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Reform Acts

leggi elettorali inglesi che, a partire dal sec. XIX, estesero gradualmente il diritto di voto alla maggioranza della popolazione maschile adulta. Il primo progetto di legge di riforma del sistema elettorale britannico fu presentato da whigs e radicali nel marzo 1831, sullo slancio del luglio francese. Divenne legge (Act) a metà del 1832. Esso modificò profondamente un sistema rappresentativo rigidamente basato sul censo e perciò riservato ai maggiori proprietari terrieri, la cui conseguenza più evidente era che i piccoli borghi di campagna avevano diritto di eleggere un numero di deputati maggiore che le grandi città (nei primi decenni dell'Ottocento grandi centri industriali come Birmingham e Manchester non avevano rappresentanti, mentre la Cornovaglia, regione agricola, aveva 44 seggi contro i 10 di Londra). I rotten boroughs (borghi putridi) e i pocket boroughs (borghi tascabili) perdettero di peso. È giusto definire la legge del 1832 una “nuova Magna Charta”, anche se appaiono esagerate sia le considerazioni dei tories, che vi vedevano una misura eversiva, sia le insoddisfazioni dei radicali, cui la legge non diede vera soddisfazione in tema di diritti politici dei lavoratori. In realtà, la riforma assicurò un aumento di potere politico agli industriali, in tal modo riflettendo un cambiamento che, in seguito alla rivoluzione industriale, si era verificato nella società e nell'economia. Il Reform Act del 1867 estese il diritto di voto alla piccola borghesia e a una parte del proletariato urbano e fu completato dal voto a scrutinio segreto (Ballot Act, 1872), senza però mai comprendere le donne.

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