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Pignatèlli

nobile famiglia napoletana di probabile origine longobarda, le cui notizie documentarie risalgono al sec. XII con un Lucio connestabile di Napoli nel 1102. Signora di Caserta dal 1269 e iscritta al patriziato napoletano nei seggi di Nido e Capuana, fu largamente favorita dagli Angioini e dalla monarchia spagnola da essa servita fedelmente nell'amministrazione dello Stato e nell'esercito. Nel sec. XV si divise in due linee, la prima delle quali, proveniente da Stefano, diede origine ai rami dei marchesi di Casalnuovo, dei duchi di Montecalvo, dei principi di Monteroduni e della Leonessa; la seconda, discendente da Palamede, si divise a sua volta nei rami degli Aragona Pignatelli Cortes, principi di Noia e duchi di Terranova, dei Pignatelli principi di Strongoli, dei Pignatelli Aragona e dei Pignatelli di Cerchiara. Tra i membri più importanti della casata: Angelo (m. 1387) combatté con Carlo III di Durazzo contro Luigi d'Angiò, fu governatore di Gaeta e tutore di Ladislao; Ettore (sec. XVI), ambasciatore in Spagna e poi capitano al servizio di Carlo V, fu viceré di Sicilia dal 1517 al 1534; Fabrizio (m. 1577) liberò la Calabria dalle scorrerie dei Turchi e combatté a Tunisi e in Fiandra con l'esercito spagnolo; Ettore III (1572-1622), duca di Monteleone, grande ammiraglio di Sicilia e viceré di Catalogna, combatté contro i Mori (1609); Antonio salì al soglio pontificio (1691) col nome di Innocenzo XII; Niccolò (1648-1730), duca di Monteleone e Terranova, fu viceré di Sardegna dal 1719 al 1722; Ferdinando (1689-1767), principe del Sacro Romano Impero, ammiraglio e generale, combatté valorosamente in Ungheria contro i Turchi; al servizio degli Austriaci, fu sconfitto a Bitonto (1734) dai Borbone del Montemar; Francesco (1734-1812), vicario del re quando Ferdinando IV si rifugiò in Sicilia (1798), venne a patti coi Francesi e fuggì lui pure sull'isola; suoi nipoti furono cinque fratelli principi di Strongoli: Ferdinando (Napoli 1769-1799), arrestato per le idee democratiche (1795), si lasciò andare a pericolose confessioni. Fuggito, si mise al servizio dello Championnet e fu ufficiale della guardia civica durante la Repubblica Partenopea. All'avvento della reazione fu processato e decapitato. Mario (Napoli 1773-1799), implicato nella congiura giacobina del 1794 e lasciato libero dopo alcune delazioni, si rifugiò a Bologna. Capitano della guardia nazionale napoletana (1799), alla caduta della Repubblica fu giustiziato; Francesco (Napoli 1775-1853), dopo aver servito nell'esercito austriaco, si accostò alle idee giacobine e con lo Championnet prese parte alla conquista di Napoli raggiungendo il grado di generale di brigata. Bandito alla restaurazione, ritornò dopo la nuova cacciata dei Borbone e fu valoroso generale alle dipendenze di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat. Ritiratosi nel 1815, partecipò ancora alle vicende del 1820-21 e del 1848. Lasciò delle Memorie del regno di Napoli dal 1790 al 1815. Vincenzo (Napoli 1777-1837) aderì alla Repubblica Partenopea e fu perciò condannato a 25 anni di esilio (1799). Capitano della legione italica, combatté a Siena contro il Damas. Ritornato in patria nel 1806, si distinse nella repressione del brigantaggio in Basilicata, in Calabria e negli Abruzzi. Aiutante di campo del Murat, partecipò alla campagna di Russia guadagnandosi il grado di generale e la Legione d'onore. Nel 1820 fu tra i costituzionalisti e l'anno successivo fu perciò privato del grado.