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Polifèmo

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Mitologia

(greco Polýphēmos; latino Polyphēmus). Personaggio mitico appartenente al popolo dei Ciclopi. È protagonista di un episodio centrale dell'Odissea dove la sua forza fisica viene vinta dall'astuzia di Ulisse. L'eroe greco, rinchiuso insieme ai compagni nella spelonca del ciclope, acceca Polifemo con un palo arroventato e riesce a riacquistare la libertà nascondendosi insieme ai compagni sotto il ventre dei montoni che escono a pascolare. A nulla servono le invocazioni di aiuto di Polifemo rivolte ai Ciclopi, perché quando questi chiedono il nome dei colpevoli, Polifemo risponde “Nessuno”, il nome col quale astutamente Ulisse si era presentato al ciclope. Dall'episodio hanno origine le infinite peripezie dell'eroe perseguitato dalla collera di Posidone cui aveva accecato il figlio. Nel sistema mitologico greco, Polifemo rappresenta il “diverso” rispetto alla grecità: appartiene a un popolo mostruoso (diversità fisica), è figlio di Posidone, il dio del mare contrapposto alla terra abitata dagli uomini (diversità cosmica), è pastore (mentre l'agricoltura è il fondamento economico della civiltà greca), è “incivile” (anche nel senso di “goffo”, “grottesco”, come nella tarda rappresentazione del suo amore per la ninfa Galatea). Un altro Polifemo, di cui si parla nell'Iliade, è anch'esso un figlio di Posidone, ed è ugualmente appartenente a un popolo favoloso non-greco o pre-greco, i Lapiti.

Iconografia

Nell'arte antica Polifemo, raffigurato sempre con aspetto primitivo e gigantesco, con chioma e barba ispide e folte, compare soprattutto nell'episodio dell'accecamento, in moltissime variazioni. Tra le raffigurazioni più antiche vi sono quella sul cratere a colonnette di Aristonoto (sec. VII a. C., Roma, Museo dei Conservatori) e quella su un'anfora protoattica del Museo di Eleusi (sec. VII), eseguita con vivace espressività da un ceramografo detto appunto Pittore di Polifemo. Lo stesso episodio ricorre anche in pitture (casa di Livia sul Palatino), mosaici (Piazza Armerina), rilievi.