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Richelieu, Armand-Jean du Plessis de-

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Biografia: dalla giovinezza al 1624

Uomo politico e cardinale francese (Parigi 1585-1642). Nacque in una famiglia della piccola nobiltà: il padre, François, era un uomo d'arme che si batté sotto le insegne di Enrico III e di Enrico IV; morì quando Armand aveva cinque anni e lasciò la famiglia carica di debiti. Richelieu fu allevato al Collegio di Navarra dove ebbe una buona educazione letteraria e quindi all'Accademia da dove sarebbe dovuto uscire ufficiale. Ma la decisione del fratello Alphonse di rinunciare al vescovado di Luçon (appannaggio della famiglia) per dedicarsi alla vita certosina obbligò Armand a intraprendere la carriera ecclesiastica: il che fece senza drammi, anche se la passione per le armi (come del resto l'aspirazione letteraria) rimarrà una costante della sua vita. Nel 1606 si recò a Roma, vi rimase sei mesi, conobbe e fu stimato da Paolo V che lo consacrò vescovo. Prese possesso della sua diocesi nel 1608: fu, tutto sommato, un discreto vescovo, zelante, attivo, ma non si sentì mai a suo agio in quella “fangosa” provincia. Nel 1610 brigò per ottenere una delega e recarsi a Parigi. Vi andò, dopo la morte di Enrico IV, quando più serrata era la lotta tra la reggente (e Concini) e i grandi baroni. Richelieu, dopo un'attenta riflessione, aderì al partito di Maria de' Medici che gli fu grata. Nel 1614 riuscì a farsi eleggere deputato del Poitou agli Stati Generali e nel 1616 si stabilì a Parigi. La simpatia della regina per il giovane prelato non tardò a dare i suoi frutti e Richelieu ottenne con facilità l'incarico di segretario alla Guerra resosi proprio allora vacante. Ma l'esilio di Maria de' Medici (1617) e l'avvento di nuovi favoriti lo portarono a ritirarsi nuovamente in provincia, ad Avignone questa volta, dove si dedicò a studi teologici, senza però perdere di vista la situazione politica. C'erano in Francia due partiti: i “devoti” (cattolici, conservatori, vicini a Maria de' Medici) e i “buoni Francesi” (fautori della politica di Enrico IV); c'era un re, Luigi XIII, giovane velleitario ma sostanzialmente debole. Una situazione politica “difficile”, che vedeva gli ugonotti ergersi, con le loro munitissime piazzeforti, come uno Stato nello Stato e intrattenere rapporti privilegiati con l'Inghilterra e gli altri Paesi protestanti; un fronte cattolico temibilissimo, sostenuto dalla Spagna e dagli Asburgo cui aderiva un'ala consistente della corte sempre pronta alla fronda. Le redini del governo erano nelle mani del potentissimo ma incapace duca di Luynes. In questo contesto Richelieu mostrò una grande abilità: facendo leva ora sull'uno ora sull'altro partito, dichiarandosi uomo di centro, cui i buoni rapporti con Maria non impedivano la simpatia per il Luynes, divenne in breve il fiduciario delle due parti. Così quando si trattò di sistemare i rapporti tra madre e figlio, l'incarico fu affidato a Richelieu che, con le paci di Angoulême (1619) e di Angers (1620), riuscì a far accettare un onorevole compromesso. Fu ancora Maria a ottenere per lui dal re la berretta cardinalizia (1622) e a insistere perché gli fosse riservato un seggio nel Consiglio (1624). Tuttavia ben presto anche il re si accorse che Richelieu era uomo d'eccezione. Anzi, era esattamente ciò che cercava: un cortigiano devoto, tale da lasciargli tutta l'autorità formale di cui si sentiva profondamente investito, ma anche un politico capace di ergersi sopra i partiti, per la maggior gloria della Corona, intesa come nazione; un interprete insomma, talora geniale, delle sue confuse aspirazioni.

Biografia: gli anni della maturità

Quattro mesi dopo essere entrato nel Consiglio, Richelieu ne diveniva presidente. Il suo primo impegno fu di politica estera. C'era, gravissimo, il problema della Valtellina cattolica, presidiata dalle truppe papali: bisognava impedire che divenisse un ponte tra Spagna e Asburgo. Richelieu assoldò un esercito protestante e invase la regione, mentre il suo alleato, Carlo Emanuele I di Savoia, attaccava Genova (1625). Lo spregiudicato colpo di mano (in linea con la politica dei “buoni Francesi”) suscitò un vivo fermento in Francia: i “devoti” presero a brigare per impedire una guerra alla Spagna; gli ugonotti, scontenti per il mancato appoggio ai protestanti tedeschi e alla diplomazia del Buckingam, si ribellarono. La marchesa di Chevreuse mise in atto una congiura di palazzo per assassinare Richelieu, abbattere Luigi XIII e porre sul trono il fratello del re, Gastone. Richelieu, avvertito tempestivamente, sventò la congiura; l'arresto e la condanna a morte di alcuni importanti personaggi, l'esilio di altri, domarono, per il momento, gli ambienti ribelli della corte. Intanto chiudeva il capitolo Valtellina con il Trattato di Monzón (non certo favorevole alla Francia) e, addirittura, concludeva con la Spagna un'alleanza (1627). E poiché il partito dei “buoni Francesi” protestò violentemente, il loro capo finì alla Bastiglia mentre l'esponente più in vista dei “devoti” ebbe la nomina a cardinale. La politica di Richelieu, che parve ai più sconcertante, aveva tuttavia una sua precisa logica. Il cardinale aveva infatti capito che la Francia non poteva essere una grande potenza finché non vi fosse stata abbattuta la potenza militare degli ugonotti, troppo “autonoma” e perciò infida. Per far questo era indispensabile l'aiuto concreto della flotta spagnola. Tra il 1627 e il 1628 si colloca l'assedio della fortezza protestante di La Rochelle – la capitale dello “Stato” ugonotto – in favore della quale si batté, invano, la flotta inglese; nel 1629 la campagna in Linguadoca (di cui Richelieu stese personalmente l'accorto piano militare) concluse la partita. Il documento conclusivo, noto come la “grazia di Alais” (che deve considerarsi una delle maggiori glorie di Richelieu), confermava la libertà di culto ma eliminava la potenza militare ugonotta. Frattanto (1628) era morto l'ultimo dei Gonzaga di Mantova e per la Francia si pose la necessità di sostenere, contro le mire spagnole, i diritti di Carlo di Nevers. La guerra alla Spagna era osteggiata dai “devoti”, ma se essa, per se stessa, poteva avere una qualche giustificazione, diveniva, ai loro occhi, insostenibile dopo la “grazia” di Alais: assumeva cioè il senso di una linea politica anticattolica. Lo scontro tra Maria de' Medici e Richelieu fu inevitabile e durissimo: già nel settembre 1629 il cardinale aveva posto in consiglio la questione di fiducia e il re aveva respinto le dimissioni. Un anno dopo si giunse alla drammatica giornata del 10 novembre (che passò alla storia come la journée des dupes) in cui Maria giocò il tutto per tutto: la battaglia polemica fra i tre, al palazzo del Lussemburgo, fu senza esclusione di colpi. La caduta di Richelieu parve inevitabile. Ma dopo una notte di dubbi, Luigi optò per lo Stato: Richelieu fu confermato “ministro principale”, di fatto l'arbitro della nazione. Maria scelse la via dell'esilio: i suoi accoliti, a cominciare dal fratello del re, Gastone, dispersi, esiliati, giustiziati. La decapitazione del duca di Montmorency, uno dei più nobili e prestigiosi nomi di Francia, segnò il culmine della potenza del cardinale. La Corona non aveva più né oppositori né alleati: nasceva in Francia il potere assoluto. Libero da remore interne, da quel momento Richelieu si dedicò quasi completamente alla politica estera. Chiusa la guerra d'Italia con la Pace di Cherasco (6 aprile 1631) che attribuiva Mantova al Nevers, ebbe il sopravvento la lotta agli Asburgo. La guerra contro la dinastia austriaca, che fino ad allora era stata condotta indirettamente dalla Francia, ebbe una preparazione diplomatica (1635) straordinariamente abile da parte di Richelieu. Ma la Francia non era altrettanto preparata militarmente a sostenere l'urto con le massime potenze d'Europa, e predominanti furono le truppe ispano-imperiali. Tuttavia Richelieu riorganizzò Parigi e l'esercito, suscitò energie nei prelati delle diocesi francesi trasformandoli in altrettanti generali e vinse ancora una volta. Infine, scelto come comandante dell'esercito il futuro gran Condé e come capo dell'esercito il Mazzarino, Richelieu poteva, morendo, aver fiducia nella continuazione della sua opera.

Biografia: gli interessi culturali

Notevole fu nel cardinale l'interesse per la cultura. Se è una leggenda quella che si basa sulla sua pretesa rivalità con Corneille per il Cid, la fondazione dell'Académie Française rimane una gloria culturale imperitura (1634). Sorse sull'esempio della Crusca fiorentina al fine di comporre il vocabolario ufficiale della lingua francese, intesa come gloria del regno. Questa piccola accademia privata di cinque poeti permise al cardinale di partecipare alla stesura di parti di opere teatrali e di essere anche giudice letterario. Cultore d'arte, tra i maggiori collezionisti del suo tempo, raccolse al Palais Royal una straordinaria scelta di dipinti del Rinascimento italiano (tra cui la Vergine e S. Anna di Leonardo e i quadri dello studiolo di Isabella d'Este), sculture antiche e rinascimentali (tra cui i Prigioni di Michelangelo), oggetti d'arte e di artigianato di altissima qualità. Celebre fu anche la sua ricchissima biblioteca. Passate al patrimonio reale, gran parte delle raccolte si trovano attualmente al Louvre. Fra i suoi scritti (di dubbia autenticità sono le memorie e il noto Testament politique) si notano, in lettere di Stato e in ordini militari, quella vigoria e quell'acutezza di vedute che derivano dalla sua educazione giovanile. I suoi interventi in favore della marina (a cominciare dalla guerra contro gli ugonotti) e dell'esercito (dal 1635) furono indubbiamente assai positivi. Anche qui seppe scegliere gli uomini adatti come il Sublet de Noyers, ministro della Guerra, abilissimo organizzatore, cui affiancò un ottimo gruppo di ingegneri militari. Assai meno brillante fu la sua opera amministrativa. L'economia gli fu sempre estranea: dichiarava francamente di non capirne niente. Per avere il molto denaro che gli occorreva per alimentare le guerre non trovò di meglio (né forse poteva al suo tempo) che opprimere il popolo con tasse, a costo di scatenare violente rivolte contadine come quelle dei croquants e dei nus-pieds.

Bibliografia

H. Hanser, La pensée et l'action économique du cardinal de Richelieu, Parigi, 1944; P. Erlanger, Richelieu, Parigi, 1967-70; V. L. Tapié, La France de Louis XIII et de Richelieu, Parigi, 1967; R. Mousnier, P. Grillon, Papiers de Richelieu, Parigi, 1975; H. J. Elliot, Richelieu e Olivares, Torino, 1990.