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Pontifìcio, Stato-

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Dalle origini alle Costituzioni Egidiane

Lo Stato Pontificio o della Chiesa comprendeva l'insieme dei territori italiani soggetti alla sovranità temporale del papa dal sec. VIII al 1870. Durante il periodo di decadenza del potere bizantino in Italia, Roma e il Lazio (Ducatus romanus) furono dominati da una turbolenta aristocrazia, sulla quale il papa esercitava – sia pure attraverso difficili contrasti – una preminenza morale e politica non solo grazie alla sua suprema posizione religiosa, ma anche alle ingenti ricchezze terriere, largamente impiegate anche in opere e attività pubbliche (il Papato era il più grande proprietario dell'Occidente) e ai privilegi e diritti di cui tradizionalmente godeva sin dai tempi della Prammatica Sanzione di Giustiniano (554). Quando i Longobardi, sotto Liutprando, spinsero la loro espansione territoriale in Italia fino ai confini del Ducato romano, non furono i Bizantini, ma fu proprio il papa Gregorio II che ottenne da Liutprando il ritiro delle sue truppe e la donazione del castello di Sutri (727-728), a cui fecero seguito, poco dopo, quelle di Amelia, Bieda, Bomarzo e Orte. "Per la cartina delle donazioni vedi il lemma del 15° volume." "Vedi cartina delle donazioni vol. 17, pag. 399" Ancora un papa, Stefano II, di fronte al rinnovarsi della minaccia longobarda di Astolfo (conquista di Ravenna), all'impotenza bizantina e alla pericolosa riottosità dell'aristocrazia romana, passò le Alpi e si rivolse per aiuto ai Franchi. Pipino il Breve gli promise allora (Quierzy-sur-Oise, 754), in cambio della nomina a patrizio dei Romani e forse sulla base della falsa donazione di Costantino, probabilmente redatta proprio per quell'occasione, amplissimi territori dell'Italia settentrionale da aggiungere al Ducato romano già considerato legittimo possesso pontificio. La munifica promessa non fu poi mantenuta giacché, dopo le due vittoriose campagne in Italia (754 e 756), Pipino si limitò a ingiungere ad Astolfo di “restituire” al papa l'Esarcato e la Pentapoli, strappati ai Bizantini, ma anche in tal modo l'iniziativa pontificia ebbe il risultato, di importanza fondamentale, di conferire al nucleo principale dello Stato della Chiesa una base giuridica. Con la successiva dissoluzione del Regno longobardo grazie alle vittorie di Carlo Magno su Desiderio (774), la promessa, o donazione, o restituzione di Pipino si tradusse in realtà e la nascita dell'Impero carolingio, lungi dall'indebolire il nuovo Stato temporale soggetto al papa, lo accrebbe di alcuni territori estendendolo al Beneventano e a gruppi di città della Campania (Sora, Capua, Teano, Aquino), della Sabinia e della Tuscia longobarda (Viterbo e Orvieto). Il papa però dovette rinunziare esplicitamente ai teorici diritti su una parte della Tuscia e al dominio del Ducato di Spoleto (sul quale conservò, peraltro, la virtuale sovranità). Tale complesso di territori, riconosciuti e confermati da Carlo Magno, poi da Ludovico il Pio (817), Ottone I (962) ed Enrico II (1020), era comunque ben lungi dal rappresentare un organismo solido e compatto: insidiato come era dalla nobiltà cittadina e del contado, dalle mire espansionistiche del regno italico e dalle tendenze autonomistiche di Ravenna e della Pentapoli, l'effettivo potere dei papi rimase infatti circoscritto, nei primi secoli, alla sola regione dell'antico Ducato romano. D'altra parte la natura stessa del nuovo Stato comportava, per la sua sopravvivenza, la tutela del potere imperiale, che, già operante ai tempi di Carlo Magno, fu poi ribadita con la Costituzione romana di Lotario (824), per cui il popolo romano e il papa furono obbligati al giuramento di fedeltà all'imperatore mentre questi si riservava il diritto di intervento nell'elezione pontificia e l'esercizio di ampi poteri in Roma. A tale condizione di vassallaggio verso l'imperatore tentò di sottrarsi Giovanni VIII quando, approfittando delle difficoltà dei Carolingi e violando ogni ordine di legittima successione, incoronò imperatore Carlo il Calvo in cambio della rinuncia ai suoi diritti su Roma (872). Le non previste conseguenze furono però assai gravi. Sfasciatosi poco dopo l'Impero carolingio, lo Stato Pontificio si trovò infatti privo della sua più valida difesa e cadde in balia dell'aristocrazia romana che, capeggiata ora dai Teofilatto ora dai conti di Tuscolo, ora dai Crescenzi, tentò di riacquistare le perdute posizioni di predominio subordinando a sé il Papato e arbitrandosi di eleggerne il capo in forza della decisione conciliare dei tempi di papa Stefano III (768) che ne dava facoltà al popolo e ai corpi armati della città (età ferrea del Papato). Ancora una volta fu allora giocoforza ricorrere alla più solida potenza temporale dell'Occidente. Chiamato da Giovanni XII, scese infatti a Roma Ottone I che, dopo essere stato incoronato imperatore (962), impose la sua autorità alle parti in lotta richiamando in vigore la lotariana Costituzione romana dell'824. Da allora fino a tutta la prima metà del sec. XI il governo dello Stato fu infatti disputato tra l'aristocrazia locale e gli imperatori costretti più volte a intervenire con alterni risultati, finché Niccolò II, forte dell'appoggio del movimento riformatore, affidò la nomina del papa al solo collegio cardinalizio, escludendo ogni ingerenza imperiale e affidando al clero e al popolo di Roma solo il diritto di approvare l'eletto (1059). Gregorio VII, poi, giocando abilmente tra le diverse forze in lotta nella guerra delle investiture e appoggiandosi all'emergente forza normanna a cui sin dal 1053 era stata concessa l'investitura feudale dell'Italia meridionale (origine delle future pretese papali sulla regione), non solo restaurò il potere temporale, ma affermò solennemente, e fece almeno in parte valere, il principio della suprema autorità del papa sia di fronte al potere imperiale sia di fronte alle fazioni cittadine (libertas Ecclesiae). Nella seconda metà del sec. XII, frenato con l'aiuto del Barbarossa il movimento per l'autonomia comunale patrocinato da Arnaldo da Brescia e neutralizzate le pericolose mire espansionistiche dell'imperatore stesso con l'appoggio dei comuni dell'Italia settentrionale e dei Normanni, il potere politico del Papato si consolidò notevolmente. Ma poco dopo, mentre Innocenzo III accampava una serie di rivendicazioni territoriali basate su antichissimi diritti sulla più recente eredità di Matilde di Canossa e sul Mezzogiorno, passato dai Normanni agli Svevi, lo Stato della Chiesa dovette fronteggiare la grave minaccia di Federico II e del dilagante ghibellinismo dell'Italia centro-settentrionale. Dopo aver lungamente tentato di tenere loro testa appoggiandosi alle forze guelfe, alla fine il Papato fu costretto (Montaperti, 1260) al vecchio espediente di ricorrere al sostegno di un principe straniero, Carlo d'Angiò. Questi, disceso in Italia e sconfitto Manfredi di Svevia a Benevento (1266), s'insediò sul Regno di Sicilia riconoscendo su di esso l'alta sovranità della Chiesa. L'insediamento angioino nel Mezzogiorno favorì una nuova espansione dello Stato Pontificio: il Ducato di Spoleto e la Marca d'Ancona entrarono a farne parte effettiva, l'imperatore Rodolfo d'Asburgo rinunciò definitivamente a ogni potere sulla Romagna (1278) e, benché comuni e signorie non mancassero di far sentire forti tendenze centrifughe e le varie regioni godessero spesso di grande autonomia e si reggessero con ordinamenti particolari, il regno pontificio poté dirsi avviato a divenire un complesso e articolato organismo. Il processo di organizzazione unitaria fu interrotto dal trasferimento della sede papale ad Avignone (1309-77). "Per la cartina del periodo dall'esilio avignonese alla fine vedi il lemma del 15° volume." "Vedi cartina dell'esilio avignonese vol. 17, pag. 399" A Roma tornarono allora a dominare le fazioni (Orsini, Colonna, Caetani, Savelli, ecc.) e ad alternarsi sollevazioni popolari e nobiliari, entro le quali si inserì il tentativo repubblicano di Cola di Rienzo (1347); ogni città dello Stato si amministrò a suo modo, famiglie nuove e antiche spadroneggiarono e instaurarono regimi tirannici un po' dappertutto, mentre dall'esterno la Repubblica di Venezia, Visconti, Aragonesi, Fiorentini, imperatori e re dei Romani mirarono a usurpare quante terre potevano. Un arresto a tale disgregazione fu posto per qualche tempo dall'energica azione del cardinale Egidio Albornoz che in alcuni anni (1353-57, 1358, 1367) con la diplomazia e la forza riportò l'ordine nello Stato, impose al clero il rispetto delle regole canoniche e riorganizzò in particolare i rapporti tra le singole città e lo Stato della Chiesa (le disposizioni dell'Albornoz, raccolte in un corpo detto Costituzioni egidiane, rimasero poi in vigore quasi invariate sino al 1816).

Dallo Scisma d'Occidente al Regno d'Italia

Il Grande Scisma sviluppatosi dopo il ritorno a Roma dei papi (1378-1417) e le mire aggressive dei Visconti di Milano e di Ladislao di Napoli (che giunse a occupare Roma e altri territori papali) misero nuovamente a repentaglio la recente ricostituzione dello Stato. Nella maggior parte dei suoi domini il papa tornò di nuovo a essere sovrano soltanto di nome: così a Perugia regnavano i Baglioni, i Malatesta a Rimini, i Bentivoglio a Bologna, gli Estensi a Ferrara, ecc. Solo con la fine dello Scisma e l'elezione di Martino V (1417) si ebbe un'inversione di tendenza e fu ristabilito l'effettivo dominio papale prima in Roma, poi nelle Marche e nella Romagna e infine nelle città umbre manomesse da Braccio da Montone; gli ultimi tentativi espansionistici dei Visconti furono rintuzzati (Eugenio IV), l'amministrazione e le finanze vennero restaurate (Niccolò V). Nel sec. XVI il nepotismo degli stessi papi compromise l'unità dello Stato Pontificio: così Cesare Borgia, figlio di Alessandro VI, col favore del padre si fece signore della Romagna, di Urbino, Senigallia e Perugia, ma con Giulio II la politica di accentramento fu energicamente ripresa sia al centro, dove il papa ridusse il collegio cardinalizio a organo consultivo ed esecutivo della sua volontà, sia alla periferia, dove recuperò terre usurpate da Venezia, ricondusse all'obbedienza Perugia e Bologna, limitò le autonomie cittadine e controllò i feudatari della campagna romana. La crisi dell'intera Penisola Italiana nel sec. XVI coinvolse però anche lo Stato della Chiesa che, dopo il Congresso di Bologna (1529-30), venne inclusa nell'orbita del predominio spagnolo, mentre la diffusione della Riforma protestante ne diminuiva il prestigio spirituale in gran parte dell'Europa. A cominciare da quel momento, abbandonate le aspirazioni a grande potenza vagheggiate all'inizio del secolo, lo Stato Pontificio dovette limitarsi a rivendicare il possesso di territori che già gli appartenevano giuridicamente e a migliorare relativamente l'amministrazione interna. Ottenute la restituzione di Cervia e Ravenna da parte di Venezia e la conferma del possesso di Parma e Piacenza (assegnate nel 1545 a Pier Luigi Farnese da Paolo III), nel 1598 Clemente VIII, all'estinzione della linea diretta degli Estensi, rivendicò Ferrara; nel 1631 Urbano VIII riprese il Ducato di Urbino per la morte di Francesco Maria della Rovere e nel 1649 Innocenzo X sottomise dopo lunghe ostilità il Ducato dei Farnese di Castro. Nel campo amministrativo, invece, Sisto V si sforzò di risanare il tesoro, represse con inflessibile energia il brigantaggio e riordinò l'amministrazione dello Stato con la creazione di sei congregazioni di cardinali per gli affari temporali (Consulta, Flotta, Università Romana, Annona, Lavori pubblici, Tasse); Clemente VIII istituì la Congregazione del buon governo per sorvegliare l'uso dei beni dei comuni più direttamente soggetti a Roma e Urbano VIII organizzò la Segreteria di Stato. Nonostante questi e altri interventi, a ogni modo, la politica papale non attuò mai, in questi decenni, un coerente e continuativo disegno e perciò lo Stato Pontificio rimase, relativamente agli altri, arretrato e disorganico, socialmente incoerente, scarso di popolazione e debole nelle attività economiche, pur conservando Roma la sua tradizionale preminenza culturale. Dopo un ultimo tentativo di rafforzamento e unificazione effettuato dal cardinale Giulio Alberoni (1730-40), parve che la Rivoluzione francese dovesse distruggerlo completamente. Privato delle Legazioni (Bologna, Ferrara e Romagna), di Avignone e del Contado Venassino in seguito alla Pace di Tolentino (1797), il potere pontificio venne infatti dichiarato decaduto poco dopo e sostituito dalla Repubblica Romana sostenuta dalle armi francesi (1798). Ricostituito nel 1799, con la Pace di Lunéville (1801) si vide negate le Legazioni assegnate alla Cisalpina, nel 1808 fu privato delle Marche annesse al Regno Italico e nel maggio 1809 venne nuovamente soppresso da Napoleone. Ricostituito nel 1815 dal Congresso di Vienna (senza però i possessi di Francia e il territorio ferrarese alla sinistra del Po), il governo papale conobbe dapprima alcuni apprezzabili tentativi di riforme attuate dal Consalvi ma cadde poi presto con Leone XII (1823-29) e Gregorio XVI (1831-46) in una politica grettamente conservatrice e reazionaria contraria a ogni esigenza di sviluppo e di ammodernamento. Di qui moti, congiure, sette d'ispirazione liberale e reazioni violente che turbarono a lungo la vita dello Stato fino all'avvento al trono di Pio IX (1846) che parve infine iniziare un nuovo corso politico capace di mettere lo Stato Pontificio alla testa del movimento nazionale. Ma ben presto la realtà smentì le illusioni: travolto dalla rivoluzione del 1848 e costretto alla fuga a Gaeta mentre a Roma veniva nuovamente proclamata, auspice il Mazzini, la Repubblica e dichiarata la decadenza del potere temporale del papa (1849), Pio IX poté ritornare nei suoi Stati (1850) solo con l'aiuto di Francesi, Austriaci e Napoletani. Instaurato quindi un governo assoluto e restio a ogni profondo rinnovamento, tentò di resistere all'incalzante movimento unitario appoggiandosi ora agli Austriaci e ora ai Francesi. Privato poi dell'Emilia e delle Romagne in seguito ai plebisciti e perdute le Marche e l'Umbria a opera dell'esercito sardo (1860), lo Stato Pontificio si ridusse a poco più del territorio del Lazio. Trascorse però ancora un decennio prima che Roma potesse diventare la capitale del nuovo Stato. Ragioni di politica internazionale impedirono l'intervento del governo italiano, i tentativi insurrezionali fallirono e G. Garibaldi, penetrato nel territorio pontificio con i suoi volontari nell'autunno del 1867, fu vinto dalle forze papali sostenute dai Francesi. Finalmente la guerra franco-prussiana e il susseguente ritiro delle truppe francesi che presidiavano Roma permisero alle truppe italiane comandate da Raffaele Cadorna di conquistare la città (20 settembre 1870), che fu annessa col suo territorio al Regno d'Italia col plebiscito del 2 ottobre 1870: il millenario Stato Pontificio era così finito; né a esso è paragonabile l'attuale Stato della Città del Vaticano, acquisito dal Papato nel 1929 per effetto dei Patti Lateranensi.

M. Petrocchi, La restaurazione romana, Roma, 1943; D. Demarco, Il tramonto dello Stato Pontificio, Torino, 1949; L. Del Pane, Lo Stato pontificio e il movimento riformatore del Settecento, Milano, 1958; R. Almagià, Documenti cartografici dello Stato Pontificio editi dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1960; N. Miko, Das Ende des Kirchenstaates, Vienna, 1962; R. Mori, Il tramonto del potere temporale, Roma, 1967; C. Lea Henry, Le origini del potere temporale dei papi, Foggia, 1976.