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Rimbaud, Jean-Arthur

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La giovinezza

Poeta francese (Charleville 1854-Marsiglia 1891). Figlio di un capitano di fanteria che lasciò presto la famiglia e secondogenito di cinque figli, Jean-Arthur Rimbaud venne educato dalla madre in un rigorismo borghese che lo fece soffrire enormemente per la solitudine, deserta di affetti, in cui si vide piombato. Studiò al liceo della città natia e si fece subito notare per la precocità dell'intelligenza e la predisposizione a verseggiare. Assistito dal giovane professore Georges Izambard, suo maestro e amico, Rimbaud scrisse tre poesie che non vennero però pubblicate. Ammiratore di V. Hugo, egli fu decisamente influenzato dai simbolisti che Izambard gli aveva insegnato a leggere e ad amare. Rimbaud è senza dubbio uno degli autori che più hanno precorso lo spirito moderno di contestazione. Spirito inquieto, reagì alla guerra del 1870 con la Prussia e alla caduta del Secondo Impero con un empito di rivolta e di odio contro la società borghese. Si precipitò di nuovo a Parigi (due precedenti evasioni, compreso un tentativo di sistemarsi in Belgio, erano finite nel nulla) per fraternizzare con gli operai della Comune. Non pare tuttavia che abbia combattuto al loro fianco. Simpatizzò certamente con la loro lotta, ma ancora una volta dovette tornarsene a Charleville. Da qui il 15 maggio 1871 scrisse all'amico Démeny la Lettre du voyant (Lettera del veggente).

Il rapporto con Verlaine

In uno slancio di reazione alla letteratura francese nella sua totalità Rimbaud andò alla ricerca di nuove sensazioni e si scoprì “veggente” nell'esercizio del poetare, in quanto ciò conduceva alla liberazione di forze primigenie dell'animo umano, purché si abbandonassero i preconcetti scolastici e le vanità mondane e accademiche. In tale contesto nacque il suo primo capolavoro, Le bateau ivre (1872; Il battello ebbro): immaginazioni rutilanti e fantastiche si profilano in una maniera che presuppone l'influsso di Poe e di Coleridge, piuttosto che di Baudelaire, con straordinaria fantasia e grande libertà poetica. Il manoscritto venne inviato a Verlaine, che non appena lo ebbe letto invitò Rimbaud a recarsi a Parigi. Nella capitale francese, Rimbaud trovò l'amicizia, contrastata, drammatica, sfociata in un legame intimo, di Verlaine, ed ebbe modo di conoscere altri poeti che furono, insieme con lui, dipinti nel famoso Angolo del tavolo di Fantin-Latour. Con Verlaine la relazione divenne tempestosa. Rimbaud si rese conto che stava distruggendo il matrimonio dell'amico, il quale continuava a restare legato alla moglie da un affetto profondo. I due amici si recarono insieme in Belgio, in Inghilterra, poi di nuovo in Belgio, dove Verlaine nel corso di un'ennesima lite (10 luglio 1873) ferì, non gravemente, Rimbaud con due colpi di revolver. Verlaine venne arrestato e Rimbaud tornò in famiglia, nella fattoria di Roche, presso Vouziers.

I capolavori della maturità

A Vouziers Rimbaud riprese e concluse probabilmente Les illuminations (1886; Le illuminazioni; il titolo ha forse solo il significato di stampe colorate, rifacendosi al significato inglese di illumination) e Une saison en enfer (1898; Una stagione all'inferno). Le date indicano l'anno di pubblicazione: molto si è infatti discusso sulla cronologia nella composizione di tali opere e sull'eventuale priorità della seconda sulla prima. Entrambe le opere sono il frutto di una fantasia creatrice eccezionale, legate a una concezione negatrice del mondo e della civiltà. Se le Illuminations, pubblicate dapprima a insaputa dell'autore, come quasi tutti i suoi versi del resto, sono da considerarsi il suo capolavoro in senso assoluto, esse appaiono però come il risultato di ispirazioni diverse, con vertici di esaltazione e abissi disperati, confessioni di un'anima tormentata, non di rado accesa dalla droga. Les illuminations sono la testimonianza di una poesia altissima, di una purezza forse mai toccata né più raggiunta, neppure nella Saison en enfer, ricca di rivelazioni della sua tormentata esistenza, volta alla conquista di una misura diversa, nella poesia e nel sogno, nella vita e nella creazione, che eleva il poeta ad altezze sublimi per lasciarlo, vinto, umile uomo tornato e radicato a quella terra, cosa tra le cose, da cui con un colpo d'ala aveva voluto e saputo staccarsi. Non dunque poeta maledetto, ma cantore superbo di una realtà intuita, toccata, non conquistata per sempre. Rimbaud, negatore di tutto, si acquieta e si rassegna: “Moi je suis rendu au sol” esclama e ancora, lui che aveva bestemmiato Dio, oltraggiato la società, rinnegato Cristo: “Pitié! Seigneur, j'ai peur” al compimento della sua vocazione poetica. Spenta la sua musa Rimbaud visse gli ultimi anni da avventuriero. Nel 1874 fu in Inghilterra, poi viaggiò senza sosta: Batavia, Cipro, l'Egitto e dieci anni in Etiopia, al tempo della campagna coloniale. Si occupò di commerci (non escluso, per alcuni, quello degli schiavi, da altri negato) e fece vita durissima, finché, per una infezione alla gamba destra, che gli fu amputata a Marsiglia, morì nel distacco più assoluto dalle cose del mondo, tanto che la sua morte fu considerata da alcuni come quella di un martire religioso.

Bibliografia

J. Gengoux, La pensée poétique de Rimbaud, Parigi, 1950; F. Musso, Rimbaud, Parigi, 1972; S. Solmi, Saggio su Rimbaud, Torino, 1974; E. Starkie, Arthur Rimbaud, Parigi, 1986; G. A. Bertozzi, Rimbaud. Vita, amore e poesia da reinventare, Roma, 1990; A. Fongaro, Matériaux pour lire Rimbaud, Tolosa, 1990.