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Ricàsoli, Bettino, baróne

uomo politico italiano (Firenze 1809-Brolio, Siena, 1880). Dopo essersi dedicato in gioventù agli studi scientifici, si occupò dal 1838 dei suoi possedimenti di Brolio impegnandosi non solo in continui perfezionamenti delle tecniche agricole, ma soprattutto badando all'elevazione morale e materiale dei contadini. Spirito conservatore intelligente e illuminato, fu in stretti rapporti con gli ambienti del liberalismo moderato e nel 1846 si fece promotore presso il granduca di Toscana di incisive riforme che sostenne poi anche sul giornale La Patria fondato con V. Salvagnoli e R. Lambruschini nel 1847. Deputato al Parlamento toscano (1848), avversò il radicalismo di Guerrazzi e auspicò il ritorno del granduca ma, disgustato dalla Restaurazione avvenuta con l'appoggio delle armi austriache, restituì a Leopoldo II le sue decorazioni e si ritirò di nuovo nei suoi possedimenti. Tornato all'attività politica e pubblicistica intorno al 1857, dopo la fuga del granduca fu nominato ministro degli Interni del governo di Toscana (1859) e quindi dittatore; in tale qualità si oppose con decisione a ogni tentativo reazionario o particolaristico preparando con oculata energia l'annessione al Piemonte. Succeduto a Cavour nella presidenza del Consiglio (1861), diede al nuovo Stato un ordinamento accentrato e cercò invano di raggiungere un accordo con Pio IX intorno alla Questione romana. Costretto a dimettersi (1862) per le ingerenze di Vittorio Emanuele II e per l'opposizione di Rattazzi, ritornò alla guida del governo nel 1866, ma ancora con scarsa fortuna. Dopo aver inutilmente lottato per opporsi alla Pace di Praga e per ottenere il Trentino, fu infatti costretto a cedere di nuovo il posto a Rattazzi (1867) in seguito all'ostilità suscitata da un suo nuovo tentativo di composizione della Questione romana ugualmente inviso a laici e clericali. Sinceramente e austeramente cattolico, continuò tuttavia a vagheggiare anche negli anni successivi la conciliazione con una Chiesa a sua volta riformata e restituita alla sua primitiva e antica umiltà, ma il suo influsso si andò facendo sempre più scarso. Personalità nobilmente intemerata e di adamantina onestà, ebbe carattere tanto inflessibile e aspro da meritarsi il soprannome di “Orso dell'Appennino” oltre a quello più noto di “Barone di ferro”.

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