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Pallàdio, Andrèa di Piètro della Góndola, detto il-

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Gli esordi

Architetto e trattatista italiano (Padova 1508-Vicenza 1580). Figlio del mugnaio Pietro della Gondola, Andrea si trasferì giovanissimo a Vicenza (1523), dove lavorò come scalpellino e lapicida, per più di dieci anni, nell'operosa bottega dei Pedemuro. Risale probabilmente al 1537 l'incontro col letterato umanista Giangiorgio Trissino, che lo impiegò nella costruzione della sua villa a Cricoli presso Vicenza e lo portò con sé in viaggi a Padova e Verona, fondamentali per la cultura del giovane artista, introdotto così nei circoli umanistici locali (importantissimo il contatto con Alvise Cornaro a Padova), prima ancora dell'esaltante scoperta del mondo classico avvenuta durante il viaggio a Roma del 1541, sempre col Trissino. In questo brevissimo arco di anni si compì quindi non solo la formazione di Andrea, ma il suo trapasso dal ruolo di artigiano a quello di architetto, col nome classicheggiante di Palladio, datogli dal Trissino. E già le prime opere, antecedenti al viaggio romano (palazzo Civena a Vicenza; villa Marcello a Bertesina; la già compiutamente originale villa Godi a Lonedo), dimostrano l'intelligenza e la facilità con cui Palladio aveva assimilato la lezione degli architetti veneti (Falconetto, Sansovino, Sanmicheli) sulla base di scelte personali poi arricchite, nei successivi viaggi a Roma (1545, 1547, 1549), non solo dall'appassionato e scientifico studio delle antichità, ma dalla conoscenza dei fatti più notevoli della cultura architettonica contemporanea.

La notorietà

L'inizio di un'attività sistematica, che col tempo si fece imponente, venne comunque all'architetto con l'incarico, affidatogli dal Consiglio della città di Vicenza nel 1549, della ricostruzione delle logge del Palazzo della Ragione, la Basilica, impresa su cui avevano dato pareri Sansovino, Serlio, Sanmicheli, Giulio Romano: Palladio risolse il problema rivestendo le vecchie strutture di un superbo involucro classicheggiante, basato sull'uso plastico e fortemente chiaroscurale dello schema “a serliana”. Da quel momento egli divenne l'architetto prediletto dall'aristocrazia di Vicenza, caratterizzando il volto della città con episodi di grande rilievo, come il palazzo Iseppo da Porto (1552), libera e originale elaborazione di schemi vitruviani e spunti bramanteschi uniti alla ricerca di funzionalità distributiva (tema costante del linguaggio palladiano); il palazzo Chiericati (1551-52) , di linee purissime, esempio tra i più alti dell'attenzione posta da Palladio alla creazione di rapporti armonici tra architettura e spazio esterno; la villa Capra, detta La Rotonda (1550-51) , opera tra le più celebri, in cui si inaugura lo schema della villa-tempio; palazzo Thiene (1556-58), esplicito omaggio ai modi di Giulio Romano. Nel frattempo, morto il Trissino (1550), Palladio si accostò al prelato umanista veneziano Daniele Barbaro, studioso di Vitruvio (con lui fece l'ultimo viaggio a Roma nel 1554), iniziando con lui una stretta collaborazione, che diede come frutto la bellissima edizione di Vitruvio curata dal Barbaro e illustrata dal Palladio, pubblicata a Venezia nel 1556.

La maturità: le ville palladiane

Attraverso il Barbaro l'architetto trovò nel patriziato veneziano, sempre più incline a rafforzare il proprio potere economico con la rendita fondiaria nell'entroterra, una fascia privilegiata di committenti, e ottenne prestigiosi incarichi a Venezia, divenendo nel 1570, alla morte del Sansovino, architetto ufficiale della Serenissima. Tra la fine degli anni Cinquanta e il decennio successivo, infatti, si colloca un'intensa attività di costruzione di ville nella campagna veneta, l'aspetto più noto e celebre di tutta la produzione palladiana, che testimonia di una continua volontà di sperimentazione stilistica. Centro dell'azienda agricola, la villa palladiana è anche luogo di soggiorno e dichiara le proprie complesse funzioni in una struttura tipica, col corpo centrale – la residenza – collegato variamente alle appendici laterali a portico, le “barchesse”, tradizionalmente depositi agricoli. Su questo schema semplicissimo Palladio agì con continue variazioni: dalla semplicità polemica di villa Emo, a Fanzolo, all'articolata complessità della Malcontenta presso Mira; dalla programmatica classicità di villa Cornaro, a Piombino Dese, alle variazioni intellettualistiche di villa Barbaro a Maser, dalla rievocazione archeologizzante di villa Badoer, a Fratta Polesine, all'estroso riferimento ai modelli manieristi di Giulio Romano in villa Sarego a Santa Sofia di Pedemonte.

La tarda attività

Posteriormente al 1558 si svolse l'attività veneziana di Palladio, iniziata col completamento del refettorio del convento di S. Giorgio Maggiore (1560), e proseguita negli anni successivi col convento della Carità (1560-61) e con le due uniche fabbriche chiesastiche palladiane, la chiesa di S. Giorgio Maggiore (1566) e quella del Redentore (1576) ; quanto c'era ancora di non risolto nella complessa struttura della prima (una sorta di ambiguità tra la pianta longitudinale e la funzione accentratrice della cupola) viene genialmente superato nella seconda, dove i diversi momenti spaziali sono unificati da nessi illusionistici e scenografici. La tarda attività palladiana in Vicenza, già antecedente al Redentore, è caratterizzata da una ricerca più inquieta e drammatica, che pone il problema critico dei rapporti di Palladio col manierismo: opere come palazzo Valmarana (1566) o palazzo Thiene Bonin Longare (dopo il 1571), che indicano una complessa riflessione su temi michelangioleschi (in particolare l'ordine gigante), o come l'incompiuta Loggia del Capitaniato (1571), col suo vistoso scarto di ritmo tra prospetto e fianco, portano a risultati che non rientrano nel codice classicista. Testimonianza, ancora una volta, della continua carica espressiva e dell'ininterrotta volontà di ricerca dell'arte palladiana, presenti anche nell'ultimo capolavoro, il Teatro Olimpico di Vicenza (portato a termine da Scamozzi), che va oltre l'esplicito riferimento archeologico a un tema che aveva affascinato l'architetto fin dai primi viaggi romani. Dell'opera, delle idealità, della cultura di Palladio, è testimonianza preziosa il suo celebre trattato I quattro libri dell'architettura (1570), testo teorico e pratico tra i più diffusi del Rinascimento. "Per approfondire Vedi Gedea Arte vol. 6 pp 64-72" "Per approfondire Vedi Gedea Arte vol. 6 pp 64-72"

Studi critici e monografie principali

G. Chierici, Palladio, Firenze, 1949; S. Bettini, Palladio urbanista, Vicenza, 1961; R. Pane, Andrea Palladio, Torino, 1961; E. Forssman, Palladios Lehrgebäude, Uppsala, 1965; L. Puppi, Palladio, Firenze, 1966; N. Ivanoff, Palladio, Milano, 1967; G. Zorzi, Le chiese e i ponti di Andrea Palladio, Venezia, 1967; G. Zampa, Andrea Palladio e la sua committenza, Roma, 1990.

Studi monografici sulle opere

G. Mazzariol, Palladio a Maser, Venezia, 1965; F. Barbieri, La basilica, Vicenza, 1968; C. Semenzato, La Rotonda, Vicenza, 1968; W. Timofiewitsch, La chiesa del Redentore, Vicenza, 1969; A. Venditti, La loggia del Capitaniato, Vicenza, 1970; ; E. Bassi, Il Convento della Carità, Vicenza, 1971; G. Bordignon Favero, La villa Emo di Fanzolo, Vicenza, 1971; L. Puppi, La villa Badoer di Fratta Polesine, Vicenza, 1972; D. Battilotti, Le ville del Palladio, Milano, 1990.