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Russia (o Federazióne Russa)

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(Rossijskaja Federačija). Stato dell'Europa orientale e dell'Asia settentrionale (17.075.400 km²). Capitale: Mosca. Divisione amministrativa: 49 regioni, 10 circondari autonomi, 6 territori, 1 provincia autonoma e 21 Repubbliche. Popolazione: 141.780.000 ab. (stima 2008). Lingua: russo. Religione: non religiosi/atei 72,4%, ortodossi 16,3%, musulmani 10%, protestanti 0,9%, ebrei 0,4%, . Confini: Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Bielorussia, Ucraina (NW-SW); Georgia, Azerbaigian, Kazahstan, Mongolia, Cina, Corea del Nord (SW-SE); Mar Baltico (NW), Mar Glaciale Artico (N), Mare di Bering, Mare di Ohotsk, Mare del Giappone (E), Mar Caspio, Mare d'Azov, Mar Nero (SW). Indice di sviluppo umano: 0,806 (73° posto). Membro di: Consiglio d'Europa, CSI, EBRD, ONU e OSCE.

Generalità

Massima unità politica del mondo per estensione territoriale, pari a oltre l'11% delle terre emerse), la Federazione Russa ha ereditato il grande ruolo planetario e i non meno impegnativi problemi interni dell'Unione Sovietica: la sua sezione europea, infatti, ne costituiva il centro decisionale politico e l'immenso dominio siberiano un poderoso serbatoio di materie prime, il cui sfruttamento aveva aperto, da tempo, fronti pionieri in continuo avanzamento. Dopo la dissoluzione dell'URSS queste potenzialità sono rimaste alla Russia: ma in un quadro di cambiamento ancora assai incerto. Sul piano politico, pur mantenendo le forme esteriori di una democrazia, il regime formatosi sotto il presidente Elcin e soprattutto sotto il suo successore Putin è andato via via assumendo caratteristiche sempre più autoritarie, con un controllo assoluto sui media, sulla magistratura e sui grandi affari: la libertà di espressione, di critica e di organizzazione politica e sindacale fondamentalmente rimane, ma con limiti sempre più evidenti e dettati dall'arbitrio del potere; parallelamente, i partiti politici hanno perso ruolo e la partecipazione della gente è andata calando. Come contraltare, anche i rapporti internazionali della Federazione Russa non hanno potuto svilupparsi appieno verso un'integrazione con l'Europa occidentale e un'alleanza con gli USA: al contrario un clima di reciproca diffidenza ha frenato i progressi in quella direzione, spingendo Mosca a perseguire piuttosto una politica di alleanze con la Cina e di protezione verso i regimi autoritari dell'Asia centrale ex sovietica, nel tentativo di mantenere un ruolo di grande potenza. Sul piano economico poi, il modello liberista importato negli anni Novanta del secolo scorso fatica ancora a trovare un equilibrio con strutture amministrative, mentalità di massa e un'organizzazione sociale costruite e consolidate in oltre un settantennio di collettivismo; quando l'iniziativa individuale, tanto nel fondamentale settore agricolo quanto nei comparti industriali e di servizio, era soffocata o ridotta a esprimersi solo con furti e corruzione. L'economia, con l'inizio del sec. XXI, ha preso a galoppare, spinta dagli altissimi prezzi del petrolio di cui la Federazione Russa è il secondo esportatore mondiale: ma di questa crescita non beneficia tutto il Paese. Immensi patrimoni privati si sono costituiti in mano a pochissimi individui attraverso la privatizzazione delle imprese di stato, con procedure oltremodo disinvolte quando non apertamente illegali; un fiume di capitali, ottenuti vendendo risorse naturali, ha preso la via delle banche estere (o dei consumi di lusso importati) invece di essere reinvestito nell'economia nazionale; grandissime aziende industriali sono state lasciate andare in pezzi per carenza degli investimenti necessari a superare la loro arretratezza tecnologica o a riconvertirne la produzione. Così, sul piano sociale, una larga parte della popolazione, soprattutto gli strati più deboli, ha subìto un peggioramento radicale delle proprie condizioni di vita, mentre i dipendenti dello Stato e dei settori industriali deboli ricevono ancora paghe bassissime che li costringono a doppi e tripli lavori a spese dei servizi (sanità, istruzione, difesa ecc.) loro affidati. A tutto questo si aggiungono gravi e irrisolti problemi come il più che decennale conflitto armato nel Caucaso del N (in Cecenia, ma con riflessi nelle Repubbliche autonome adiacenti e un terribile strascico di terrorismo), l'insufficienza del patrimonio abitativo, la carenza di vie di comunicazione efficienti, il peso di un apparato militare gigantesco e in larga parte ormai inadatto alle nuove condizioni geopolitiche mondiali. Una massa di problemi che solo con molta difficoltà questo grande e ricco Paese potrà sbrogliare in breve tempo senza rischiare nuovi e imprevedibili scossoni.

Lo Stato

Dopo la Rivoluzione d'ottobre del 1917, la Russia è stata la principale Repubblica dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS) creata il 30 dicembre 1922 e comprendente i territori già soggetti all'impero zarista. Nella seconda metà degli anni Ottanta, la perestrojka attuata da M. S. Gorbačëv ha portato allo scioglimento dell'URSS (25 dicembre 1991): la Russia, proclamata nel 1990 la propria sovranità rispetto all'URSS, il 31 marzo 1992 si è data un nuovo assetto federale insieme ai leader di 14 delle 16 Repubbliche autonome e di altre 60 entità autonome decretando così la nascita della Federazione Russa. La nuova Costituzione, approvata per referendum nel dicembre 1993, conferisce al presidente (eletto direttamente dal popolo) enormi poteri, solo in parte limitati dalla Camera bassa, o Duma di Stato (450 membri eletti per 4 anni a suffragio universale, metà col sistema proporzionale e metà in collegi uninominali), che esercita il potere legislativo, e dalla Camera alta, o Consiglio della Federazione, i cui 178 membri vengono eletti in numero di 2 da ciascuna unità amministrativa del Paese. Il presidente viene eletto per quattro anni e non può ricevere più di due mandati consecutivi; dispone di una sua propria potentissima amministrazione, parallela a quella che fa capo al governo, che pure è da esso nominato e revocato; può nominare e dimettere praticamente tutti i più alti dirigenti dello Stato e può sciogliere il Parlamento. Il 30 giugno 2000 la Duma ha approvato una riforma che ridimensiona i poteri dei governatori regionali, dei presidenti delle repubbliche e delle altre entità autonome, attribuendo anche la loro nomina e revoca al capo dello Stato (invece che a un voto popolare) e accrescendo così ulteriormente il potere del centro su tutto il territorio della Federazione Russa. Anche la Camera alta è stata investita da questa riforma, perdendo di fatto il potere di veto che deteneva sulle decisioni legislative. Il sistema giudiziario russo è basato su quello classico europeo, ma la magistratura non dispone di una vera indipendenza, essendo sottoposta di fatto al controllo del presidente e del governo. La pena di morte, formalmente in vigore, non viene applicata dal 1996. Le forze armate, dopo una serie di tagli e riforme, contano su ca. un milione di uomini, per la più gran parte addetti alla sorveglianza e alla manutenzione di una gigantesca rete di basi e arsenali; la leva è ancora obbligatoria, ma dovrebbe essere sostituita dal reclutamento volontario che già con le riforme introdotte alla fine degli anni Novanta copre le principali esigenze operative della difesa. Il sistema scolastico pubblico è ricalcato fondamentalmente su quello sovietico, per quanto riguarda le istituzioni e l'ordinamento, mentre sono cambiati i programmi con l'introduzione di nuove materie e l'abolizione di quelle legate ai principi ideologici dell'URSS. L'istruzione è obbligatoria per nove anni, dal settimo al sedicesimo anno d'età, e gratuita; il corso di studi obbligatorio è suddiviso in una scuola elementare della durata di quattro anni e una scuola media che ne dura cinque. Gli studenti che vogliono proseguire gli studi frequentano per altri due anni la scuola media superiore per poi accedere all'università, previo un esame d'ammissione. Dai primi anni Novanta è iniziato un processo di apertura alle scuole private, prima inesistenti, che in breve tempo ha portato alla nascita di numerosi istituti e college di ogni livello. In questo stesso periodo sono stati apportati anche sostanziali cambiamenti ai programmi scolastici a tutti i livelli.

Territorio: morfologia

La regione che si stende nell'Europa orientale sino agli Urali è sostanzialmente formata da un'unica grande pianura (pianura russa o sarmatica) che, dal punto di vista geologico, poggia su un substrato cristallino rigido, precambriano. Tale imbasamento tuttavia non è integro, ma fratturato, fagliato e quindi diviso in blocchi che sono all'origine dei “rialti” e dei bassopiani coperti da terreni sedimentari diversi, paleozoici e mesozoici; al di sopra di tali formazioni si stende una coltre di depositi quaternari, d'origine glaciale e fluviale. A tale morfologia si collegano, per esempio, i numerosi laghi della Carelia, formatisi per le difficoltà del drenaggio dovute ai depositi morenici abbandonati dai ghiacciai quaternari. I rilievi che movimentano, nella sezione centrale, le pianure russe sono il Rialto del Valdaj, il Rialto centrale Russo e le Alture del Volga. Si tratta in generale di basse colline tondeggianti che si elevano di alcune centinaia di metri al massimo e che terminano verso E con delle scarpate che corrispondono ad antiche superfici di faglia. Questi rilievi sono sostanzialmente i resti di antichi penepiani che si estendono dal piede dei Carpazi, attraverso l'Ucraina, sino alla linea del Volga, al di là della quale si hanno superfici paleozoiche incluse nella regione dei monti Urali, la lunghissima catena orientata da N a S che costituisce il limite convenzionale tra Europa e Asia. La regione gradualmente si deprime a S verso il Mar Nero e il Mar Caspio coprendosi di terreni lössici e di depositi alluvionali lungo i corsi dei fiumi che l'attraversano (in particolare, il Don e il Volga). Le conche del Mar Caspio e del Mar Nero, che nell'era cenozoica costituivano un unico mare continentale, sono dominate dalla catena del Caucaso, che comprende la vetta più alta del Paese (Elbrus, 5633 m.s.m.) e il cui fronte settentrionale è preceduto da un avampaese di ampie dorsali. Ma è la regione siberiana (ca. 12,8 milioni di km²) a costituire la maggior porzione territoriale della Federazione Russa. Essa corrisponde alle terre che si estendono a E degli Urali sino all'Oceano Pacifico e latitudinalmente dal Mar Glaciale Artico al Kazahstan (che fisicamente vi rientra per gran parte) e agli allineamenti montuosi che orlano gli altopiani della Mongolia e la Manciuria (Cina). La regione siberiana presenta una sua relativa unità solo quanto a condizioni climatiche ma morfologicamente è molto varia. Le divisioni di massima, da questo punto di vista, corrispondono alla Siberia occidentale o Bassopiano Siberiano, all'Altopiano della Siberia centrale e alla sezione più orientale o Estremo Oriente. La Siberia occidentale è costituita fondamentalmente da un eccezionale, ininterrotto bassopiano, praticamente orizzontale per ca. 2000 km, delimitato a W dagli Urali, a S dalle alture del Kazahstan (la “soglia kazaca”), dalle catene dell'Altaj e dei monti Saiani, a E dalle scarpate dell'Altopiano della Siberia centrale. In quest'unica piatta pianura le alluvioni recenti si sovrappongono a enormi pile di strati sedimentari, che rivelano come il bacino sia stato occupato dal mare per periodi lunghissimi. Oggi è percorso da grandi fiumi, in particolare dall'Ob e dai suoi affluenti (fra cui l'Irtyš) e dallo Jenisej. Ma lo scorrimento delle acque, data anche la conformazione del bacino (che tende a sollevarsi sul bordo artico per il progressivo innalzamento delle zone costiere dopo il ritiro dei ghiacciai quaternari), è estremamente difficile; ciò deriva fondamentalmente dal fatto che i fiumi sgelano a monte prima che a valle, dato che il loro corso è diretto da S a N. Ne conseguono gigantesche inondazioni: si può dire che tutto il bacino sia un'unica distesa di paludi. Nella fascia pedemontana e montana meridionale l'orogenesi ercinica ha formato cospicui bacini carboniferi (è qui il famoso bacino del Kuzbass) e un belt minerario che continua fino alle alture settentrionali del Kazahstan. La sezione che si stende a E del Bassopiano Siberiano presenta una conformazione del tutto diversa. Essa è infatti montagnosa, variamente articolata, pur configurandosi a grandi linee come un vasto altopiano delimitato a S da possenti fasci montagnosi che orlano le strutture irrigidite dei tavolati mongoli. Nell'insieme si tratta di un ambiente aspro, esasperato dalla nordicità, di difficile penetrazione e ancor oggi quasi spopolato, benché esso pure assai ricco di risorse minerarie (per esempio i giacimenti di carbone, nichel e rame di Norilsk). Strutturalmente l'Altopiano della Siberia centrale (o anche Altopiano Siberiano) rappresenta un frammento dell'antichissimo continente dell'Angara, sezione della primordiale Laurasia. È formato infatti da rocce archeozoiche che affiorano su vaste superfici; l'immensa zolla però ha subìto i contraccolpi delle successive orogenesi avvenute nella fascia più meridionale ed è stata pertanto fratturata e divisa in rialti e bassopiani. I primi raggiungono i 1700 m nei monti Putorana, all'estremità nordoccidentale; per il resto le altitudini si mantengono mediamente sui 500-700 m. A una gigantesca frattura si deve anche la formazione del lago Bajkal (che infatti tocca i 1620 m di profondità ed è il lago più profondo della Terra), caratteristico elemento che si frappone tra i monti Saiani (3491 m), i monti Jablonovy (1645 m) e l'altopiano di Stanovoj (2999 m). L'estrema sezione orientale della Siberia, al di là del fiume Lena, comprende un sistema assai complesso di allineamenti montuosi che hanno però una direzione essenzialmente meridiana e che pertanto si connettono alle geosinclinali marginali, circumpacifiche, dell'Asia. Le catene si elevano al di sopra di ampie depressioni alluvionali che a N terminano sull'irregolare e piatta costa artica, fronteggiata da alcuni grandi e frammentati arcipelaghi (il più vasto è quello delle isole della Nuova Siberia). I principali allineamenti sono quelli dei monti di Verhojansk (2389 m) e dei monti Čerski, che raggiungono i 3147 m nel monte Pobeda; l'estrema sezione orientale è occupata dall'altopiano dell'Anadyr (1853 m), tra il Mar Glaciale Artico e l'Oceano Pacifico, lungo il quale si allineano, da N a S, i monti del Kolyma, i monti Džugdžur e i Sihote-Alin, gli unici a superare i 2000 m. Tutte queste catene sono d'origine mesozoica e fronteggiano un ulteriore arco orografico esterno, più recente (era cenozoica), formato dai rilievi dell'isola di Sahalin e da quelli della penisola di Kamčatka, che con il festone insulare delle Curili chiude il Mare di Ohotsk. Qui il vulcanesimo, che ha formato imponenti coni montuosi (come il Ključevskaja Sopka o Ključi, di ben 4750 m, massima cima della Kamčatka), rivela, insieme con altri fenomeni, manifestazioni orogenetiche ancora in atto: è questa infatti una zona che fa parte della “cintura di fuoco” del Pacifico, instabile, scossa sovente da terremoti.

Territorio: idrografia

Il territorio russo occidentale è solcato da un ventaglio di fiumi poderosi ed è diviso, dal punto di vista idrografico, in diversi bacini, il più esteso dei quali è quello che tributa al Mar Caspio, soprattutto attraverso il Volga, il maggior fiume europeo (lungo 3531 km). Quest'ultimo si origina dal Rialto del Valdaj, raccoglie la maggior parte delle acque di tutta la pianura compresa tra il Rialto centrale russo e gli Urali, rispettivamente drenati il primo soprattutto dal Volga stesso e dal suo affluente Oka, i secondi dal Kama, il massimo affluente del Volga (lungo 1805 km, 507.000 km² di bacino) e dal corso superiore dell'Ural (2428 km). Come tutti i fiumi russi, il Volga ha regime molto irregolare e durante il disgelo (aprile-maggio) aumenta la sua portata fino a 50 volte quella del periodo di magra (dicembre-gennaio); anche per tale ragione esso è stato regolato da una serie di giganteschi bacini (un altro, poderoso, è sul Kama) utilizzati sia per la produzione di energia elettrica, sia per garantire la navigazione, in funzione della quale il Volga è stato collegato al Don a formare il famoso sistema dei “cinque mari”. Il maggior tributario del Mar Nero (più esattamente sbocca nella sua diramazione settentrionale, il Mar d'Azov) è il Don (1870 km), che drena la sezione orientale del Rialto centrale russo. Minore importanza e sviluppo hanno i fiumi che volgono verso N: la Dvina settentrionale è il principale fiume artico. Il drenaggio verso il Mar Glaciale è reso difficile dalla piattezza del territorio e dai depositi morenici; i grandi laghi, come il Ladoga e l'Onega, i maggiori d'Europa, si inseriscono in ardui percorsi fluviali che si spiegano con la labilità degli spartiacque. Viceversa, l'idrografia siberiana è in generale formata da fiumi diretti verso il Mar Glaciale Artico. Il Bassopiano occidentale è drenato dall'Ob (5410 km con il suo principale affluente, l'Irtyš) e dallo Jenisej (4092 km), fiumi di vasto bacino e grandi portate che hanno un profilo d'equilibrio maturo, ma che tendono stagionalmente a esondare nelle piatte superfici della grande depressione siberiana. Fiume di poderose dimensioni è anche la Lena (4400 km), che drena la regione bajkalica e la sezione orientale dell'Altopiano Siberiano. Ultimo dei grandi fiumi diretti verso la costa artica è il Kolyma (2513 km), tra i monti omonimi e i Čerski. Unico importante tributario del Pacifico è l'Amur (4416 km con il suo affluente Silka), che scorre nella vasta depressione compresa tra i monti Sihote-Alin e i rilievi della Cina settentrionale.

Territorio: clima

La rigidezza dell'inverno è il carattere saliente del clima delle pianure russe. Il gelo le interessa quasi per intero e in una misura che, nella parte più settentrionale, è testimoniata dai terreni gelati (merzlota) che risalgono al Pleistocene. Le temperature medie annue sono molto basse, ma soprattutto bassi sono, appunto, i valori invernali, dato il grande peso che ha la continentalità nel determinare le condizioni termiche. A Mosca le medie di gennaio sono di –10 ºC; a San Pietroburgo, più a N ma con una continentalità più attenuata, –7 ºC. Sulla costa del Mare di Barents le medie scendono normalmente a –20 ºC. D'estate, nuovamente per effetto della continentalità, si possono avere valori massimi anche elevati, ma le medie raggiungono a Mosca, in luglio, 17 ºC, a San Pietroburgo 16 ºC; sulle coste artiche si hanno valori di poco inferiori ai 10 ºC. Solo nei limitati tratti costieri che affacciano sul Mar Nero e sul Mar Caspio si ha un mite clima subtropicale, misurato dalle medie di gennaio di 4 ºC e da quelle di luglio di 25 ºC. Alla continentalità si connette anche la relativa povertà delle precipitazioni, che ovunque non superano gli 800 mm annui e che raggiungono, a Mosca, i 600 mm; esse in generale decrescono verso E e SE. All'allentarsi delle alte pressioni, in primavera, inizia la stagione del disgelo, il ricorrente grande episodio della vita russa, con il fango – presente ovunque – dovuto alla rapida fusione delle nevi e del ghiaccio del suolo, con i fiumi in piena, con le prime precipitazioni, che saranno più intense d'estate. Nel S, soggetto al regime subtropicale o mediterraneo, si verifica però l'inverso: prevalgono cioè le precipitazioni invernali e autunnali, mentre le estati sono siccitose. Ancora più spiccatamente rigido è il clima della regione siberiana. Sull'Altopiano Siberiano, nelle zone di Verhojansk e Ojmjakon, si ha il “polo del freddo”, dove si registrano cioè le più basse temperature del globo (fino a –70 ºC), esclusa l'Antartide, e dove le medie di gennaio sono di –48 ºC. Ciò si deve non solo alla latitudine ma anche all'accentuata continentalità; le medie di luglio nella stessa zona raggiungono i 13 ºC e quindi si hanno escursioni termiche annue persino di oltre 80 ºC. Nel Bassopiano Siberiano, data la minore altitudine, le temperature sono relativamente meno rigide e a Novosibirsk, sul suo margine meridionale, le medie di gennaio sono di –25 ºC. Valori particolari si hanno nella regione intorno al lago Bajkal, che con la sua enorme massa d'acqua riesce a creare condizioni climatiche più miti; ma anche Vladivostok, che pure si trova alla latitudine dell'Europa centrale e per di più è posta sul mare, ha medie di gennaio inferiori a –10 ºC e medie di luglio inferiori a 20 ºC. Le precipitazioni, data la povertà delle masse d'aria umide che arrivano su queste regioni, sono scarse, non superando ovunque i 500 mm annui e abbassandosi anche a meno di 250 mm nella fascia più settentrionale. Si tratta per gran parte di precipitazioni nevose: la neve, in certe zone, dura al suolo anche più di 250 giorni all'anno.

Territorio: geografia umana: popolamento e gruppi etnici

La Russia ha le sue aree più popolate nella parte europea, dove si sono stabiliti, via via sovrapponendosi fin dall'antichità, i popoli nomadi provenienti dai grandi spazi centroasiatici, e da dove è poi partita l'espansione che dal sec. XVI in avanti ha portato i russi a occupare e colonizzare, accanto e spesso a danno delle popolazioni autoctone, le diverse regioni del grande dominio che va dal Baltico al Pacifico. Nonostante sia l'impero zarista sia il regime sovietico abbiano perseguito una politica di russificazione delle popolazioni inglobate nei confini politici del loro Stato, tale indirizzo è rimasto ben lontano dall'essere completo e – a parte le repubbliche diventate indipendenti nel 1991, nelle quali i russi sono ovunque solo minoranze – nel territorio della Russia continuano a vivere moltissimi gruppi etnici, grandi, piccoli e piccolissimi, che hanno mantenuto una loro precisa identità. Entro gli attuali confini del Paese (2003), il gruppo etnico principale è quello dei russi (79,8%), seguiti da Tatari (3,8%), ucraini (2%), Baschiri (1,2%), Ciuvasci (1,1%), ceceni (0,9%), armeni (0,8%),Mordvini (0,6%), bielorussi (0,6%), Avari (0,5%), kazachi (0,5%), tedeschi (0,4%), Udmurti (0,4%), altri (7,4%). Le nazionalità presenti nei territori russi comprendono popolazioni ugro-finniche come i Mari, i Mordvini, i Komi, i Careli ecc.; popolazioni d'origine turca (o uralo-altajca) eredi dei dominatori tartari dell'Orda d'Oro, come i Tatari di Kazan, i Calmucchi del basso Volga, i Baschiri degli Urali centromeridionali; genti caucasiche come gli Osseti e i Dagestani; popolazioni mongole e tunguse come i Buriati e gli Jacuti, e paleosiberiane come i Ciukci, i Coriacchi, gli Jukagiri. Nonostante la forte emigrazione degli ultimi decenni verso gli USA e Israele, sono ancora numerosi anche gli ebrei, sparsi un po' ovunque ma soprattutto nelle grandi città: quasi assenti invece nella provincia autonoma (Birobidžan) che Stalin aveva loro riservato in una remota zona al confine con la Cina. Sotto il profilo demografico, sono stati ormai assorbiti i terribili squilibri provocati dalla seconda guerra mondiale (20 milioni di caduti) succeduti a quelli non meno gravi causati dalla prima guerra mondiale e dalla guerra civile, complessivamente valutati – ma si hanno stime contrastanti – sui 10-15 milioni. Al riassorbimento contribuì la campagna demografica che, dopo l'ultima guerra, sollevò l'indice di natalità oltre il 23‰ nonostante la forte diminuzione del numero dei maschi; dopo una progressiva ascesa, esso ha cominciato a regredire e oggi è assestato sul 11,3‰ (2007). Nel dopoguerra è andato anche fortemente riducendosi l'indice di mortalità, in rapporto alle migliorate condizioni di vita; gli ultimi vent'anni, tuttavia, hanno visto un nuovo seppur lieve peggioramento: oggi la mortalità è intorno al 14,7‰ (2007). Dal 1992, primo anno in cui il numero dei morti ha superato quello dei nati, la popolazione dunque va riducendosi progressivamente, a un ritmo che allarma i demografi e che solo in parte è stato compensato, nei primi anni Novanta, dal ritorno di moltissimi russi che vivevano nelle altre repubbliche ex sovietiche. L'analisi della piramide demografica evidenzia che appena il 14,5% della popolazione appartiene alla classe d'età compresa fra 0-14 anni, mentre il 71,2% si colloca nella classe intermedia (15-64 anni): il tasso di fecondità è infatti andato calando sistematicamente dopo il 1988 ed è oggi tra i più bassi al mondo (1,1 bambini per donna). Sebbene la riduzione del tasso di natalità sia la norma nei Paesi industrializzati, il decremento russo presenta caratteristiche peculiari, le cui motivazioni non sono riconducibili, come avviene di solito, all'aumento della ricchezza e del livello di vita, bensì, al contrario, all'incertezza della situazione economica e a un nuovo peggioramento delle condizioni di salute della popolazione. Sostanziali differenze fra le caratteristiche demografiche russe e quelle dei Paesi occidentali si riscontrano anche a proposito della “speranza di vita”, che per le donne russe è relativamente “normale” (73 anni) mentre per i maschi è bassissima (61), vicina a quella di Paesi con reddito molto inferiore. Le cause principali di questa situazione sono individuabili nell'aumento dell'inquinamento e della malnutrizione ma soprattutto nell'alcolismo e nella riapparizione di malattie endemiche quali la dissenteria e il colera.

Territorio: geografia umana: organizzazione del territorio e urbanesimo

Il 73% (2008) della popolazione vive nelle città; il resto nei villaggi rurali, che peraltro stanno conoscendo un progressivo abbandono: si calcola che oltre un decimo dei 160.000 villaggi censiti nella Russia siano rimasti oggi completamente disabitati, mentre una quota ancor maggiore è abitata quasi esclusivamente da persone anziane. Il fenomeno colpisce soprattutto i villaggi costruiti in aree remote e isolate, non raggiungibili dalla rete dei servizi moderni (luce, gas, telefono ecc.). Nelle zone rurali “vive”, in genere si hanno insediamenti più piccoli ma più numerosi e vitali nelle aree ad agricoltura intensiva, più grandi ma distanziati nelle zone ad agricoltura estensiva; la varietà degli insediamenti è poi molto influenzata anche da fattori etnici e storici. L'abbandono riguarda anche numerose piccole cittadine del vasto N, sia nella parte europea sia in quella asiatica, costruite accanto a imprese industriali e minerarie che sono state successivamente chiuse per motivi economici. Per quanto riguarda l'organizzazione gerarchica dei centri, non esiste una gamma di insediamenti ampia come in Europa occidentale, dove i vari centri sono stati gerarchizzati in rapporto ai molteplici ruoli e collegamenti che essi hanno nei confronti della campagna: spesso tra villaggio e capoluogo di una vasta regione (oblast) mancano centri di dimensioni intermedie. Molti grossi e importanti centri si sono sviluppati soltanto fra le due guerre mondiali o addirittura nel secondo dopoguerra con la valorizzazione industriale di nuove regioni (è il caso delle grosse città della regione degli Urali e delle città siberiane nel bacino del Kuzbass, nate nella prima metà del Novecento e che hanno registrato una crescita percentualmente più alta delle città occidentali); altre, specialmente a W degli Urali, lungo il Volga e lungo le antiche vie commerciali che legano la Russia al Caucaso, sono invece antichi centri d'origine commerciale o con funzioni amministrative, divenuti sedi di industrie. Nascita e sviluppo delle città non sono stati, soprattutto nel periodo sovietico, elementi spontanei bensì pianificati secondo le funzionalità territoriali e le esigenze economiche delle diverse regioni. In generale si può dire però che l'organizzazione territoriale russa abbia ancora i suoi punti chiave nei centri d'antica fondazione (città con funzioni strategiche e militari nel passato, città commerciali, nodi di comunicazioni ecc.), cui si aggiungono i poli delle più recenti aree industriali. Se si escludono i centri delle città storiche, il panorama urbano della Russia è estremamente uniforme, dominato da edifici amministrativi e residenziali di grandi dimensioni (anche i villaggi sono spesso costituiti non da case unifamiliari ma da blocchi prefabbricati di 5-6 piani) inseriti in un tessuto viario a maglie larghe con abbondanza di verde. Solo negli ultimi anni del sec. XX questo panorama ha cominciato a modificarsi, in parte, con l'apparire di vistosi edifici commerciali e nuove tipologie abitative (grandi ville unifamiliari fuori delle città) destinate alle classi più agiate. La città maggiore, capitale della federazione è Mosca, una delle più grandi metropoli del mondo, in continua crescita per l'afflusso di immigrati dalle altre regioni russe e dotata di un poderoso sistema amministrativo, industriale e commerciale che ne fa quasi uno Stato a sé. Mosca è il massimo nodo delle comunicazioni aeree, stradali e ferroviarie nonché un importante porto fluviale: il fiume che la attraversa, la Moscova, è canalizzata e ben inserita nel grande sistema idroviario detto dei “cinque mari” (Baltico, Bianco, Azov, Nero e Caspio). Seconda città è San Pietroburgo, l'ex capitale voluta da Pietro il Grande come “finestra sull'Europa”, cresciuta con questa funzione nei secoli di massimo splendore della Russia zarista, e arricchita ancora da una grandiosa architettura; oltre che attivissimo porto, il principale del Paese, ha importanti e molteplici funzioni industriali (chimiche, meccaniche, alimentari ecc.). Il Volga, con le sue funzioni di grande arteria naturale della Russia europea, ospita sulle sue rive diverse metropoli industriali di prima grandezza, come la storica Nižni Novgorod, già Gorki, alla confluenza dell'Oka nel Volga, e Kazan, capitale della Repubblica autonoma dei Tatari, Samara, già Kujbyšev, le cui molteplici industrie sono favorite da un gigantesco impianto idroelettrico; la vicina Togliatti, cuore dell'industria automobilistica russa; e ancora Volgograd, già Stalingrado, interamente ricostruita dopo la più sanguinosa battaglia dell'ultima guerra mondiale, vitalizzata anch'essa da un'enorme centrale idroelettrica e dall'apertura del canale Volga-Don. Tutte queste città, tra le quali va inclusa anche Perm, nell'alto bacino del Kama, in un'area mineraria di carbone e ferro, nel loro insieme delineano una fascia ad alta urbanizzazione e industrializzazione, ricca di fonti energetiche (energia idroelettrica e petrolio), che corre da N a S lungo il versante occidentale degli Urali. Anche sul versante orientale della catena si trovano “grappoli” di città industriali importanti come Ufa, capoluogo della Repubblica autonoma dei Baschiri; Jekaterinburg, già Sverdlovsk, massimo nodo ferroviario degli Urali e sede di grandiosi complessi industriali; Čeljabinsk, nei cui pressi si trovano alcuni dei maggiori centri dell'industria nucleare. Verso E le grandi città si trovano scaglionate lungo la Transiberiana: così Omsk e Novosibirsk, sulla quale ultima gravita il grande bacino minerario e industriale del Kuzbass. Più oltre, sempre sull'asse della Transiberiana, si trovano Krasnojarsk, al centro di un'immensa regione di foreste e miniere; Irkutsk, massimo centro della regione del Bajkal; Ulan-Ude, dove s'innesta la Transmongolica; Habarovsk, diventata il principale snodo dei traffici commerciali russo-cinesi; e infine Vladivostok, capolinea della ferrovia e attivo porto sul Pacifico. Nella regione siberiana i veri centri pionieri sono però le nuove città situate sui grandi fiumi, teste di ponte di vaste aree ricche di minerali la cui valorizzazione è ancora all'inizio; una delle maggiori è Jakutsk, sulla Lena. Un'altra serie di grossi centri urbani si trova poi nella parte europea, a S di Mosca, nella fascia fertile che arriva fino al Mar Nero: i più importanti sono Rostov su cui grava la regione carbonifera del Donbass; Voronez, Saratov e Krasnodar, centri con lunghe tradizioni di commercio e smistamento verso il resto del Paese dei prodotti agroalimentari delle proprie regioni.

Territorio: ambiente

La Russia ospita, soprattutto in Siberia, grandissime estensioni di terreno intatte, dove la vegetazione si sviluppa spontaneamente, salvo i danni prodotti dall'inquinamento atmosferico e dall'attraversamento di strade, condutture elettriche o gasdotti. Al regime delle precipitazioni, ai suoli e in genere al clima si deve, nella sezione occidentale del territorio russo, il succedersi delle diverse fasce pedologiche e vegetali, da S a N. Sulla facciata artica si ha la tundra, con le magre coperture di muschi e licheni – pascolo stagionale per le renne – cui succede la fascia forestale (la taiga) di pini, abeti e betulle, diffusa sui suoli grigi, o podsol, e più a S la più ampia zona della foresta mista di latifoglie e conifere. Nella zona comprendente le alture del Volga si ha poi la fascia delle praterie, delle steppe su suoli neri, o černozëm, attivate dalle piogge primaverili ed estive e quindi ottime per la cerealicoltura. Le terre che orlano il Mar Caspio e il Mar Nero, seppure aride e in alcune zone addirittura desertiche, hanno nel complesso un clima che consente l'esistenza di specie subtropicali, mediterranee. La maggior parte dell'area siberiana rientra nel dominio della foresta boreale di conifere, in prevalenza del genere Picea, e betulle (la taiga), che nelle aree paludose e montagnose assume adattamenti particolari. La foresta degrada verso N, lasciando il posto via via alla tundra di muschi e licheni (ma al di là del Circolo Polare Artico i terreni sono gelati per nove mesi all'anno). Questa successione zonale, che varia localmente secondo l'altitudine, si riscontra su tutto il fronte siberiano; esso, tuttavia, nella fascia più meridionale, nelle aree che si saldano alle steppe kazache, nella valle dell'Angara, intorno al lago Bajkal, nella valle dell'Amur e sulla costa del Pacifico riceve influssi temperati che rendono possibile la comparsa di latifoglie. Percentualmente modesta (7,5%) sull'immensa superficie del Paese è l'area sottoposta a coltivazioni, in massima parte arative (cereali e patate). Data la vastità dei territori poco o per nulla antropizzati (soprattutto nella Siberia orientale), è ancora molto ricca anche la fauna, che comprende tutte le specie tipiche delle regioni artiche, subartiche e temperate, compresi i grandi mammiferi come orsi, alci e tigri delle nevi. Numerosissime sono però le minacce ambientali che gravano sul territorio della Russia. Inquinamento (pesticidi e fertilizzanti chimici) del terreno e delle falde acquifere ed erosione dei suoli nelle aree a intensa attività agricola; dispersione nell'atmosfera di polveri e vapori tossici intorno alle aree industriali, soprattutto nella regione degli Urali; piogge acide sui boschi sottovento rispetto alle stesse aree; deforestazione di grandi zone boschive, intenzionale o per incapacità di prevenire o domare grandi incendi; presenza di numerose, sparse aree di contaminazione radioattiva a volte molto intensa, sul terreno o in acque interne o anche in mare, per incidenti agli impianti o per maldestro abbandono di residui e scorie; cattiva gestione delle discariche e degli impianti di smaltimento rifiuti; inquinamento superficiale del terreno da idrocarburi, spesso molto grave, nelle zone di estrazione petrolifera e lungo le migliaia di chilometri di oleodotti. Una tale minacciosa situazione ha per contro generato, soprattutto negli ultimi anni Ottanta e nei primi Novanta dello scorso secolo (anche sull'onda emotiva suscitata dalla tragedia di Černobyl dell'aprile 1986) una forte crescita dei sentimenti ecologisti tra la popolazione, e quindi la nascita di moltissimi gruppi ambientalisti, soprattutto a livello locale; anche le autorità hanno dovuto tenere conto di tali diffusi sentimenti, pur se spesso in modo insufficiente o addirittura solo di facciata. Il Paese conta una rete abbastanza fitta di parchi nazionali (35), distribuiti soprattutto nelle regioni europee, e di riserve naturali scientifiche (zapovedniki), distribuiti su tutto il territorio, dall'Artico al Caucaso e dal Baltico al Pacifico (8,8%), cui si aggiungono molte aree protette a livello di amministrazioni locali.

Economia: generalità

L'economia russa ha ereditato da quella sovietica un apparato produttivo di rilevanti dimensioni ma di scarsa efficienza, sul quale paiono dover gravare ancora per un certo tempo, nonostante i netti miglioramenti degli ultimi anni, rapporti sociali e di scambio che, in un contesto politico difficile e lontano dal delineare un ambiente imprenditoriale propulsivo, non favoriscono il perseguimento di lineari direttrici di sviluppo. Dopo la proclamazione della nuova entità politico-statuale, i progetti di accelerazione delle riforme miranti a una rapida e integrale introduzione di rapporti di mercato sono stati ostacolati, infatti, da un lato dall'impossibilità di garantire alla popolazione le condizioni minime per la sopravvivenza, dall'altro da forti pressioni dell'establishment per la conservazione di meccanismi preesistenti, in un conflitto di interessi che ha fatto della transizione in atto nella Federazione Russa la più tormentata e incerta dell'Europa orientale. Si è configurato un sistema economico ibrido e disarticolato nel quale la crescente indigenza della popolazione, colpita da forti fenomeni inflattivi, ha trovato come contropartita lo sviluppo di forme di economia parallela e l'arricchimento di speculatori, operanti spesso ai margini della legalità e orientati in prevalenza alla tesaurizzazione piuttosto che all'investimento produttivo. Il commercio privato ha conosciuto una forte espansione, giungendo a interessare ca. il 30% delle attività di scambio; la privatizzazione delle industrie, che si è voluta promuovere, in una prima fase con l'assegnazione di coupon azionari alla popolazione, è stata al contrario lenta e incapace di attrarre capitali esteri, coesistendo a lungo con la sopravvivenza di un esteso sistema di sovvenzioni statali. In queste condizioni iniziali di rigidità e immobilismo delle strutture economiche, la sola azione sui prezzi si è tradotta in una prima fase nella perdita del controllo dell'offerta di moneta da parte dello Stato e, quindi, nell'introduzione di ulteriori elementi di instabilità macroeconomica nella politica finanziaria: ciò, malgrado la forte riduzione delle spese, ha accresciuto notevolmente il deficit del bilancio e l'indebitamento del Paese. L'iperinflazione conseguitane (2200% ca. nel 1992) ha così annullato i benefici derivati dal rinvio della dismissione delle imprese inefficienti, cioè dal contenimento del livello della disoccupazione (stimata, all'epoca, attorno al 3%): valutazioni ONU registravano, nel solo 1992, un raddoppio della popolazione al di sotto della soglia di povertà (fino al 30% ca.). Nel persistere del ritardo nell'erogazione effettiva dei promessi aiuti occidentali e del ridotto afflusso di investimenti esteri (pari a un quinto della fuga di capitale), tali condizioni si traducevano in una brusca caduta del reddito nazionale, diminuito di un terzo ca. fra il 1990 e il 1992. Nei primi anni Novanta la società russa si trovava quindi in uno stato critico, avendo sperimentato, oltre a notevoli fenomeni recessivi, la riduzione delle capacità di coesione del sistema economico necessarie a evitarne distorsioni nello sviluppo. A eccezione del quadro normativo-istituzionale, le caratteristiche dell'economia coincidevano ancora in buona parte con quelle dell'ex Stato sovietico; e il sistema produttivo riproponeva inoltre una marcata dicotomia fra la sezione europea, più sviluppata e differenziata per composizione settoriale delle attività, centrata sulla regione di Mosca, e quella asiatica, specializzata principalmente nella fornitura di materie prime e, in subordine, nelle produzioni di base. Svantaggiate dai sensibili condizionamenti climatici, le regioni a Oriente degli Urali avevano del resto conosciuto solo a partire dagli anni Quaranta una valorizzazione sistematica, capace di incidere realmente in una realtà socioeconomica ancora in larga parte improntata a forme di vita tradizionali. Il periodo delle riforme strutturali, introdotte nei 2-3 anni immediatamente successivi alla disgregazione dell'Unione Sovietica, è stato seguito da una fase di consolidamento, durante la quale si è evidenziata la disomogeneità dei progressi compiuti e la contraddittorietà delle risposte date dai diversi settori produttivi ai cambiamenti imposti. Anche una successiva fase del programma di privatizzazione, lanciata nel 1995 con la vendita a un gruppo ristretto di grandi finanzieri russi (da allora chiamati comunemente “oligarchi”) delle trenta maggiori aziende del Paese, incluse quelle dei settori strategici come il petrolio, dava risultati finanziariamente insufficienti, specie nei confronti degli investimenti esteri. Ancor più lungo, graduale e contraddittorio si è poi mostrato il processo di privatizzazione nel settore agricolo. I primi provvedimenti, nel 1992, avevano imposto alle aziende collettive e statali di istituire commissioni incaricate di impostare e controllare il processo di frazionamento in imprese private individuali, ovvero la trasformazione in cooperative di produttori: alla fine del 1993, più del 95% delle aziende era stato riorganizzato sulla base di queste formule. Tuttavia, la maggior parte degli agricoltori aveva conservato forme di organizzazione di lavoro collettivo e, per molti aspetti, si è trattato soltanto di una ristrutturazione superficiale. Alla fine del 1993 veniva introdotta con un contestatissimo decreto la possibilità per i privati cittadini di vendere e comprare la terra: ma per diversi anni il provvedimento è rimasto sostanzialmente lettera morta per il rifiuto delle autorità locali (e dei dirigenti delle aziende collettive, spesso coincidenti con quelle) di acconsentire a tali compravendite. Accanto a quelli connessi alla privatizzazione, uno dei principali problemi che la Federazione Russa si è trovata ad affrontare è stato quello del controllo della spesa pubblica, sulla quale ha pesato, nel corso dei primi anni del periodo postsovietico, la decisione di non interrompere la concessione di crediti agevolati alle repubbliche ex sovietiche e, in misura egualmente importante, il rifiuto dei dirigenti della Banca Centrale di negare l'erogazione dei sussidi all'industria e all'agricoltura, poiché non si intendeva accettarne le conseguenze politiche. Allo stesso tempo, però, ci si è trovati di fronte alla difficoltà di incrementare le entrate, in considerazione della quasi totale mancanza di finanziamenti – sia interni, sia esteri – e della permanenza di alcuni importanti settori dell'economia, in particolare quello del gas naturale, in un regime di sottotassazione. Ne è inevitabilmente seguito un incremento dell'offerta di moneta e della pressione inflazionistica (il tasso di inflazione si è attestato sul 300% nel 1994); la perdita di valore del rublo che ne è seguita è stata molto elevata: nel 1991, un dollaro equivaleva a 30 rubli, mentre nel 1994 occorrevano 2200 rubli per un dollaro. Il deprezzamento della divisa russa si è accentuato drammaticamente nell'ottobre del 1994, quando, in un solo giorno, si è avuta una caduta pari al 27%. La necessità di arginare questi fenomeni ha determinato la decisione di intervenire drasticamente per ridurre il deficit di bilancio e l'inflazione, usufruendo anche dell'aiuto concesso dal FMI. La contemporanea sostituzione dei vertici della Banca Centrale ha consentito il rilancio, da parte di tale organismo, della lotta all'inflazione, condotta tramite la riduzione dell'offerta di moneta. Allo stesso tempo, sono stati adottati provvedimenti per garantire al rublo una maggiore stabilità: si è decisa la creazione di una banda di oscillazione (4550-5150 rubli contro un dollaro) all'interno della quale contenerne le fluttuazioni rispetto al dollaro. Positivi sono stati gli effetti di queste manovre sul tasso di inflazione, la cui tendenza al ribasso, manifestatasi nel 1995 (200%), è proseguita negli anni successivi, quando i tassi sono andati, almeno in apparenza, normalizzandosi (20% nel 2001). Tuttavia, l'andamento dei prezzi al consumo, nella fase di “rientro” dell'inflazione, è stato assai irregolare, con brusche impennate e altrettanto rapide diminuzioni. Va detto, peraltro, che i dati ufficiali non risultano sempre attendibili né univoci rispetto alle fonti internazionali. Elementi di contraddittorietà si rilevano anche nelle cifre riferite al reddito pro capite: a fronte di una media di 2240 dollari al cambio corrente nel 1995, e addirittura doppia se rapportata al presunto potere di acquisto (che relegava, comunque, la Russia al 74° posto della relativa graduatoria mondiale), il 27,5% della popolazione si sarebbe collocato ancora al di sotto del minimo vitale; il dato, pur ridimensionato al 22% nell'anno seguente e inferiore alle citate stime internazionali del 1992, restava nettamente al di sopra di quello calcolato all'inizio del 1994, dimostrando – a parte l'evidente disomogeneità delle valutazioni – che gli effetti della frattanto intervenuta svalutazione del rublo non erano stati ancora riassorbiti, mentre l'apparato statale non era più in grado di corrispondere stipendi e pensioni. La concessione, nel 1996, di un prestito di 10,8 milioni di dollari ancora da parte del Fondo Monetario Internazionale voleva dimostrare fiducia nei confronti del Paese e della sua dirigenza; questa però, sotto la pressione della Duma, era costretta a emettere un'enorme massa di obbligazioni a breve termine (che nel 1997 risultavano, esse sole, pari al 5% del PIL) appunto per poter pagare gli arretrati a lavoratori e pensionati, accrescendo il già pesante debito pubblico e incanalando i capitali stranieri al di fuori degli investimenti produttivi. Nonostante ciò, proseguiva all'interno il processo di privatizzazione, che coinvolgeva compagnie petrolifere, grandi industrie (per esempio, nella metallurgia del nichel), gruppi finanziari e gli stessi mass media, assumendo crescente rilevanza politica, tuttavia in una situazione di scarsa trasparenza per l'intervento, dall'estero, di forze notoriamente speculative. In effetti, il 1997 faceva registrare, per la prima volta, una lieve crescita del PIL, ma si trattava di una ripresa effimera, seguita da un nuovo crollo nel 1998 (riprendendo il suo corso solo alla fine del decennio e all'inizio del nuovo millennio). All'inizio del 1998, invero, l'apparente stabilizzazione monetaria aveva consentito l'introduzione del “nuovo rublo” (pari a 1000 vecchi rubli), che la Banca Centrale, ampliando ulteriormente la banda di oscillazione nei confronti del dollaro, riusciva a difendere efficacemente dagli attacchi speculativi, nonostante la caduta del mercato borsistico (–75% in soli nove mesi). Ma in agosto una nuova tempesta si abbatteva sul rublo, che veniva sospeso dalle quotazioni ufficiali, costringendo a rinviare i termini di pagamento del debito e relegando la Federazione Russa al di fuori di ogni credibilità internazionale. Più che il cambio di governo, che evidenziava insanabili contrasti politici interni, erano sia la volontà dei Paesi occidentali di non compromettere eccessivamente gli equilibri geopolitici mondiali sia la volatilità dei mercati finanziari a spostare l'attenzione verso altri areali di crisi (nuovamente quello asiatico, cui si affiancava quello latino-americano), lasciando il gigante russo alle prese con tutti i suoi problemi strutturali: difficoltà di riconversione organizzativa e produttiva, obsolescenza tecnologica, divari regionali.L'inflazione, che dopo aver raggiunto punte record all'inizio degli anni Novanta, era stata ricondotta a livelli più accettabili (16% nel 2000), ma passando attraverso improvvisi rialzi, rovinosi per i piccoli risparmiatori e in genere per tutti i percettori di redditi fissi. La disoccupazione mostrava una tendenza al rialzo, superando la soglia del 10% a partire dal 1997. Incidevano negativamente sulla situazione economica russa anche la crisi finanziaria dei Paesi del Sud-Est asiatico, esplosa nella seconda metà del 1997, nonché la caduta dei prezzi delle materie prime sui mercati internazionali e, non ultima, la crisi politica che il Paese attraversava negli ultimi anni Novanta. Il processo di privatizzazione non ha dato allo Stato i risultati sperati, in quanto si è tradotto per lo più in un accaparramento selvaggio a beneficio di una ristretta fascia di persone, vicine alla leadership politica, e peraltro, nella seconda metà del decennio Novanta, ha subìto una battuta d'arresto, mentre proseguiva massiccia la fuga dei capitali all'estero con gravi effetti negativi sulla bilancia dei pagamenti e sul bilancio pubblico. Pochissimi progressi sono stati compiuti, in tutto il primo decennio di vita della Russia, nell'ammodernamento dei trasporti e di altre infrastrutture: solo le telecomunicazioni hanno fatto veri progressi. Su questo panorama di grave stallo si è inserita fortunatamente, a partire dallo shock mondiale dell'11 settembre 2001, la rapida dinamica di rialzo dei prezzi internazionali del petrolio, di cui la Russia è il secodo esportatore mondiale, e del gas, che la vede al primo posto. L'afflusso crescente di valuta pregiata dall'export di energia, insieme a una ristrutturazione del debito estero concordata nel 1999 e nel 2000 con i Paesi creditori e a un drastico miglioramento delle entrate fiscali grazie a una riforma delle aliquote e del servizio di esazione, hanno consentito allo Stato di riprendere fiato e poi di avviare un meccanismo di crescita senza precedenti nell'ultimo ventennio. Il PIL è andato crescendo in media del 6-7% all'anno fino al 2005 compreso, trainato dopo il 2002-2003 anche da un boom dei consumi della popolazione, i cui redditi reali sono aumentati, e da una ripresa degli investimenti, con capitali nazionali e stranieri. Si è inoltre drasticamente ridotto il debito estero, dal 97,4% del PIL nel 1998 al 28% nel 2005, e il bilancio dello Stato è sempre rimasto in attivo, consentendo l'accumulo di scorte che potrebbero essere impiegate per migliorare le condizioni di vita della popolazione (un quarto degli abitanti si collocava nel 2004 sotto la soglia di povertà) e allargare quindi ulteriormente la base dei consumatori. Restano comunque ancora molti problemi gravi, solo in parte nascosti dalla contingenza petrolifera favorevole: lo stato di obsolescenza e non competitività di una larga quota del comparto industriale e della quasi totalità di quello agricolo; la permanenza di uno straordinario livello di corruzione tra i funzionari pubblici e la loro troppo frequente connessione con ambienti di “imprenditoria criminale”, ramificati a tutti i livelli; l'invadenza in ogni sfera della vita economica di aggressive lobby legate a potentati politici; in generale, lo scarso rispetto di leggi e regole, che finisce per tener lontane dagli affari molte potenzialità.

Economia: agricoltura, allevamento e pesca

I contrasti fra le varie parti del Paese si manifestano con immediata evidenza nelle forme di utilizzazione del suolo e negli orientamenti colturali, all'interno del settore primario: l'estensione dell'arativo, percentualmente modesta, è ovviamente concentrata nelle regioni occidentali, mentre nelle regioni orientali scende in conseguenza delle condizioni climatiche e pedologiche (larga estensione del permafrost), sostituita da una copertura prevalente a taiga e tundra. Il settore agricolo russo attraversa, come detto, una difficile fase di riconversione, che vede ancora non del tutto compiute, nel 2005, le misure legislative per liberalizzare la proprietà fondiaria: la legge fondamentale è stata approvata nel 2002 ma ancora mancano parte delle misure attuative e di garanzia, e continuano le resistenze da parte di autorità locali e dirigenti di aziende agricole collettive. Mancando inoltre i grandi investimenti necessari all'adeguamento infrastrutturale – strade, reti di trasporto veloce, magazzini moderni – è chiaro che i riflessi sulla commercializzazione dei prodotti e, dunque, sul soddisfacimento della domanda alimentare interna sono ancora pesanti. Nonostante ciò, nel fondamentale comparto cerealicolo, si registrano da diversi anni raccolti positivi, che lasciano spesso margini anche all'esportazione: accanto al grano, si segnalano anche le colture di orzo, avena e segale, bene adattabili alle alte latitudini, e quella del mais. Diffusa ovunque è la patata, che costituisce la principale riserva calorica della popolazione (anche a livello psicologico: non c'è russo che non si tenga da qualche parte, anche lontano da dove abita, un campicello di patate “per ogni evenienza”) mentre le colture orticole si concentrano, ovviamente, nella sezione occidentale del Paese e beneficiano della riorganizzazione aziendale (cavoli, piselli, pomodori, carote, cipolle, cocomeri). Fra le colture industriali prevalgono la barbabietola da zucchero e le oleaginose, mentre le tessili si riducono a modesti quantitativi di lino, canapa e iuta, con evidenti riflessi sull'industria di trasformazione. La consistenza del patrimonio zootecnico, un tempo particolarmente ricca, è diminuita del 40% dal 1990 al 2000 per poi gradualmente risalire; il Paese resta (se non altro per le sue dimensioni) uno dei maggiori produttori mondiali di latte e carne, ma è anche un importatore netto. Alle latitudini superiori sono diffusi la caccia e l'allevamento di animali da pelliccia e sopravvivono anche forme di pastorizia itinerante legate alla presenza della renna. Le vastissime aree di taiga della fascia settentrionale, che costituiscono la più grande riserva forestale al mondo, hanno dato luogo a significative attività di trasformazione del legno e a una notevole produzione cartaria, nelle quali la Siberia orientale ha ormai superato la regione di più antico sfruttamento degli Urali. La pesca, che vanta una flotta di primaria importanza in campo internazionale attiva in varie parti del globo, dà un importante contributo al fabbisogno alimentare e sostiene l'industria conserviera; fronte nazionale più ricco di risorse ittiche è quello del Pacifico. Nell'insieme, a dimostrazione del lungo cammino ancora da fare per quanto riguarda efficienza e produttività, il settore primario occupava ancora nel 2003 il 10% ca. della popolazione attiva, contribuendo solo per il 5% ca. alla formazione del PIL.

Economia: risorse minerarie e industria

Il settore secondario, ancora fondamentale sia per capacità occupazionale (pur ridotta rispetto all'ultimo periodo sovietico a causa delle privatizzazioni e della riconversione produttiva) sia per partecipazione alla formazione del reddito nazionale, presenta attività diversificate, basate sulla valorizzazione delle abbondanti materie prime disponibili nel Paese, tuttavia incrementando, come già l'URSS, il volume delle risorse utilizzate piuttosto che realizzandone una più efficiente gestione. La particolare rilevanza assunta dalle industrie pesanti e fornitrici di beni capitali nonché la consistenza dei comparti legati alle produzioni belliche ne costituiscono infatti, pur nella lenta e incerta ristrutturazione in corso, aspetti peculiari e vincolanti. Grande importanza deriva alle attività estrattive dalla varietà dei minerali presenti e dalla ricchezza dei giacimenti: il Paese annovera le prime riserve mondiali di petrolio e gas naturale (provenienti soprattutto dalla Siberia occidentale), ma abbondanti sono anche quelle di carbone, ferro, uranio e mercurio; mentre per altri minerali (manganese, nickel, cromite, bauxite, rame, stagno, zinco) le risorse sono assai meno abbondanti di quelle detenute, nel passato, dall'URSS nel suo complesso. Notevole la presenza di metalli preziosi (oro e platino) e di diamanti. Prima e sempre più preponderante fonte di introiti da esportazione, il settore petrolifero ha conosciuto negli anni Novanta del Novecento notevoli difficoltà, legate alla carenza di investimenti e tradottesi in una riduzione delle capacità produttive; successivamente però lo slancio è stato riacquistato (anche grazie a privatizzazioni sottocosto e a sottotassazioni che hanno lasciato enormi margini di profitto e dunque di investimento alle aziende) e i livelli produttivi nei primi cinque anni del sec. XXI sono tornati molto alti. Sono state inoltre terminate o avviate importanti strutture per il trasporto – diversi oleodotti, il porto petroli di Novorossijsk sul Mar Nero e quello di Novo Urengoj nella Siberia settentrionale. La produzione elettrica conta su grandi impianti termici (alimentati principalmente da idrocarburi) e numerosi reattori nucleari (che forniscono il 15% della produzione totale di energia), nonché sullo sfruttamento della forza idrica di fiumi di grande portata (dighe sono presenti soprattutto nei sistemi del Volga, del Kama, ma anche nel Caucaso settentrionale), ma risulta in calo (876.000 milioni di kWh nel 2000 con un decremento del 20% rispetto al 1990), pur restando il Paese al quinto posto della graduatoria mondiale. In tale abbondanza di risorse minerarie ed energetiche continua ad avere un ruolo centrale l'industria pesante, a iniziare dalla siderurgia, avviata già in epoca zarista ma favorita poi in misura sostanziale dagli indirizzi della politica economica sovietica, anche in funzione delle esigenze infrastrutturali e della difesa del Paese: fra le principali unità di produzione sono i complessi di Magnitogorsk, nella sezione meridionale degli Urali, Novokuzneck nella Siberia occidentale, e quindi gli impianti di Novotulski, Nižnij Tagil e Petrovsk-Zabajkalskij, oltre alle molteplici e minori localizzazioni dell'area di Mosca (Tula, Lipeck, Noginsk ecc.). Notevoli sono pure le attività metallurgiche, per i minerali non ferrosi presenti tanto nel Caucaso settentrionale (Nalčik, Vladikavkaz) e nell'area settentrionale (Mončegorsk, Kandalakša, Norilsk) quanto negli Urali e nelle regioni del lontano Oriente. Gli impianti per l'alluminio, il rame e il nickel girano a piena capacità e reinvestono in modo massiccio nell'acquisto di nuove tecnologie, mentre sia la produzione sia l'esportazione hanno dato risultati eccellenti grazie anche a una ripresa dei corsi di questi metalli. La volontà del governo russo di restituire una posizione di rilievo al Paese sulla scena internazionale si rileva anche da tutta una serie di decisioni concrete in alcuni campi economici fondamentali: primo fra tutti l'incondizionato sostegno a un rilancio industriale. Il settore industriale nel 2003 ha contribuito per il 33% ca. alla formazione del PIL, occupando il 30% ca. della popolazione attiva: sviluppata più di ogni altra, sebbene non avanzata tecnologicamente, è l'industria meccanica, che fornisce una gamma di prodotti piuttosto diversificata, capace di soddisfare in buona parte il fabbisogno interno; si nota anche una crescita delle costruzioni meccaniche, delle industrie leggere e di quelle alimentari, settori che avevano in precedenza attraversato una fase di crisi particolarmente dura. Di notevole rilevanza è l'industria automobilistica, che ha il suo cuore storico a Togliatti con gli impianti VAZ ma è presente nel triangolo Mosca-Niznij Novgorod-Jaroslavl nel Tatarstan con la produzione di veicoli industriali a Naberežnyie Čelny; negli ultimi anni anche diverse case automobilistiche straniere hanno avviato produzioni in varie località del Paese, a volte in locazioni già esistenti, in accordo con aziende russe, altre volte costruendo impianti del tutto ex novo. Il settore è certamente quello che ha fatto registrare le migliori tendenze espansive. Cospicua anche l'industria aeronautica: il settore civile ha attraversato una lunga stagnazione per mancanza di ordinativi interni e ha cominciato a riprendersi solo dopo il 2000; sempre florido invece il settore aeronautico militare. La chimica, consolidatasi solo nel secondo dopoguerra, offre una gamma di produzioni piuttosto ampia: dagli acidi, di largo impiego industriale, e dai fertilizzanti alle materie plastiche e alle fibre sintetiche; apprezzabile per capacità produttive sebbene tecnologicamente arretrata rispetto alla realtà dei Paesi più sviluppati è pure la farmaceutica, localizzata prevalentemente a Mosca e San Pietroburgo. Fra le industrie leggere, affermata è l'agroalimentare, con struttura più solida nelle aree meridionali, dove trova migliori e maggiormente diversificati approvvigionamenti; al contrario si concentra nella fascia settentrionale (regioni di Smolensk, Kaliningrad, Kirov, Arcangelo, San Pietroburgo ecc.) l'industria del legno, della cellulosa e della carta, che vi trova ingenti risorse forestali. Al di fuori del settore manifatturiero importante è il comparto dei materiali da costruzione, specializzato nella fornitura di prefabbricati pesanti; nel settore edile, tuttavia, la prefabbricazione in cemento armato, destinata all'edilizia popolare, ha attraversato una lunga crisi, mentre ha registrato un vero boom la produzione di mattoni e materiali di qualità, destinati alle nuove case dei ricchi e della middle class. Anche l'industria bellica ha subìto un tracollo negli anni Novanta, soprattutto nei settori della cantieristica e dei veicoli corazzati, che per decenni avevano costituito il fulcro dell'apparato militar-industriale sovietico; la ripresa, evidente dopo il 1998, riguarda soprattutto i settori a tecnologia più avanzata, dalla missilistica all'elettronica, ed è stata fortemente sovvenzionata dai governi sotto la presidenza Putin: il Paese è il quarto esportatore mondiale, dopo Stati Uniti, Regno Unito e Francia. Nel complesso, mentre i rami industriali di base hanno subìto i contraccolpi dovuti alla perdita del ruolo – già detenuto dall'URSS – di massima potenza del mondo socialista e, pertanto, di fornitrice privilegiata di fonti energetiche e beni strumentali a tutti i Paesi che gravitavano nella sua orbita, i rami legati ai consumi della popolazione si sono trovati di fronte alla concorrenza dei prodotti esteri e solo molto lentamente stanno riorganizzandosi e aggiornando le loro produzioni, in presenza di una domanda interna in crescita ma ancora molto debole.

Economia: comunicazioni e commercio

Le infrastrutture di trasporto riflettono in modo molto netto il dualismo territoriale fra la sezione europea e quella asiatica del Paese, presentandosi piuttosto fittamente e omogeneamente distribuite nella prima e ridotte invece solo ad alcuni assi di penetrazione, innestati sulla ferrovia Transiberiana, nella seconda. Di particolare rilievo è l'estensione del sistema di trasporto fluviale, 96.000 km nel 2004, di cui ben 72.000 nella parte europea, articolati principalmente attorno al Volga. Principali porti marittimi nei mari settentrionali europei sono quelli di San Pietroburgo, Arcangelo, Murmansk; Vladivostok, Nahodka e Petropavlovsk-Kamčatski sul Pacifico; sul Mar Nero ha molta importanza il porto di Novorossijsk. Fondamentale strumento è la rete ferroviaria, la cui funzione diviene ancora più nettamente dominante nelle regioni asiatiche, per le quali ha costituito primario strumento di colonizzazione: ruolo di tal genere si è del resto proposta, a N del tracciato della Transiberiana (Mosca-Vladivostok), la linea Bajkal-Amur (BAM o Bajkal Amur Magistral), la più impegnativa realizzazione nel settore. Rilevante, soprattutto per le aree più isolate della Siberia, è stato lo sviluppo dei collegamenti aerei, organizzati in una rete piuttosto estesa di stazioni aeroportuali. Di primario interesse per l'economia russa è il gigantesco sistema di oleodotti e gasdotti (239.000 km in totale, nel 2004), che permettono il trasporto degli idrocarburi dalle regioni più isolate ai grandi centri industriali nonché la loro esportazione verso i Paesi europei. La rete stradale infine, pur estesa per oltre mezzo milione di km (1996, di cui oltre 360.000 asfaltati), risulta di fatto sottodimensionata, sia a causa degli ostacoli frapposti dalle condizioni fisiche e dalle lunghissime distanze, sia per la scarsa rilevanza che il modello politico-economico sovietico aveva dato allo sviluppo del trasporto automobilistico. Gli scambi internazionali, in una prima fase all'inizio degli anni Novanta, hanno continuato a svolgersi prevalentemente nell'ambito degli Stati già facenti parte dell'URSS. Una fase molto importante nel processo di liberalizzazione e diversificazione del commercio estero russo si è quindi aperta con la sottoscrizione (1995) di un accordo con l'Unione Europea: questa si è impegnata ad abolire le quote sulla maggior parte delle importazioni di prodotti industriali (con l'eccezione dei comparti siderurgico, nucleare e tessile) provenienti dalla Russia, la quale, a sua volta, ha dichiarato di accettare le regole antidumping previste dal GATT (General Agreement on Tariffs and Trade). Oggi i principali partner commerciali sono la Germania, la Cina, l'Italia e l'Ucraina. Altri accordi commerciali sono stati stipulati con le repubbliche ex sovietiche dell'Asia centrale e, in Europa, con la Bielorussia. Le esportazioni russe riguardano in gran parte energia e prodotti minerari, ma si estendono anche a un'amplissima gamma di prodotti industriali; fra le importazioni prevalgono macchine, prodotti alimentari e chimici. La bilancia commerciale riesce a conseguire grandi margini di attività, legati soprattutto agli alti prezzi del petrolio e del gas. Il terziario interno è, a sua volta, in forte espansione, pur dovendosi considerare la persistenza di un forte apparato pubblico. I servizi privati, dalla distribuzione alle comunicazioni, sono letteralmente “esplosi” dopo il 1998: oggi le vendite al dettaglio sono quasi completamente privatizzate, e nel 2004 si contavano oltre 1000 società telefoniche. Settore di grande potenzialità e relativamente nuovo è il turismo: andata in pezzi la tradizionale struttura statale che si occupava in modo esclusivo della gestione dei turisti stranieri nell'URSS, con canali completamente separati da quelli del turismo interno, oggi molte strutture private stanno crescendo con grande dinamismo e rapidità senza più distinguere fra turisti stranieri e “nazionali”. Il settore è in piena attività a Mosca, San Pietroburgo e in alcune altre grandi città, ma si notano segni di veloce progresso anche nelle località minori e nelle zone con attrattive naturali. In crescita anche più rapida, d'altra parte, i servizi turistici – agenzie, compagnie aeree charter ecc. – destinati ai russi che si recano all'estero, cresciuti da quasi zero nel 1990 a svariati milioni l'anno nel 2000 e ancora in aumento.

Storia: la Repubblica parlamentare e la questione cecena

La Russia ha riacquistato status di Repubblica parlamentare in seguito al fallito colpo di stato moscovita dell'agosto 1991, sotto la guida di Boris N. Elcin, presidente eletto dal Parlamento fin dal 1990 (e confermato a suffragio popolare nel giugno 1991). Propostasi quale erede dell'URSS nelle questioni di interesse sovranazionale e in quanto promotrice della fondazione della CSI (21 dicembre 1991), assumeva la denominazione ufficiale di Federazione Russa (o Russia) il 31 marzo 1992, con la ratifica di un trattato istitutivo sottoscritto da 14 delle 16 repubbliche autonome (assenti la Repubblica dei Tatari e la Ceceno-Inguscezia, che rivendicavano l'indipendenza). Ereditato il posto dell'URSS nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nel 1992 si assumeva la responsabilità del debito estero del vecchio Stato e il controllo del grosso delle forze armate, risolvendo più tardi dopo lunghi negoziati i contrasti con l'Ucraina relativamente alla flotta del Mar Nero. Nel frattempo, ai positivi risultati ottenuti in politica estera, con la sottoscrizione di un nuovo accordo START (sulle testate nucleari a lunga gittata) e con la concessione di un nuovo trattato federale per attenuare le pressioni separatiste, facevano però riscontro un deterioramento della situazione interna e l'aggravarsi delle condizioni economiche, con la frammentazione del quadro politico e il riaffiorare di raggruppamenti estremistici di destra e di sinistra. Di questa situazione si avvantaggiava la lobby industriale-militare, favorevole a un'introduzione più graduale delle riforme economiche e a un consolidamento dei legami con la CSI, piuttosto che con l'Europa occidentale. Inoltre, la pressione dei moderati determinava la mancata riconferma del primo ministro ad interim E. T. Gajdar e la sua sostituzione (dicembre 1992) con V. S. Černomyrdin, rappresentante degli interessi della grande industria statale. Da tempo latente, nel 1993 diveniva insanabile il contrasto tra Elcin e il Parlamento. Dopo un primo braccio di ferro apparentemente risolto nell'aprile con l'approvazione di un referendum in favore del presidente, il conflitto si riaccendeva sull'ipotesi di una nuova Costituzione e culminava con il decreto presidenziale di scioglimento del Parlamento e l'indizione di nuove elezioni (21 settembre). La maggioranza dei deputati, guidati da A. V. Ruckoj e da R. I. Chasbulatov, si asserragliava nella sede del Parlamento. Ne seguiva un tentativo insurrezionale che induceva infine Elcin a ordinare (4 ottobre) il bombardamento contro la “Casa Bianca” piegando la resistenza dei ribelli, un numero imprecisato dei quali rimaneva ucciso. Sostenuta da tutta la diplomazia occidentale, la drastica scelta del presidente russo finiva però per indebolirlo sul piano interno rafforzando il ruolo dei vertici militari. Le successive elezioni del 12 dicembre dimostravano un certo declino della popolarità di Elcin: poco più del 50% degli elettori votava al referendum sulla nuova Costituzione e di questi solo il 58% esprimeva il proprio consenso. Ancora meno positivo il risultato per l'elezione del nuovo Parlamento, dove l'ultranazionalista di destra V. Žirinovskij coglieva un buon successo. In politica estera, la prosecuzione della trattativa sul disarmo conduceva all'accordo di Mosca del 13 gennaio 1994 tra Elcin, il presidente statunitense B. Clinton e il capo di Stato ucraino L. M. Kravčuk sulla denuclearizzazione dell'Ucraina e il passaggio delle sue armi atomiche alla Russia; contestualmente quest'ultima e gli Stati Uniti si impegnavano a non puntarsi contro i propri missili. Nel dicembre 1994 l'esercito russo invadeva la Cecenia, repubblica caucasica dichiaratasi indipendente da Mosca, e, dopo aspri combattimenti con i guerriglieri separatisti, ne occupava, nel febbraio 1995, la capitale Groznyj. Nel maggio 1995, in occasione del cinquantesimo anniversario della vittoria nella seconda guerra mondiale, Elcin si incontrava a Mosca con il presidente statunitense Clinton; i colloqui avevano però esito deludente in quanto Elcin confermava il veto russo all'ingresso nella NATO dei Paesi dell'ex blocco sovietico (uno dei maggiori motivi di contrasto tra Mosca e i governi occidentali, che si sarebbe risolto, relativamente ai Paesi Baltici, solo nel 2003) e non si impegnava ufficialmente per una risoluzione pacifica del conflitto ceceno. In giugno un blitz dei separatisti ceceni nella città russa di Budënnovsk, conclusosi sanguinosamente, induceva il primo ministro Černomyrdin ad avviare trattative con il leader indipendentista Džokar Dudaev, che fruttavano però solo una breve tregua. La guerra in Cecenia e la sempre maggior diffusione della criminalità organizzata influivano negativamente sulla popolarità di Elcin e del suo governo; alle consultazioni elettorali svoltesi nel dicembre 1995 per il rinnovo dei 450 seggi della Duma i partiti di ispirazione centrista e riformista venivano così nettamente sconfitti dai comunisti di Gennadij Zjuganov e dai nazionalisti di Žirinovskij. Nonostante la débacle elettorale, Elcin e Černomyrdin proseguivano nella loro politica di riforme, mentre in Cecenia, dopo l'uccisione del leader separatista Dudaev, si perveniva alla stipulazione di una nuova tregua e di un accordo per il ritiro delle truppe russe. Nel giugno 1996 si teneva il primo turno delle elezioni presidenziali, che si concludeva con l'ammissione al ballottaggio di Elcin e del leader comunista Zjuganov; dopo una campagna elettorale combattuta e incerta il ballottaggio, svoltosi il 3 luglio, veniva superato da Elcin, che subito dopo confermava Černomyrdin alla guida del governo. Proprio lo stato di salute del presidente, costretto a un delicato intervento chirurgico al cuore fra il primo e il secondo turno elettorale, determinava una fase di acuta incertezza e oscurità circa l'effettivo esercizio del potere supremo, apparentemente affidato volta a volta a “consiglieri” e funzionari al di fuori dei normali meccanismi politici democratici; una fase che sarebbe in effetti durata per tutto il secondo mandato di Elcin. In compenso la crisi cecena appariva avviata verso la composizione, con il ritiro delle truppe russe (ottobre 1996) e le successive elezioni (gennaio 1997), che davano la presidenza cecena al leader indipendentista moderato A. Maskhadov e inauguravano una nuova fase nei rapporti con Mosca. Nell'autunno del 1997, dopo anni di sacrifici, arrivavano per il popolo russo le prime buone notizie sul fronte economico: inflazione sotto controllo, stabilizzata attorno a un rispettabile 15%, spesa pubblica in discesa con un bilancio statale sostanzialmente in pareggio, produzione industriale in netta ripresa con un più 7%, investimenti esteri in crescita addirittura del 300%, tutti dati che lasciavano ben sperare per il futuro del Paese e che riscuotevano il plauso del FMI. Anche se i problemi di fondo permanevano, la Russia sembrava ormai uscita dal baratro politico-economico in cui era piombata dopo il 1992, avendo al suo attivo un settore privato che ormai rappresentava il 70% del PIL e 130.000 imprese pubbliche privatizzate (ca. il 60% del totale).

Storia: il declino di Elcin e l'avvicendamento di Putin

Il risanamento progressivo della situazione russa faceva sì che Elcin venisse invitato a Denver (20-22 giugno 1997) al vertice dei Paesi industrializzati (G7, che con l'ingresso a pieno titolo della Russia diveniva G8), anche se la delegazione russa non partecipava alle riunioni di carattere economico-finanziario ma soltanto a quelle politiche. Molti però erano ancora i problemi da risolvere; il malcontento della popolazione, dovuto soprattutto alle restrizioni inflitte al fine di risanare l'economia (che fra l'altro prevedevano anche il blocco degli stipendi), creava ancora numerosi problemi. Nel marzo 1998, per timore di tentativi di rivolta, il presidente Elcin sollevava dall'incarico il primo ministro Černomyrdin aprendo una nuova crisi. Dopo varie controversie e ostacoli frapposti soprattutto dall'opposizione di sinistra, il 24 aprile la Duma affidava la guida del nuovo governo al più giovane premier dell'era postcomunista, il trentacinquenne Sergej Kirienko, già Ministro dell'Energia nel governo precedente. La crisi economica, tuttavia, sembrava inarrestabile ed Elcin, ad agosto, decideva di affidarsi di nuovo al fedele Černomyrdin, indicandolo anche come suo successore alla scadenza del mandato presidenziale (fine 2000). Bocciato per due volte dal Parlamento, a maggioranza comunista, a settembre Černomyrdin era costretto a ritirarsi ed Elcin, sotto lo spettro di una rivolta popolare, doveva rassegnarsi a conferire l'incarico a Evgenij Primakov, candidato dell'opposizione, che otteneva la fiducia della Duma. Dopo il crollo dell'URSS e l'avvento di un'economia liberista, l'investitura di Primakov rappresentava una netta vittoria per i comunisti. La crisi economica, comunque, aggravata da una dilagante corruzione politica, non aveva una risoluzione. Il Fondo Monetario Internazionale, chiamato in aiuto, bocciava il piano anti crisi del governo. La leadership di Primakov, in ogni modo, aveva breve vita: nel maggio 1999, Elcin rimuoveva l'intero governo, per gli scarsi risultati ottenuti in campo economico, e nominava come nuovo premier il Ministro dell'Interno Sergej Stepašin, che a sua volta, a luglio, veniva sostituito senza motivazioni con il reponsabile dei servizi segreti Vladimir Putin. Nel dicembre dello stesso anno Elcin, anche se indagato con alcuni membri della sua famiglia per corruzione e per speculazioni economiche, con l'elezione della nuova Duma, sembrava rafforzare ulteriormente il suo potere. Il nuovo Parlamento, infatti, pur confermando come partito di maggioranza quello comunista, che nella precedente legislatura assieme ai suoi alleati aveva bloccato tutte le iniziative politiche più significative del presidente, vedeva l'avanzata di un gruppo di forze moderate e riformiste filogovernative. Il sostegno politico derivato dalla Duma, comunque, non poteva evitare al presidente Elcin di rassegnare a fine anno le dimissioni in cambio dell'immunità, in quanto coinvolto nello scandalo economico che, ormai, aveva assunto sempre più dimensioni internazionali. Lo sostituiva ad interim il premier V. Putin. Sul piano internazionale, d'altro canto, la posizione del Paese assumeva toni critici: nonostante il suo ruolo decisivo svolto in Kosovo, dove durante il conflitto fra Serbia e NATO, in giugno, Mosca aveva inviato un contingente di truppe, la ripresa dei combattimenti in Cecenia alla fine del 1999 segnava un primo raffreddamento, dopo un decennio, dei rapporti con l'Occidente. Le elezioni presidenziali del marzo 2000 facevano registrare la vittoria nettissima di Putin, che prendeva saldamente nelle proprie mani la guida del Paese. Pur se alcuni gravi problemi rimanevano irrisolti (quello della Cecenia su tutti), la politica del presidente produceva significativi risultati a livello delle relazioni internazionali, come si evidenziava nel maggio 2002, quando il Paese entrava a far parte del nuovo Consiglio a 20 della NATO, istituito appositamente per intensificare i rapporti fra i più importanti Paesi occidentali e, appunto, la Russia. La questione cecena tornava drammaticamente alla ribalta nell'ottobre dello stesso anno, quando le truppe speciali russe erano costrette a irrompere in un teatro di Mosca, in cui oltre 800 persone erano tenute sotto sequestro da un commando terroristico formato da guerriglieri ceceni. L'operazione si concludeva con un tragico bilancio: 39 terroristi uccisi e oltre 129 ostaggi intossicati a morte dai gas utilizzati per neutralizzare i sequestratori. Nella crisi internazionale tra Iraq e Stati Uniti, sfociata nella guerra nel marzo 2003, Putin assumeva inizialmente una posizione di mediazione tra gli Stati Uniti e i Paesi europei contrari a una soluzione armata, ma finiva per associarsi all'opposizione alla guerra da parte della Francia in seno al Consiglio di Sicurezza dell'ONU e a condannare l'attacco anglo-americano. Da allora in avanti, i rapporti fra Mosca e Washington diventavano gradualmente sempre più acidi, vedendo i due Paesi collocarsi sempre su sponde opposte in quasi tutte le questioni internazionali – a parte la lotta al terrorismo – e gli Stati Uniti criticare sistematicamente la Russia per gli aspetti antidemocratici e illiberali della sua politica interna. Nel novembre 2003 veniva clamorosamente arrestato per truffa ed evasione fiscale M. Khodorkovskij, il più importante businessman russo, ma anche quello con le più strette relazioni con gli USA; nel corso dell'anno, a più riprese, vari organi d'informazione erano stati intanto portati sotto il controllo più o meno diretto della presidenza. Le elezioni del dicembre 2003 per il rinnovo della Duma venivano vinte da Edinaia Rossia(Russia Unita, il partito nazionalista di centro costituito per sostenere Putin) che conquistava la maggioranza assoluta dei seggi seguito a distanza dai comunisti e poi dagli altri partiti, mentre in Parlamento entravano pochissimi deputati dei partiti liberali. Nel febbraio del 2004 Putin decideva improvvisamente di sostituire il governo di Mikhail Kasyanov, in carica da quattro anni, accusandolo di lentezza nella realizzazione delle riforme volute dal presidente, e nominava un nuovo primo ministro scegliendo una personalità poco nota, Mikhail Fradkov. Alle elezioni presidenziali del marzo successivo Putin veniva riconfermato presidente con una larghissima maggioranza. Il suo secondo mandato iniziava con il varo di una serie di riforme istituzionali tese a limitare drasticamente l'autonomia dei leader regionali, spostando al centro ancora più poteri nel tentativo di ottenere un'applicazione omogenea sul territorio delle direttive economiche elaborate dal governo e in precedenza spesso boicottate a livello locale. Presto però era la questione cecena a tornare in primo piano. In maggio un attentato uccideva a Groznyi, durante una cerimonia ufficiale, il presidente filo-russo della Repubblica caucasica Kadyrov; tra giugno e luglio alcuni guerriglieri compivano una serie di grandi attacchi armati nella confinante Inguscezia, occupando addirittura i palazzi dei ministeri e la sede della polizia; e in settembre infine un commando di terroristi legati alla guerriglia cecena sequestrava una scuola a Beslan, in Ossezia, in cui si trovavano più di mille persone tra adulti e bambini. Dopo due giorni di trattative la situazione precipitava e nella scuola si scatenava una battaglia di molte ore che provocava la morte di 353 ostaggi e di venti sequestratori, cui seguivano aspre proteste della popolazione contro l'incapacità delle forze di sicurezza e la poca trasparenza della successiva inchiesta. Nella seconda metà del 2005 si avviava anche un'importante svolta di politica interna: dopo aver verificato l'insuccesso politico della riforma del welfare, iniziata in gennaio e presto “congelata” per le manifestazioni di protesta svoltesi in tutto il Paese, Putin si orientava a utilizzare il surplus commerciale ottenuto negli ultimi anni dagli altissimi prezzi petroliferi per migliorare alcuni servizi sociali di base, sanità e scuola in primo luogo, che erano stati gravemente trascurati fin dall'ultimo periodo dell'URSS. In novembre la Russia entrava a far parte del WTO. Nel 2007, a due anni dal doppio appuntamento elettorale che alla fine del 2008 coinvolgerà i due paesi, era tornato alla ribalta della politica internazionale il teso rapporto tra Stati Uniti e Russia, che come ai tempi della guerra fredda si misurano a distanza attraverso il sistema delle rispettive alleanze e l'accaparramento delle risorse energetiche a queste collegato. Nello stesso anno, durante la visita del presidente cinese Hu Jintao, venivano stretti accordi di cooperazione tra i due paesi; inoltre, Putin annunciava il ritiro della Russia dal trattato sulla riduzione delle forze convenzionali in Europa come risposta alla costruzione dello “scudo antimissile” voluto dagli Stati Uniti in Europa orientale. Nel settembre 2007 il primo ministro Fradkov si dimetteva e al suo posto veniva nominato Viktor Zubkov. In novembre la Duma approvava il ritiro dal Trattato sulla riduzione dellle armi convenzionali, proposto da Putin come ritorsione al progetto di scudo spaziale americano e si svolgevano le elezioni per il rinnovo della Duma stessa, nelle quali Russia Unita si affermava con un'ampia maggiorranza, ma la UE e l'Osce denunciavano l'irregolarità del voto. Nel marzo 2008 si svolgevano le elezioni presidenziali che vedevano la vittoria di D. Medvedev, con circa il 70% dei consensi. In maggio il nuovo presidente riceveva l'incarico dal suo predecessore Putin che veniva nominato premier (8 maggio). In agosto truppe della Federazione entravano in territorio georgiano in difesa delle minoranze russe presenti in Ossezia meridionale, perseguitate da T'bilisi. In seguito il governo russo riconosceva le regioni separatiste della Georgia, Ossezia del Sud e Abkhazia. In dicembre moriva il capo della chiesa ortodossa Alessio II. La Duma approva in seconda lettura, con 351 voti a favore e 57 contrari, l'emendamento alla Costituzione russa che prolunga a sei anni il mandato presidenziale, ora di quattro. Nel gennaio 2009, il metropolita Kirill di Smolensk e Kaliningrad veniva scelto dal Conclave come nuovo Patriarca della Chiesa Ortodossa russa. A Mosca, in luglio il presidente Medvedev e lo statunitense B. Obama firmavano un nuovo trattato sulla riduzione delle armi nucleari, sostituendo di fatto il trattato Salt I del 1991. Nel gennaio del 2010 la Duma ratificava la riforma della Corte europea dei diritti umani; il Paese era l'unico del Consiglio d'Europa a non averla ancora approvata, mentre in aprile è entrata in vigore una riforma che riduce i fusi orari nel Paese. In aprile il presidente Medvedev firmava insieme a B. Obama un nuovo accordo sulla riduzione degli armamenti nucleari. Nello stesso anno entrava in vigore l'unione doganale con Bielorussia e Kazakistan. Nel novembre del 2011 si svolgevano le elezioni per il rinnovo della Duma, nelle quali Russia Unita restava il primo partito, con 238 seggi, ma perdeva molti consensi rispetto alle ultime consultazioni del 2007; i partiti d'opposizione, il Partito comunista (92 seggi), Russia Giusta (64 seggi) e i liberal-democratici (56 seggi), pur aumentando i loro consensi, denunciavano brogli elettorali e organizzavano manifestazioni di piazza in tutto il Paese. Nel marzo 2012 Putin diventava presidente del Paese per la terza volta, vincendo al primo turno con il 60% delle preferenze. Nel 2014 il Paese interveniva direttamente nella crisi ucraina a sostegno della minoranza russofona. Il Parlamento russo approvava la richiesta del presidente Putin di ricorrere all'uso della forza per difendere gli interessi russi in Crimea, sede di una grande base navale russa. Un referendum autoproclamato ha visto un'ampia maggioranza favorevole alla secessione della Crimea dall'Ucraina e la sua annessione alla Federazione Russa; il documento veniva firmato nel marzo del 2014 da Putin. Il successivo appoggio russo alle milizie ribelli formatesi nelle regioni orientali dell'Ucraina incrinavano le relazioni con Stati Uniti e UE, che approvavano sanzioni economiche contro la Russia. Nel febbraio del 2015 Boris Nemtsov, uno dei più importanti oppositori politici di Putin, veniva assassinato nel centro di Mosca, scatenando manifestazioni e proteste contro il governo.

Cultura: generalità

Il Paese è l'erede diretto di una parte cospicua dell'ex Unione Sovietica, e come tale ha portato con sé il patrimonio artistico e culturale che si era formato nel corso di tutto il Novecento: molti dei nomi di spicco della cultura russa contemporanea sono infatti quelli di scrittori, poeti, cineasti o artisti che già operavano negli ultimi anni di vita del colosso sovietico, seppure a volte con posizioni marginali date dalla loro estrema criticità verso il sistema di governo. Lo sforzo didattico e pedagogico che aveva caratterizzato il passato sovietico ha avuto se non altro il pregio di infondere a tutti i livelli della società russa il gusto per la fruizione culturale, per il teatro, per la lettura, per la musica, e queste passioni collettive non si sono spente completamente nemmeno nei duri anni di crisi economica successivi alla dissoluzione dell'URSS. La struttura di trasmissione culturale di regime, controllata negli esiti e nelle modalità di accesso, ma estremamente capillare ed efficiente, fatta di case editrici, di orchestre, di teatri e compagnie di Stato, ha subìto tuttavia una forte ripercussione dal tracollo finanziario, dopo il 1991: la macchina capace di produrre spettacoli e letteratura diffondendoli su tutto l'enorme territorio sovietico si è inceppata per mancanza di finanziamenti, e l'improvviso innalzarsi dei costi dei libri o dei biglietti ha gravemente pesato su di un pubblico improvvisamente e drammaticamente più povero. Solo negli ultimi anni la cultura russa sembra aver trovato non solo una nuova vitalità, che in realtà non è mai stata in discussione, ma un nuovo rapporto con il pubblico e una nuova struttura di produzione e distribuzione. Il nuovo assetto economico ha inciso anche sulle grandi strutture educative e di ricerca russe, senza tuttavia alterare troppo radicalmente lo status di alcune di quelle che rimangono tra le più grandi università e i maggiori politecnici del mondo. Dal 1990 l'UNESCO ha iniziato a inserire i siti russi tra i Patrimoni Mondiali dell'Umanità: dopo i tre siti “pionieri”, ovvero il centro storico di San Pietroburgo, il Cremlino di Mosca e il Khizi Pogost (due chiese in legno del sec. XVIII in Carelia), l'elenco ha ormai raggiunto le 25 unità, e comprende alcuni luoghi di grande interesse naturalistico, come i vulcani della Kamčatka o il parco naturale nell'isola artica di Vrangel.

Cultura: tradizioni

La varietà del territorio e la molteplicità di popoli rendono il Paese ricchissimo di tradizioni popolari, sovente espresse in canti e danze evocati da complessi folcloristici che nel periodo sovietico erano di Stato e noti in tutto il mondo. Con la nascita della Federazione Russa, in parte superati i problemi economici della grande crisi degli anni Novanta, anche le repubbliche più lontane da Mosca hanno cercato di risvegliare in modo più autentico parte delle tradizioni culturali a esse proprie. Apre il grande patrimonio di usi e costumi la festa del Capodanno o di “Nonno Gelo”, che si riallaccia a un'antichissima tradizione pagana e ora si traduce in una festa tutta popolare, in cui al Cremlino, per le vie di Mosca e di tutte le altre città e villaggi tanti “Nonni Gelo”, vestiti di rosso e con una fluente barba bianca, prendono doni da una sporta e li distribuiscono ai bambini. Anche il primo maggio ha conservato il suo significato primitivo di festa della primavera, a cui si associa quello di festa del lavoro, entrambi amalgamati in un comune spirito di grande sagra paesana, che continua per tre giorni. Ogni nuova nascita, soprattutto nei distretti rurali, è circondata ancora da usi antichi: al neonato sono dati un padrino e una madrina; genitori, parenti e amici si raccolgono attorno a un banchetto rallegrati da balli, da canti accompagnati dalla fisarmonica o dalla balalaika: gli invitati presentano i loro doni. Il matrimonio in passato avveniva con grande sfarzo e ricopiava il modello dei matrimoni principeschi: prima del pranzo gli sposi offrivano ai loro genitori, ai parenti e agli invitati un bicchiere di vodka e questi lasciavano poi cadere nel bicchiere alcune monete; la cerimonia era intramezzata da canti e da balli nuziali. Da una località all'altra naturalmente il rituale subiva variazioni: nel N, per esempio, se le famiglie o una di esse non poteva sostenere le gravi spese, si simulava il ratto della sposa o la sua compravendita. La morte portava usi compenetrati dal senso di un pronto allontanamento del cadavere. Dopo il funerale iniziava il rito della commemorazione: si dava da bere e da mangiare al pope, e quando questo era partito, tutti i convenuti a loro volta banchettavano, finendo con una preghiera per il defunto. Tutta la cerimonia era accompagnata da “lamentazioni” rigidamente codificate e tramandate. Le feste hanno conservato a lungo rituali simbolici, utilizzati sia come difesa contro le forze malefiche sia come via d'intercessione per un felice successo; nelle due settimane prima di Natale e di Capodanno gruppi mascherati passavano di casa in casa a raccogliere offerte, mentre a Carnevale si costruivano montagnole di neve indurite con l'acqua, dall'alto delle quali la gente si divertiva a scendere con le slitte; la fine del periodo di festa veniva celebrata bruciando un manichino fra canti di commiato e di rimpianto. A Pasqua tornava l'usanza di visitare i parenti per dare e ricevere il “bacio pasquale” e ognuno poteva recarsi in chiesa per suonare le campane a piacimento: giochi, danze e girotondi continuavano per sette domeniche e tutto finiva con il ricordo dei defunti. Per la Pentecoste le case erano ornate con rami di betulla, si coloravano le uova di giallo e il giorno dopo una fanciulla o un ramo di betulla o una bambola di stracci, simboli della primavera, veniva accompagnato in processione. Immenso è il patrimonio di canti popolari: canti epici, lirici, canzonette, stornelli, canti storici e religiosi (ca. 5000 testi); fra essi emergono i burlaki, cantati una volta dagli alatori del Volga, le brevi e incisive castuske allusive all'attualità; i byliny epici, tramandati dai “dicitori” ecc. Inseparabile dal canto è tuttora la danza: l'antica trepak, la perepljas, una gara di danza a cinque, la pridanie caratterizzata da uno slancio sfrenato, i girotondi ecc. Accompagnano i canti e le danze l'immancabile balalaika, il tamburello ecc. Anche l'artigianato è ricco di un'esperienza plurisecolare e presenta le famose matrëski, bamboline in legno dalle elaborate decorazioni dipinte, inserite l'una nell'altra come scatole cinesi, i palekh, dal nome della cittadina dalla quale originano, scatole in legno smaltato con il coperchio finemente decorato, recipienti e cucchiai in legno laccato (come quelli dipinti in oro, rosso e nero, provenienti da Khokhloma, una piccola città nei pressi di Nižnij Novgorod), lacche e smalti artistici, la tipica porcellana bianca e blu chiamata gzhel, e le babushka, le celebri sciarpe di lana decorate a motivi floreali; oro e pietre preziose (sempre molto diffusa è la yantar, ambra, della costa baltica) abbondano nell'oreficeria e recente ma già funzionante è la lavorazione di pietre preziose; sempre attivo l'artigianato del cuoio e dei metalli del Caucaso, dei tappeti del Daghestan ecc. § Molto varia e adatta al clima delle regioni, la cucina russa presenta diversi piatti ed è una parte importante della cultura nazionale, fungendo da “portavoce quotidiano” dell'immensità del territorio russo, dell'alternarsi delle stagioni, dell'avvicendarsi di popoli e usanze multiple. I cereali, nobili ma poveri, come il grano, il frumento, la segale, l'avena e il miglio da secoli sfamano le gente del luogo che ha imparato e insegnato a cucinarli per ogni pietanza. L'allevamento di bestiame, così come la caccia, hanno portato la carne su ogni tavola, tanto quanto i fiumi, i laghi e i mari il pesce (il caviale soprattutto, sia quello nero di storione, ikra chyornaya, sia quello rosso di salmone, ikra krasnaya), i boschi bacche e i funghi. Tutto insaporito da alcune piante aromatiche tradizionali come la senape e il rafano grattugiato, ma anche da una grande varietà di salse e condimenti (passione mutuata dalla cucina di altri Paesi quali la Francia), oltre che dall'immancabile smetana, la panna acida, che i russi non dimenticano mai né nelle loro celebri e deliziose minestre quasi tutte cucinate con brodo di carne, né nelle insalate o negli antipasti (zakusi), né nelle tradizionali frittelle dolci (come i syrniki, ripieni di ricotta) e salate. Molto diffusa è la kasha, una specie di pappa preparata con qualsiasi cereale (per esempio, miglio, grano saraceno o semolino), ma anche i tortellini con panna acidula, le frittate con marmellate varie, le polpettine di ricotta, la lapsa, pasta fatta in casa e generalmente cotta nel brodo di pollo, il borshch, zuppa di barbabietole rosse, l'okroshka, zuppa di versure fredda cucinata con il kvas, la solyanka, zuppa di carne o pesce con verdure, il saslyk, pezzi di carne di montone cotti allo spiedo, il besbarmuk, pezzi di carne di montone mescolati a pasta molto cotta dentro una salsa pimentata a base di cipolle, cotolette di carne di pollo con contorno di patatine e di altre verdure ecc. Bevanda nazionale è il tè, fortissimo e poi diluito con acqua calda secondo l'uso russo; versando acqua bollente sulle foglie di tè e poi passandolo e ripassandolo fino alla gradazione giusta, secondo l'uso uzbeco; altra bevanda tipica è il kvas tratto da cereali fermentati: analcolica, rinfrescante, a basso prezzo, è la preferita durante l'estate; la vodka con la quale il più delle volte si pasteggia è regina dei molti brindisi fatti durante i pranzi più solenni. I pasti in genere sono così distribuiti: al mattino colazione abbondante con uova e yogurt; a mezzogiorno una minestra di verdura con panna acidula e una cotoletta di carne o di pollo (senza dimenticare il gelato, morozhenoe, frequentemente consumato come dessert); alla sera antipasti freddi, un secondo leggero e tè.

Cultura: letteratura

Gli esordi della letteratura sono stati, nella loro essenza, gli eredi diretti della lunga e tumultuosa tradizione letteraria sovietica, particolarmente nell'ultimo decennio del Novecento, ricco di scoperte e riscoperte. Negli anni immediatamente successivi alla dissoluzione dell'Unione Sovietica, dopo il 1991, la comunità letteraria si è trovata per la prima volta veramente libera di esprimersi, senza subire censure o doversi porre compiti pedagogici. Tuttavia, superato il periodo di euforia della glasnost e della perestrojka, in cui sono stati pubblicati molti testi fino ad allora proibiti o inaccessibili, subito dopo ci si è scontrati con le difficoltà legate al passaggio dalla letteratura pianificata di regime a quella del libero mercato. In assenza dell'appoggio delle autorità statali (che un tempo assicuravano tirature consistenti), ed esaurito l'interesse dei lettori verso la letteratura non “ufficiale”, autori ed editori si sono trovati di fronte quindi non solo a una drammatica penuria di carta, ma all'improvvisa incertezza sugli interessi di un pubblico che un tempo era quello che leggeva di più in assoluto al mondo. Sono sorte moltissime case editrici private che hanno cercato di sopravvivere puntando su una determinata fascia di pubblico e sulla letteratura “di genere” secondo le codifiche vigenti nella cultura occidentale, un tempo vietata: gialli, romanzi rosa, libri di avventura, spionaggio, horror, che hanno notevolmente variato, in realtà, il patrimonio di mezzi stilistici ed espressivi anche della cosiddetta “letteratura alta”. Uno dei pochi elementi rimasti invariati è stata la concentrazione del mercato editoriale attorno al polo di Mosca (San Pietroburgo, per quanto storicamente molto sviluppata sul piano culturale, non ha mai potuto competere con la capitale). Nonostante le difficoltà degli ultimi anni del Novecento si è assistito a un rifiorire della letteratura come tale, senza tuttavia che si perdesse l'impegno sociale tipico della produzione del passato. Si possono individuare alcuni filoni principali: uno di essi è incentrato sulla descrizione del byt (la quotidianità), con i piccoli e grandi problemi per vivere (o sopravvivere) nella nuova realtà fatta di pensioni misere e disoccupazione, ma anche di "istanze" eterne (amore e solitudine, insoddisfazione e tradimento, sogni frantumati e drammi familiari, che nascono da difficili rapporti interpersonali). A questo proposito non si può non citare una schiera di autrici di grande talento, che occupa un posto di rilievo nel panorama letterario russo della fine del sec. XX, tra cui: L. S. Petruševskaja (n. 1938), anche autrice teatrale, con le raccolte Amore immortale (1988) e Il mistero della casa (1995), nonché con i successivi racconti Il mio tempo è la notte (1992), Karamzin (1994), Casa delle ragazze (1999); V. S. Tokareva (n. 1937) con le raccolte Happy End (1995) e Dimmi qualcosa nella tua lingua (1997); T. N. Tolstaja (n. 1951), che ha pubblicato la raccolta Sotto il portico dorato (1987); L. E. Ulickaja (n. 1943) con i racconti lunghi Sonja (1992), Medea e i suoi figli (1996), I funerali allegri (1999); G. N. Ščerbakova (n. 1932) con Love-storia (1995) e L’amore di Mitja (1997) e M. A. Palej (n. 1955) con Cabiria di Pietroburgo (1991). Anche gli scrittori scrivono della quotidianità, basti ricordare i racconti di M. M. Panin, pseudonimo di Semenin (n. 1940) (Amarena inebriante, 1992). Questo scrittore, affermatosi nel genere del racconto, nel suo unico romanzo Il cadavere del tuo nemico (1996), ambientato nella prima metà degli anni Novanta, ripercorre insieme con il protagonista (un tipico rappresentante della frustrata intelligencija ex sovietica) gli anni passati, in cui il ruolo del Partito Comunista era fondamentale: dall'avviamento della carriera all'ottenimento della tanto desiderata residenza, senza la quale era impensabile trovare un qualsiasi lavoro. Sullo sfondo di tutto ciò vi è un'amara rassegnazione, nonché un'evidente impotenza nell'affrontare il cambiamento del sistema, che conduce molti russi alla disperazione e all'alcolismo. A. G. Najman (n. 1936), poeta e prosatore, apprezzato da Anna Achmatova che definì i suoi versi “la cupola magica”, nel romanzo B.B. e altri (1997) presenta un quadro vivace, ma agghiacciante, della vita degli intellettuali di Leningrado, dal dopoguerra fino alla perestrojka di Gorbačëv: la mancanza della libertà d'espressione, la vigile presenza, attorno ai “soggetti a rischio”, dei servizi segreti, gli arresti e il confino politico, la terza ondata dell'emigrazione e l'atmosfera dell'epoca. Najman è anche poeta: gli ultimi cicli, La clessidra e La vita, fuggendo sono apparsi nel 2000 rispettivamente sulle riviste Oktjabr (Ottobre) e Novyj Mir (Nuovo Mondo). Nei lavori di S. Dovlatov (1941-1990) troviamo accenti che riconducono all'umorismo čechoviano, in racconti quasi tutti di carattere autobiografico. Un altro filone della letteratura russa dell'ultimo decennio del sec. XX è quello che riguarda la guerra, e non solo la seconda guerra mondiale, sebbene tutt'oggi l'interesse verso quel periodo sia ancora molto vivo: basti ricordare alcune tra le ultime opere di V. P. Astafev (1924-2001), tutte incentrate attorno a questo argomento, il romanzo Maledetti e uccisi (1992 e 1994) e i racconti lunghi C’è tanta voglia di vivere (1995) e Il soldato allegro (1997). G. N. Vladimov (pseudonimo di Volosevič, 1931-2003), il quale, noto per essere stato redattore della sezione di prosa della rivista Novyj Mir, nonché per i racconti lunghi La grande vena (1961) e Il fedele Ruslan (1964) e per il romanzo Tre minuti di silenzio (1969), emigrò nel 1983 in Germania, dove scrisse Il generale e il suo esercito (1994), romanzo sulla guerra che mette a fuoco lo scontro tra le posizioni morali e tra le opposte filosofie di vita. Di G. Ja. Baklanov (n. 1923), scrittore affermato che combatté sul fronte della seconda guerra mondiale, si ricorda E allora arrivano gli sciacalli (1995). Il libro racconta della generazione della guerra che, con il crollo del sistema sovietico verificatosi nei primi anni Novanta, dovette affrontare una nuova situazione d'emergenza, doloroso passaggio verso la liberalizzazione del Paese. Gli ultimi sanguinosi conflitti che hanno visto coinvolta la Russia, al fine di rafforzare (o mantenere) i propri interessi nelle regioni strategiche, non sono passati inosservati neanche tra gli scrittori: si tratta degli interventi armati in Afghanistan e in Cecenia, due conflitti che hanno scosso la coscienza di milioni di russi e sensibilizzato l'opinione pubblica dell'intero Paese. Si ricorda a questo proposito V. S. Makanin (n. 1937), con il racconto Il prigioniero del Caucaso (1994), la cui stesura, quasi profetica, ha preceduto il conflitto armato russo-ceceno. Nel suo ultimo romanzo Underground o un eroe del nostro tempo (1998) l'autore si interroga su come conservare la propria personalità in un mondo in continua evoluzione. S. A. Aleksievič (n. 1948), esperta di prosa documentaria in forma di interviste, con I ragazzi di zinco (1996) ha fatto rivivere l'invasione dell'Afghanistan, una delle pagine più cupe e drammatiche dell'epoca brežneviana, svelando al pubblico pressoché ignaro la tragedia di centinaia di migliaia di madri “orfane” di figli, ma anche quella di moltissimi giovani, tornati dalla guerra invalidi sia nel corpo sia nell'anima, incapaci di reinserirsi nella società. Al ricordo delle vittime delle purghe staliniane sono dedicate molte opere della letteratura russa dell'ultimo scorcio del Novecento: Il quinto angolo, scritto negli anni Sessanta, ma pubblicato soltanto nel 1989, di I. M. Metter (1909-1996); numerosi racconti di F. A. Iskander (n. 1929); I ragazzi dell’Arbat (1987) di A. N. Rybakov (1911-1998) e Ronda di notte (1988) di M. N. Kuraev (n. 1939), oltre agli scritti di A. I. Solženicyn (1918-2008, Premio Nobel per la letteratura nel 1970) tra i quali il romanzo Arcipelago Gulag (1973), e ai Racconti di Kolyma, diffusi dal samizdat e apparsi dal 1966 in Occidente, di V. T. Šalamov (1907-1982). A. A. Kabakov (n. 1943), giornalista affermato, è diventato famoso grazie al romanzo L’uomo che non volle tornare (1989), in cui riesce a esprimere lo sconcerto e la paura dei russi di fronte agli irreversibili cambiamenti del Paese durante gli ultimi anni della perestrojka. Kuraev, già stimato sceneggiatore cinematografico, deve il suo esordio letterario al racconto lungo Il capitano Dikštejn (1987) che riporta allo storico ammutinamento di Kronštadt del 1921; egli si dedicò in seguito ai racconti lunghi, quali Lo specchio di Montačka (1993), con motivi di sdoppiamento e allusioni al fantastico, e Assedio. Blocco dell’inferno (1994), opera autobiografica dedicata all'assedio di Leningrado. Artista eclettico, V. G. Sorokin (n. 1955) si caratterizza per la sua scrittura graffiante e dissacratoria, applicata soprattutto al genere pulp; sue opere di carattere utopistico sono Lardo azzurro (1998) e Ghiaccio (2001). Di carattere mistico e metafisico sono invece le opere di V. O. Pelevin (n. 1962), del quale ricordiamo il racconto dell'esordio Luce blu (1991), il romanzo Mitragliatrice d’argilla (1996), grande successo editoriale in Russia e all'estero, e Il mignolo di Buddha (2001). Di Ju. M. Nagibin (1920-1994) si ricordano le ultime opere di carattere autobiografico, pubblicate tutte postume: Il buio in fondo al tunnel (1994), La mia suocera d’oro (1994), Dafni e Cloe dell’epoca del culto della personalità, del volontarismo e della stagnazione (1994) e Diario (1995). Più marginale e appartata la figura di Jurij Mamleev (n. 1931), figlio di uno psichiatra dissidente morto in un campo di prigionia, avviatosi alla scrittura già nei tardi anni Cinquanta, autore di alcuni romanzi dal peculiare interesse spirituale, come Il killer metafisico (1997). Grande successo hanno avuto, sia in Russia sia in Europa, i nuovi scrittori russi di thriller e detective story, come l'ironica Darya Dontsov (n. 1952), autrice di una cinquantina di romanzi, Alexandra Marinina (n. 1957), prolifica inventrice della serie in cui compare la detective della polizia di Stato Anastasia Kamenskaya, best seller tradotti in tutta Europa e negli USA, e il raffinato Boris Akunin (n. 1956), autore di una serie di polizieschi ambientati nell'Ottocento, il cui personaggio principale è Erast Fandorin, famoso detective diventato nel 2005 il protagonista di un film campione d'incassi al botteghino. Da non dimenticare, infine, il giovane Sergey Lukyanenko (n. 1968), autore di popolarissimi best seller di fantasy e di fantascienza come I guardiani del giorno e I guardiani della notte. Nel campo della poesia ricordiamo D. A. Prigov (n. 1940), E. A. Švarc (n. 1948), O. A. Sedakova (n. 1949), S. V. Kekova (n. 1951), A. A. Purin (n. 1955), T. Ju. Kibirov (n. 1956). Quest'ultimo, considerato una delle più interessanti voci poetiche dell'avanguardia russa, all'inizio fu uno dei rappresentanti dell'underground letterario. I poemi Quando Lenin era piccolo e La vita di K.U. Černenko, parodie dei canoni dell'arte ufficiale, lo resero subito famoso. A partire dal 1990 le sue opere sono state pubblicate regolarmente.

Cultura: arte

L'arte russa contemporanea, ha conosciuto negli anni Novanta un periodo di grande apertura alle novità stilistiche e formali provenienti dall'Occidente. L'impatto con le suggestioni della cultura visuale degli ultimi decenni, finalmente disponibile senza censure, e le leggi di un mercato del prodotto artistico sempre più globale hanno prodotto fenomeni di avanguardia piuttosto transitori negli esiti e nella qualità, sebbene fortemente pubblicizzati. Solo successivamente la produzione degli artisti si è assestata su standard più interessanti, anche se in genere legati a un forte recupero della tradizione, perfino di quella sovietica e del realismo socialista, sia pure rivissuti in un contesto d'avanguardia, di video arte o di estrema analiticità concettuale. Tra i nomi più recenti spiccano quelli di Vadim Zakharov (n. 1959), Alexej Shulgin (n. 1963) o il videoartista Dimitry Vilensky; vivono ormai da decenni negli Stati Uniti, infine, Komar & Melamid (nati rispettivamente nel 1943 e 1945), due esponenti della pop art russa.

Cultura: musica

Il versante più innovativo della cultura musicale russa dell'era post-sovietica è senza dubbio quello del rock. Proibito dalla cultura ufficiale sovietica, il rock russo ha conosciuto tuttavia negli ultimi due decenni del Novecento una sua potente vitalità sotterranea, soprattutto sulla scena moscovita; tra i nomi più noti spicca quello della band dei Pojuschie Gitary; il musicista sovietico forse più noto di quest'epoca, paragonabile per impatto culturale sulle generazioni successive e per popolarità a Bob Dylan, è stato senza dubbio Vladimir Vysotsky (1938-1980). Negli ultimi anni del Novecento e nei primi del Duemila la dissoluzione dell'Unione Sovietica ha portato a un certo declino delle sonorità più underground (verso il 1996, per esempio, si interrompe la produzione di una delle band più amate dai giovani russi, i DDT) e a una vera e propria esplosione di una pop music russa di vena più facile e commerciale (Virus e altri gruppi). Ha saputo invece mantenere intatta una produzione musicale di eccellente qualità Boris Grebenshchikov (n. 1935), tra i padri fondatori del rock russo, vorace ed eclettico musicista fondatore della band degli Aquarium, molto nota nel nel proprio Paese e con un discreto seguito anche in Europa. Grebenshchikov ha saputo cogliere con grande maestria la possibilità di unire alle cadenze rock sonorità etniche, non solo russe ma anche armene, hindi o africane, curando in modo particolare i testi delle canzoni, nei quali ha riversato una cultura davvero singolare per estensione e interessi, dal buddismo alla filosofia tantrica, alla lirica occidentale.

Cultura: cinema

Negli anni della dissoluzione dell'Unione Sovietica, ovvero dal 1985 (anno dell'elezione di M. Gorbačëv a segretario del PCUS) fino al 1991 (nascita del CSI), il cinema russo ha vissuto una radicale trasformazione, ma in verità, un po' come è avvenuto nella Spagna post-franchista, poche sono state le opere cinematografiche che hanno saputo raccontare questa svolta politico-sociale epocale. Tre sono i film, tutti usciti nel 1986, che testimoniano le incertezze ma anche le speranze legate alla breve illusoria stagione della perestrojka: il più radioso e ottimista è La piccola Vera di Vasilij Pičul, storia in stile americano di un'adolescente che ama il rocke il libero amore; decisamente più politici, veri e propri film di denuncia, gli altri due: Plumbum. Un gioco pericoloso di V. Ju. Abdrašitov racconta infatti di un quindicenne indottrinato che, diventato parte di una squadra di guardie giurate, finisce per mettere sotto accusa il suo stesso padre; Pentimento di T. E. Abuladze è invece un film metafora sullo stalinismo, che ha per protagonista una donna che continua a disseppellire il cadavere di un piccolo dittatore che le ha distrutto la famiglia, perché non trovi pace neppure nell'aldilà. La glasnost gorbachoviana permette inoltre la distribuzione di opere “congelate” negli anni ancora soggetti al clima da guerra fredda: nel 1988 escono La storia di Asja Kljacina che amò senza sposarsi, diretto nel 1967 da Andrej Michalkov-Končalovskij (esule negli USA dagli anni Ottanta) e Thema di Gleb Panfilov (prodotto nel 1979), che racconta la crisi creativa di uno scrittore moscovita paralizzato dalla burocrazia e dai compromessi. Il successivo clima di incertezza è evidente in alcuni dei più profondi e affascinanti film della nuova cinematografia russa: La verità è il paradiso (1989) di Sergej Bodrov, riflessione su una mancata liberalizzazione della società russa; Sta’ fermo, muori e resuscita (1990), straordinaria opera prima di Vitali Kanevskij, che descrive l'allucinante vita quotidiana in un lager in Siberia; Taxi blues (1990) di Pavel Lungin, premiato a Cannes, e La casa delle brave donne (1990) di Vjačeslav Krisofovič, che offrono un inedito ritratto di una Mosca confusa e devastata. Da segnalare, infine, il ritorno in patria, dopo la dissoluzione dell'impero sovietico, di un autore emigrato in Francia: Nikita Michalkov. Egli vince un simbolico e politico (più che artistico) premio Oscar con Sole ingannatore (1994), opera retorica e compiaciuta che ha comunque il merito di ricordare a futura memoria gli orrori delle purghe staliniste. Ha fatto seguito Il barbiere di Siberia (1999), narcisistico kolossal con cast internazionale girato appositamente per rilanciare l'immagine russa nel mondo. Di Kira Muratova è il film impegnato Tre piccoli omicidi (1997), ambientato nella disastrata Russia del presente, descritta impietosamente come un Paese sporco e impoverito, dove regna una criminalità diffusa favorita da un generale degrado morale. La nuova industria cinematografica russa, per arginare almeno in parte l'invasione di film d'intrattenimento soprattutto statunitensi, non disdegna opere di gusto occidentale, come il fantasy-horror I guardiani della notte (2005) di Timur Bekmambetov, tratto dal bestseller di Sergey Lukianenko, l'action Bratz (2000) di Aleksej Balabanov o il noir Tueur A Ganges (1998) di Darejan Omirbaev, ma punta essenzialmente su kolossal legati alla tradizione culturale russa. Ne sono esempi due opere popolarissime, Il nono battaglione (2005) diretto da Fëdor Bondarchuk, e Gambit turco (2005) di Gianik Faiziev, tratto da uno dei libri dello scrittore di polizieschi storici Boris Akunin; il biografico Ivan Turgenev (1999) di Sergej Solovëv o La figlia del capitano (2000) di Aleksandr Proškin, tratto dal romanzo di Puškin. La profonda crisi sociale ha però anche stimolato opere innovative, come il satirico Khroustaliov, mashinu! (1998) di Aleksej Guerman o il bucolico Le nozze (2000) di Pavel Lungin e almeno due autentici capolavori: A casa (1997) del lituano Sharunas Bartas, metafora sulla dissoluzione dell'Unione Sovietica, e Madre e figlio (1998) di Aleksandr Sokurov, intenso poema intimista sui temi dell'amore filiale, della morte e dell'impassibilità della natura. È stato premiato a Venezia nel 2003 il toccante Il ritorno di Andrey Zvyagintsev; mentre ha concorso per gli Oscar 2006, infine, la commovente opera prima Italian di Andrey Kravchuk.

Cultura: teatro

Anche le istituzioni teatrali russe hanno attraversato un difficile periodo di crisi finanziaria e creativa dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, quando sono in parte venuti meno i finanziamenti statali che davano respiro e garantivano vasto pubblico alle realtà produttive soprattutto di provincia. Ma il teatro è sempre stato nel cuore dei russi, e la situazione non è sostanzialmente cambiata una volta attraversato il periodo del più difficile impatto con le leggi del libero mercato: così registi come Lev Dodin (n. 1944) direttore dal 1983 del Malyj Teatr (Piccolo Teatro) di San Pietroburgo hanno non solo rinnovato la scena russa, ma conosciuto un vasto successo internazionale garantendo allestimenti di straordinaria qualità. Tra gli autori russi più rappresentatitivi degli ultimi decenni vanno citati sia un protagonista classico del Novecento come Aleksej Arbuzov (1908-1986) sia la più giovane Ljudmila Razumovskaja (n. 1948), tra le voci più nuove della generazione post gorbachoviana, o infine la già citata Ljudmila Petruševskaja, le cui pièces sono uscite dalla clandestinità solo dopo il 1985.

Media

Federazione russa.

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