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Poètica, La-

(greco Perì poiētikês). Opera di Aristotele, scritta fra il 334 e il 330 a. C. ca.; era suddivisa in due libri, ma il secondo (sulla poesia giambica e sulla commedia) non ci è pervenuto. Nel primo libro il filosofo espone le sue teorie sull'essenza della poesia in generale e sui diversi generi letterari. Natura della poesia – dice Aristotele – è l'imitazione del reale, che si può esplicare in vari modi, di cui ognuno costituisce un genere letterario. La tragedia è il genere che imita i casi più importanti della realtà con personaggi che non si limitano a narrare i fatti, ma li riproducono con l'azione scenica, provocando nello spettatore il proposito di purificarsi dalle passioni (catarsi) di cui sulla scena ha visto i terrificanti effetti. Per raggiungere questo scopo l'opera tragica deve possedere “unità d'azione”, presentarsi come “verosimile”, non come “vera”, perché il vero attiene solo al particolare e rientra nella storia; il verosimile invece attinge l'universale, vero oggetto della poesia, che è vicina alla filosofia, la scienza dell'universale. Uguale funzione Aristotele riconosce alla musica. Molto accesa è stata fra i commentatori di Aristotele la discussione se il filosofo intendesse la “catarsi” prodotta dalla tragedia come purificazione “dalle” passioni o “delle” passioni, volendo intendere nel primo caso la liberazione dalle passioni e nel secondo una loro sublimazione; su questa ultima interpretazione il consenso è molto più vasto. Altra discussione è sorta sulle “tre unità” (di tempo, di luogo, di azione), ma in realtà il filosofo parla solo di “unità d'azione”. La Poetica di Aristotele ha influenzato lungamente l'indirizzo estetico dell'Occidente, tanto che la sua autorità rimaneva ancora indiscussa nella seconda metà del sec. XVI.