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Peirce, Charles Sanders

filosofo statunitense (Cambridge, Massachusetts, 1839-Milford 1914). È considerato il fondatore e il primo teorizzatore del pragmatismo. Nella carriera accademica incontrò l'ostilità della cultura ufficiale per il carattere estremamente nuovo e anticipatore di molte sue teorie, che non trovarono, lui vivente, un editore. La prima formulazione delle tesi fondamentali del suo sistema apparve in due articoli del 1877-78 sulla rivista Popular Science Monthly (Come si fissano le credenze e Come rendere chiare le nostre idee), dove il motivo conduttore è la ricerca del “senso” delle nostre idee che va visto nell'esperienza (abbandonando quindi ogni conoscenza di tipo aprioristico o metafisico): ma questo non nel senso dell'empirismo tradizionale. Il concetto dell'esperienza infatti implica un carattere di apertura al futuro, e non una semplice rielaborazione e riorganizzazione di dati. Il suo valore – e quindi il valore di ogni indagine razionale – è nello stabilire una credenza intorno al suo oggetto; credenza sempre fallibile e che perciò necessita sempre di ulteriori ricerche e analisi; il procedimento razionale è di conseguenza sempre un processo di autocorrezione e di autointegrazione. Ma, esattamente, che cos'è questa “credenza” intorno a un oggetto? È – dice Peirce – l'insieme degli effetti che essa può avere sull'azione del soggetto che l'ha formulata e che la possiede; il valore e il significato di un'idea stanno nel suo effetto per l'azione, sicché ne risulta un criterio pragmatistico del senso e del significato delle idee e delle cose. A prima vista può sembrare che questo criterio introduca una riduzione della verità alla credenza, e quindi un relativismo conoscitivo; ma la vera portata delle tesi di Peirce si comprende se si osserva come, al contrario, il criterio di verità e la metodologia di ricerca da lui stabilita si rivelino estremamente fecondi in quanto ammettono – contro ogni necessitarismo e ogni apriorismo – una giusta dimensione probabilistica del procedimento scientifico e una conseguente più vasta apertura di orizzonti. Infatti le preoccupazioni fondamentali e costanti del pensiero di Peirce, e particolarmente nella sua fase più matura, sono sempre quelle concernenti il senso e il significato; sicché egli, più tardi, di fronte alle diverse forme – abbastanza lontane dal nucleo centrale del suo pensiero –, che il pragmatismo veniva assumendo con James e con Schiller, preferì mutare il nome della sua filosofia, definendola pragmaticismo, e volle mantenere strettamente unite azione e conoscenza, proprio perché il senso e il significato di una teoria consistente nel complesso delle credenze e degli interessi non si riducesse pura molla per l'azione ma costituisse con essa un tutto unico. Interessanti e strettamente collegati alla sua teoria della conoscenza, gli apporti dati dal Peirce alla logica, e particolarmente alla semiotica o teoria del significato, con la sua teoria del segno come elemento che interpreta e rappresenta il suo oggetto e l'idea che se ne possiede. Tra le sue opere si ricordano: Chance, Love and Logic (postumo 1923), Principles of Philosophy, Elements of Logic, The Simplest Mathematics, Pragmatism and Pragmaticism, Scientific Mathematica, stampate postume tra il 1931 e il 1935.

N. Bosco, La filosofia pragmatica di Peirce, Torino, 1959; G. M. Murphey, The Development of Peirce's Philosophy, Cambridge (Massachusetts), 1961; H. Wennenberg, The Pragmatism of Peirce: an Analytical Study, Londra, 1962; W. P. Haas, The Conception of Law and the Unity of Peirce's Philosophy, Friburgo, 1964; J. J. Fitzgerald, Peirce's Theory of Signs as Foundation of Pragmatism; Studies in the Philosophy of Peirce and William James, Londra, 1968; F. Reilly, Charles Peirce's Theory of Scientific Method, New York, 1970; C. Sini, Semiotica e filosofia. Segno e linguaggio in Peirce, Bologna, 1990.