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Planude, Màssimo

poligrafo bizantino (Nicomedia ca. 1260-Costantinopoli 1310). Mutato il nome di Manuele in quello monastico di Massimo, visse appartato e dedito agli studi, ma godé la stima dei Paleologi Michele VIII e Andronico II e, con Leone Vardalì, fu ambasciatore a Venezia nel 1296. Antiunionista, scrisse I quattro sillogismi contro la Chiesa latina: fu confutato da Giorgio Metochita e, anche dopo morto, da Demetrio Cidone e da Bessarione. Buon conoscitore della lingua latina, tradusse fedelmente in greco i e varie opere di Cesare, Ovidio, Cicerone, Sant'Agostino, Boezio. Per la sua esperienza dei classici greci e latini è giustamente considerato un preumanista: esercitò con acutezza la critica testuale e fu maestro dei grandi filologi della generazione seguente. Il suo nome è legato in particolare all'Antologia Planudea, vasta silloge di epigrammi greci d'ogni tempo. Egli stesso compose epigrammi e un Idillio in esametri. Famoso è il suo trattato di calcolo matematico, Aritmetica secondo gl'Indiani, e notevoli gli scritti grammaticali. L'epistolario comprende 121 lettere, alcune delle quali all'imperatore Andronico II e a suo fratello Costantino Porfirogenito, preziosa testimonianza della vita alla corte di Bisanzio fra il sec. XIII e il XIV.