un soggiorno a Lione, si stabilì a Milano, dove strinse una duratura amicizia con Monti e con Foscolo. Insegnò e cominciò a occuparsi di teatro, scrivendo la tragedia Laodamia (1813) e poi la Francesca da Rimini (1814-15) che ottenne un successo protrattosi per tutto l'Ottocento romantico. Nel 1818 Pellico fu tra i fondatori del Conciliatore, sul quale scrisse articoli e novelle in uno stile giornalistico freschissimo. Soppresso il giornale nell'ottobre 1819, dopo 119 numeri, aderì alla carboneria. Di qui l'arresto (1820), la condanna a morte commutata nel carcere duro, la prigionia nella fortezza morava dello Spielberg (1822-30). La fama di Pellico è legata soprattutto al libro di memorie Le mie prigioni (1832), uno dei capolavori della nostra letteratura risorgimentale, che ebbe subito un enorme successo di pubblico, nonostante i tentativi di Metternich di farlo porre all'Indice e le polemiche di liberali e cattolici reazionari. Le opere successive (le tragedie Tommaso Moro e Corradino, le Cantiche e le Poesie) hanno scarso rilievo.

C. Tenca, Giornalismo e letteratura nell'Ottocento, Bologna, 1959; C. Curto, in Letteratura italiana, I minori, Milano, 1961; G. Finocchiaro Chimirri, La “Francesca” del Pellico, Catania, 1985.

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Silvio Pellico