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Semiti

definizione convenzionale e moderna di un gruppo di popolazioni linguisticamente affini attestate, dalla prima metà del III millennio a. C. fino a oggi, in un'area compatta comprendente la Penisola Arabica, la Siria-Palestina, la Mesopotamia; fuori di quest'area le genti semitiche si sono diffuse solo per processi storici più o meno recenti (per esempio colonizzazione fenicia nel Mediterraneo; diaspora ebraica in Europa; espansione arabo-islamica). La definizione di Semiti deriva dalla “tavola dei popoli” (Genesi cap. X) che riunisce come figli di Sem gli eponimi di alcuni popoli fra cui Assur, Aram e Arpaksad (antenato di Abramo). Poiché però alcuni “figli di Sem” corrispondono a lingue non semitiche (Elam, Lud) e, viceversa, alcuni popoli di lingua semitica sono dati come figli di Cam (Amorrei, Cananei), appare chiaro che la “tavola dei popoli” procede per affinità geografiche e culturali e non per l'affinità linguistica (concetto allora inadeguatamente fondato) che è alla base della classificazione e definizione moderne. I popoli semitici sono suddivisi in tre gruppi: Semiti orientali, cioè Assiro-Babilonesi (o Accadi); Semiti nordoccidentali, cioè gli Amorrei del III-II millennio poi suddivisi in Cananei (Fenici, Ebrei e altri) e Aramei; Semiti sudoccidentali, cioè gli Arabi (dialetti nordarabici e sudarabici) e gli Etiopi (lingue etiopiche). Si è sempre creduto per lo più che i Semiti fossero nomadi, sul modello dei beduini arabi, e che il processo di dispersione dei popoli semitici fosse in sostanza dovuto a una serie di invasioni nomadiche (sul tipo di quella islamica) con susseguente sedentarizzazione. In seguito però le opinioni sono mutate. Il nomadismo non è più considerato modo di vita originario e si è messo in luce (mediante accresciute conoscenze archeologiche) che le più antiche genti semitiche vivevano in aree agricole o di frammistione agricolo-pastorale (del resto il lessico semitico agricolo è altrettanto antico e comune di quello pastorale). Per di più il tardivo addomesticamento del cammello (sec. XIII a. C.) precludeva anticamente la frequentazione del deserto vero e proprio; i nomadi semitici dell'Età del Bronzo, allevatori di pecore e asini, sono piuttosto dei transumanti (li si definisce seminomadi) in stretto contatto coi villaggi agricoli. Si esclude perciò che il deserto sia la “sede primitiva” e che invasioni e sedentarizzazione siano i processi formativi dei popoli semitici (la “beduinizzazione” dell'Arabia è un fenomeno relativamente tardo). Da ciò consegue quanto sia illegittimo attribuire ai Semiti un'unità razziale e dei tratti culturali distintivi. Il concetto di Semiti è puramente linguistico e la lingua si trasmette per apprendimento e non per ereditarietà (potendosi perciò innestare su qualunque supporto razziale), e non necessariamente coincide con la diffusione di altri elementi culturali. Del resto simili equivoci sono per lo più basati su problemi (antichi e moderni) di convivenza senza assimilazione degli Ebrei in Europa, problemi sfociati spesso in manifestazioni di ostilità (antisemitismo) e comunque in una volontà di differenziazione. Come è legittimo studiare i rapporti storicamente variabili tra le lingue semitiche più che ricostruire un fantomatico protosemitico, analogamente invece di postulare dei “tratti distintivi” dei Semiti è legittimo studiare i contatti storici tra le culture dei popoli semitici, individuando fenomeni precisi e datati. Per esempio nella fase più antica il centro più avanzato era la Mesopotamia (senza perciò arrivare agli eccessi del panbabilonismo), mentre elementi di ambientazione pastorale sono attribuibili di volta in volta ad Amorrei, Aramei ed Ebrei, Arabi, ma con profonde differenze tecnologiche.

Bibliografia

S. Moscati, The Semites in Ancient History, Cardiff, 1959; J. Henninger, Über Lebensraum und Lebensformen der Frühsemiten, Colonia-Opladen 1968; A. Penna, Il profetismo fra gli antichi semiti, Roma, 1973.