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Sikh

(propr., discepoli), seguaci di un movimento religioso sorto nel Punjab agli inizi del secolo XVI in seguito alla predicazione di Nānak. Era un movimento sincretistico che cercava di conciliare induismo e islamismo, o di rinnovare l'induismo portandolo a livello di una religione universale, quale l'islamica. Il rigoroso monoteismo islamico fu temperato dalla venerazione, d'origine induista, di una dea-madre, la Devi, e da un ritualismo di carattere mistico-iniziatico: ciò per dire a grandi linee la sostanza sincretistica di questa nuova religione, la quale s'impose, più che per i contenuti teologici, per un suo anelito innovatore e per la sua capacità di tradurre tale anelito in realizzazioni politico-sociali che ebbero grande importanza nella storia dell'India (contro il tradizionale sistema delle caste, e contro la dominazione inglese). Fino al 1708 il movimento fu retto da un guru (Maestro), ogni volta designato dal suo predecessore; vi furono, a partire da Nānak, dieci guru (fra i quali importante fu Amardas, abile organizzatore e autore di inni religiosi) in funzione di profeti o intermediari tra Dio e i Sikh; ma il decimo guru, Govind Singh, designò come suo successore il Granth, ossia il libro sacro che raccoglieva la predicazione di Nānak e degli altri guru; con ciò intendeva dire che non c'era più bisogno di profeti, ma bastava che i Sikh si attenessero alla dottrina già costituita. Govind Singh, inoltre, volle anche significare che ormai ogni Sikh poteva essere transumanato, come un guru; e ottenne ciò istituendo un rito iniziatico mediante il quale ogni Sikh diventava come lui e ne assumeva il nome (Singh, Leone). L'organizzazione religiosa si venne così a trasformare in organizzazione politico-militare, i cui membri si sentivano “transumanati” e perciò differenziati dagli altri uomini; si sentivano come un popolo a sé, e in tal senso agirono in seguito, formando uno stato comprendente una parte del Punjab e il Kashmir, con capitale Lahore. Combatterono in due riprese una lunga guerra contro gli inglesi (1845 e 1848-49), finché furono sopraffatti. Nel corso del secolo scorso, con la partizione dell'India del 1947, la maggioranza dei sikh emigrò nell'Unione indiana dove il partito Akali Dal, che si presentava come il loro rappresentante accreditato, si sforzò di ridurre il Punjab sotto la sua influenza. Ma la loro strategia elettorale non portò alcun frutto e, durante gli anni Ottanta, si affermò una corrente estremista che richiedeva la creazione di uno stato sikh autonomo che avrebbe dovuto prendere il nome di Khalistan. Nel 1984 due guardie del corpo sikh assassinarono, I. Gandhi, allo scopo di vendicare la decisione di inviare l'esercito indiano nel Punjab, per far sgombrare i radicali sikh armati dal Golden Temple di Amristar, il luogo più sacro in assoluto per i sikh stessi. Le azioni di guerriglia vennero sopraffatte costantemente, durante gli anni Novanta, quando New Delhi riuscì a ricondurre i sikh nell'alveo istituzionale.

Bibliografia

Gobind Sing, The Quintessence of the Sikhism, Amritsar, 1966; P. M. Wylam, An Introduction to Sikh Belief, Londra, 1966; W. H. McLeod, Guru Nanak and the Sikh Religion, Londra, 1968; Rama Krishna Laswanti, Sikh, Firenze, 1992.

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